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MessaggioInviato: lun dic 17, 2007 00:11 am 

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Ciò che andrebbe mostrato fino nelle scuole è chi sono i "concessionari" dei pozzi d'idrocarburi irakeni nelle varie zone dell'Irak (Agip compresa, immagino dalle parti di Nassirya), prima e dopo della guerra irakena: probabilmente la British Petroleum manterrà ancora dei pozzi intorno a Bassora.


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MessaggioInviato: lun dic 17, 2007 10:34 am 

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centine ha scritto:
Ciò che andrebbe mostrato fino nelle scuole è chi sono i "concessionari" dei pozzi d'idrocarburi irakeni nelle varie zone dell'Irak (Agip compresa, immagino dalle parti di Nassirya), prima e dopo della guerra irakena: probabilmente la British Petroleum manterrà ancora dei pozzi intorno a Bassora.

L'84% delle esportazioni irakene è costituito da petrolio. Il 46,8% va in USA, il 10,7% in Italia. Seguono Canada e Spagna, ognuno attorno al 6%. UK non lo vedo nelle cifre, segno che è un volume basso.
Prima della guerra mi pare fosse Francese Elf a fare la parte del Leone.
Il regno unito è un paese produttore ed esportatore di Petrolio (mare del nord).

Ciao,
Francesco


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MessaggioInviato: gio dic 20, 2007 15:48 pm 

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Tony si sarà pure fottuto i suoi compatrioti,ma gli Sciiti oggi non stanno più sotto l'incudine di Saddam.

Ti pare poco?

A me no.

Paolo


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MessaggioInviato: sab dic 22, 2007 17:03 pm 

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Anteprime dagli Usa.

22/12/2007 - Rapporto dell’Unicef

Guerra in Iraq, i bambini pagano il prezzo più alto

Sono oltre due milioni quelli che vivono fra abusi e povertà. L'appello del Fondo per l'infanzia: “Dobbiamo agire ora”


Fame, malattie, violenza e un totale vuoto di istruzione: sono queste le parole d’ordine della vita quotidiana di oltre due milioni di bambini iracheni. Troppi, e costretti a pagare un prezzo troppo alto per i quattro anni di guerra che hanno sconvolto il loro paese.

E’ l’allarme che l’Unicef lancia con il rapporto “Little respite for Iraq’s children in 2007”, che è insieme una denuncia e una testimonianza del primo, timido spiraglio di speranza per il futuro: il calo delle violenze registrato negli ultimi mesi dell’anno sta dando la possibilità agli organismi internazionali di intervenire più rapidamente e con maggiore efficacia in una situazione che, denuncia il Fondo per l’infanzia, resta comunque gravissima.
Le cifre parlano da sole: ogni mese, 25mila bambini devono lasciare la propria casa insieme ai familiari per le intimidazioni e le violenze subite, 75mila vivono in campi profughi o rifugi di fortuna fuori dall’Iraq, più di 1350 sono stati trattenuti dalle autorità, la maggior parte per violazione delle regole di sicurezza. In migliaia sono stati feriti o sono morti durante attacchi suicidi, bombardamenti, scontri a fuoco.
Chi non ha perso la vita è ad altissimo rischio di perdere la propria famiglia e affrontare una povertà estrema: quando l’uomo di casa viene ucciso o rapito, alla famiglia viene a mancare l’unica fonte di sostentamento economico. L’accesso all’acqua è sempre più difficile, così come quello ai servizi sanitari di base, soprattutto nella regioni più remote. E in un paese in cui manca tutto, l’istruzione è una priorità sempre meno sentita: solo il 28% dei diciassettenni hanno affrontato gli esami di fine anno e ai 760mila bambini che l’anno scorso non hanno potuto frequentare la scuola primaria se ne sono aggiunti quest’anno altri 220mila.

Alcuni risultati positivi sono stati raggiunti sul fronte sanitario: 4 milioni di bambini sono stati vaccinati contro la poliomielite, 3 milioni per il morbillo, altri 500mila hanno ricevuto assistenza medica e servizi di prima necessità. Ma molto resta ancora da fare e, come ricorda Roger Wright, delegato speciale dell’Unicef per l’Iraq, “bisogna agire adesso”. La sfida per il 2008 è raccogliere i 144 milioni di dollari che secondo Veronique Caveau, portavoce dell’Unicef, potranno davvero fare la differenza nella difesa della risorsa di cui l’Iraq ha più bisogno per ripartire: i suoi bambini.

di Maurizio Molinari


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MessaggioInviato: dom dic 30, 2007 19:23 pm 

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Dall'Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani


