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 Oggetto del messaggio: il PD e le politiche formative
MessaggioInviato: mar dic 18, 2007 20:21 pm 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:07 pm
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I primi passi del PD, sia per quanto riguarda l’elaborazione delle carte “costituzionali”, sia nella distribuzione degli incarichi ai diversi livelli, fanno costanti riferimenti alla formazione. Se ne parla per quanto riguarda l’attenzione da dedicare alle politiche formative del Paese, ma anche alla necessità di prevedere un iter interno che si preoccupi di ricerca ed elaborazione capaci di alimentare l’autonomia culturale, progettuale e programmatica del partito stesso.
Trovare luoghi organizzati di confronto, per stimolare il dialogo e la partecipazione dei cittadini alla vita civile, significa mettere a punto una strategia formativa, che ha metodi e contesti diversi, ma un’unica visione pedagogica che si deve ancora costruire.
Lasciando per ora la questione dei modi e delle forme per attivare un processo formativo “di partito”, è necessario fare riferimento a cosa e come si intende procedere per organizzare da parte del PD un punto di vista politico – culturale sulle questioni della formazione, o meglio dell’education, che oggi, come si sa, sembra essere la nuova sintesi sul fronte internazionale.
Una prima azione è quella di ricercare al riguardo una coerenza tra le interpretazione date nei diversi documenti fondativi del PD. In secondo luogo se le politiche di settore vengono elaborate all’interno di contesti partecipativi, quali possono essere forum tematici, associazioni di ambiente, così si esprimono alcune ipotesi di statuto, con quale mandato agiscono persone ora incaricate dal segretario nazionale e da quelli regionali ? Non è infatti chiaro se è il settore che fa il dirigente o, al contrario, la distribuzione degli incarichi obbedisce ad altre logiche, e poi, come in passato, si “impara”…
Il passato va superato: viva la discontinuità, ma le politiche formative hanno bisogno di tempi lunghi se vogliono incidere in profondità sui comportamenti, altrimenti si riducono a spot o ad interventi che servono a contenere le emergenze.
Se la formazione è considerata il motore dello sviluppo sostenibile allora ad occuparsene devono essere tutti coloro che sono impegnati sui fronti del sapere, dell’educazione e dell’innovazione e che operano in maniera interconnessa nel progresso del Paese. E’ su questa nuova strada che il PD ha bisogno di elaborare sintesi culturali e valoriali.
Il nostro ministro sembra aver dato la priorità alla qualità degli apprendimenti rispetto al conflitto delle antropologie: c’è però molto da fare per riempire, in modo “laico”, l’esperienza formativa. Non è solo un problema da addetti ai lavori, ma ci vuole una grossa azione di animazione politica e di coesione sociale. E la crescente presenza di popolazione immigrata ci impegna ancora di più.
Occorre a tal proposito un governo dove le diverse competenze vengono esercitate in maniera “concorrente” e le proposte elaborate da gruppi che coinvolgono i portatori di interessi e che perseguono obiettivi grandi, ma agiscono nelle diverse realtà territoriali. D’altro canto la politica non può occupare tutti gli spazi della formazione, ma contribuire a far sì che quest’ultima maturi una propria autonomia di analisi e di progetto e sia capace di fare rete tra tutti i soggetti a livelli progressivamente più ampi.
Il PD dovrà poi lavorare sul fronte dei docenti, che in questi anni cambiano in maniera consistente: non si tratta soltanto di verificarne l’adeguatezza, ma di sostenerne la motivazione, il senso di appartenenza, l’autonomia professionale. Non è forse solamente un problema giuridico e di contratti, ma prima di tutto deontologico e di capitalizzazione del sapere, di ricerca e innovazione.


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