Iraq: un anno dalla morte di Saddam

DA BAGHDAD

Trenta dicembre 2006: Sad­dam Hussein saliva al pati­bolo. La sua impiccagione, criticata in Iraq e nel mondo per la sostanza e per la procedura, dove­va segnare l’inizio di una nuova e­ra per il Paese. A un anno esatto da quell’episodio, alcuni risultati, al­meno sul piano della sicurezza, so­no stati effettivamente raggiunti. Ma gli obiettivi ambizioni che si e­ra posta l’Amministrazione Bush, restano ancora tutti sulla carta.
Nei giorni successivi all’esecuzio­ne del deposto rais, alcuni suoi al­ti gerarchi fecero la stessa fine, tra cui il suo fratellastro Barzan al-Tik­riti, a cui il cappio per un errore del carnefice staccò di netto la testa. Una circostanza che ha poi di fat­to fermato il boia, tanto che altri alti esponenti del regime già con­dannati alla pena capitale, tra cui il famigerato Ali il Chimico, resta­no in carcere senza che il loro ap­puntamento con la morte venga fissato.
In quello stesso periodo, il presi­dente americano George W. Bush delineava la sua strategia d’attac­co al terrorismo in Iraq, inviando 30mila soldati in più e portando così il contingente Usa in Iraq a ol­tre 160mila militari. Una strategia che sembra aver pagato, tanto che ieri il portavoce governativo Abdul Karim al-Khalaf ha potuto annun­ciare che negli ultimi mesi gli at­tacchi terroristici messi a segno a Baghdad sono diminuiti tra il 70 e il 90 per cento, e circa il 75 per cen­to dei rifugi di al-Qaeda in Iraq so­no stati distrutti.
I terroristi fedeli ad Ossama Ben­laden si sono trasferiti in altre zo­ne del Paese, lasciando Baghdad, dove da tempo il numero dei ca­daveri ritrovati ogni mattina in strada è sceso da una media di ven­ti a tre, massimo cinque, ha detto ancora il portavoce, secondo cui «questo non rappresenta più un fe­nomeno particolare», per una città di oltre sei milioni di abitanti. Ora, ha detto Khalaf, «la prossima bat­taglia sarà a nord di Baghdad».
Ma oltre all’invio di truppe di rinforzo, il calo della violenza è do­vuto anche alla decisione delle tribù sunnite di imbracciare le ar­mi per combattere accanto alle for­ze Usa e irachene contro il terrori­smo e in particolare contro al-Qae­da. Anche l’annuncio ad agosto di una «sospensione delle operazio­ni militari» di sei mesi da parte del­la milizia Esercito del Mahdi, che fa capo al leader radicale sciita Mo­qtada al-Sadr, ha senz’altro con­tribuito a far diminuire i massacri. Questo anche a detta delle auto­rità militari Usa, che chiudono il bilancio del 2007 con il più alto numero di perdite dall’inizio del conflitto: quasi 890, ma che hanno anche registrato la più significati­va inversione di tendenza, tanto che dicembre si chiude con il più basso numero di soldati uccisi dal marzo del 2003, ovvero venti.
In questo quadro, le autorità di Ba­ghdad sono tornate ad assumere la responsabilità della sicurezza in nove delle 18 Province irachene, tra cui, alcuni giorni fa, quella di Bassora, dove i soldati britannici sono ormai confinati nelle loro ba­si in attesa di essere rimpatriati. Secondo quanto ha assicurato il governo, anche le altre nove tor­neranno sotto il controllo diretto di Baghdad entro il 2008, che, secon­do quanto ha assicurato il premier Nuri al-Maliki, sarà anche «l’anno della ricostruzione e della lotta al­la corruzione». E, si spera, della ri­conciliazione nazionale. ( A.E.)
Dal 30 dicembre 2006 gli Usa segnano lenti progressi: gli attacchi a Baghdad sono diminuiti del 70% circa e il 75% dei rifugi di al-Qaeda nel Paese sono stati distrutti


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MessaggioInviato: ven feb 01, 2008 23:22 pm 

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DUE disabili mentali mandate al macello come kamikaze involontarie
Donne down fanno strage a Bagdad
Terroristi di al Qaeda le hanno fatte esplodere in due mercati affollati: almeno 73 vittime e oltre 150 feriti




BAGDAD (IRAQ) - Terrore e orrore a Baghdad dove per seminare morte Al Qaeda ha usato due donne disabili mentali. Avevano infatti la sindrome di down le due kamikaze imbottite di esplosivo che i terroristi hanno fatto saltare in aria con comandi a distanza in due diversi mercati di animali della capitale irachena, provocando 73 vittime e oltre 150 feriti. A riferirlo è stato un portavoce dell'Esercito, il generale Qassim al-Moussawi, secondo cui dopo gli attentati «sono stati trovati i telefoni cellulari usati come detonatori» dell'esplosivo che era addosso alle due donne. Il bilancio complessivo è uno dei più gravi da molti mesi: almeno 73 morti e oltre 150 feriti. Non c'è stata al momento alcuna rivendicazione, ma pochi dubitano sul fatto che si tratti dell'opera del braccio iracheno di al Qaeda, che il governo di Baghdad dava da mesi «in fuga verso il Nord», e che secondo quanto ha detto il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, nel suo discorso sullo stato dell'Unione mercoledì scorso, è ormai «in rotta». Attacchi da parte di donne-kamikaze non sono una novità nell'Iraq del dopo Saddam, ma l'utilizzo di portatori di handicap per scopi terroristici è invece raro. Le due kamikaze di oggi «erano disabili mentali sin dalla nascita» e una di loro «non era irachena», ha detto una fonte governativa.

GLI ATTACCHI - Il primo attacco si è verificato al mercato di animali di al-Ghazil - già colpito tre volte lo scorso anno, dove si vendono soprattutto piccoli animali: piccioni, colombe, pappagalli, cani da guardia e persino scimmiette. Per questo è particolarmente amato dai bambini, e frequentato dalle famiglie. L'inferno si è scatenato verso le 10, prima della preghiera settimanale del venerdì: l'esplosione, potentissima, ha ucciso 46 persone e almeno altre cento sono rimaste ferite.
Circa venti minuti dopo, una seconda esplosione in un mercato di uccelli esotici a Baghdad al Jedida (Nuova Baghdad), zona a maggioranza sciita: il bilancio è di almeno 27 morti e 67 feriti.
Entrambi i mercati erano particolarmente affollati, essendo venerdì una giornata festiva: immediatamente si è scatenato il panico, con la gente che fuggiva in ogni direzione, travolgendo tutto ciò che si parava davanti.

RITORNO DI AL QAEDA - La difficoltà nello stilare un bilancio preciso del duplice attentato è dovuta al fatto che le vittime sono state trasportate - in gran parte con mezzi di fortuna - in almeno cinque diversi ospedali della città, ma sulla vastità della carneficina non ci sono dubbi: le emittenti tv hanno mostrato immagini raccapriccianti, di corpi allineati sull'asfalto in un lago di sangue e acqua, tra resti di animali, brandelli di membra umane e detriti di ogni genere. Meno di una settimana fa, il presidente Bush aveva affermato che a Baghdad «la vita comincia a migliorare», e il terrorismo è fortemente in calo. Da alcune settimane sembra tuttavia che ci sia stata un'inversione di tendenza, e non solo nelle città settentrionali come Mossul, dove secondo il governo ci si sta preparando alla battaglia «finale» contro al Qaeda. Proprio nella capitale, dopo un attentato di capodanno che ha causato oltre 30 morti, c'è stato uno stillicidio di attacchi cosiddetti 'minorì che comunque hanno causato complessivamente un elevato numero di vittime, mentre l'attentato di oggi sembra segnare un ritorno all'offensiva «in grande stile» da parte di al Qaeda.


01 febbraio 2008


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MessaggioInviato: gio mar 13, 2008 20:26 pm 

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Le informative provenienti dal Comando Usa segnalavano una forte riduzione dell'attività terroristica.

Nel giro di 12 giorni siamo arrivati a quota 100 se includiamo anche i militari Usa.


***

giovedì 13 marzo 2008 15.22


IRAQ, SI AGGRAVA BILANCIO AUTOBOMBA BAGHDAD: ALMEN0 18 MORTI


Si aggrava il bilancio delle vittime provocate oggi dall'esplosione di un'autobomba nel centro di Baghdad: secondo un ultimo bollettino, i morti sono ora almeno 18, tutti civili. Lo ha riferito la Tv irachena Al-Sharkiya. In una striscia in sovrimpressione, l'emittente ha aggiunto che l'esplosione ha inoltre provocato 42 feriti tra i passanti che, al momento dell'attentato, si trovavano nella zona commerciale di Bab al-Sharji, nel cuore della capitale irachena.


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MessaggioInviato: lun mar 17, 2008 22:17 pm 

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Cheney e McCain nello stesso giorno in visita a Bagdad
Iraq: decine di morti per donna kamikaze
Attentato nella città santa sciita di Kerbala in un bar del centro non lontano dalle moschee



KERBALA - Nuova strage in Iraq. Una donna kamikaze si è fatta saltare nella città santa sciita di Kerbala. Un bilancio provvisiorio stima i morti in 39, oltre a 54 feriti. Lo ha annunciato una fonte ufficiale sanitaria irachena. L'attentato è avvenuto in un bar del centro, non lontano dalle moschee più importanti. Il responsabile dell’ufficio stampa del dipartimento sanitario di Kerbala ha precisato che «sette vittime sono pellegrini iraniani oltre a donne e bambini». Lla maggior parte dei feriti sarebbe in gravi condizioni. Le autorità irachene hanno decretato il coprifuoco a Kerbala, città che lo scorso 24 febbraio aveva pianto altri 63 morti in un attentato. Nell'aprile dello scorso anno due attentati a Kerbala avevano provocato in entrambi i casi oltre cinquanta vittime.

CHENEY - Lunedì a Bagdad è giunto in visita non annunciata il vice presidente americano, Dick Cheney. Nella capitale irachena lunedì si trovava anche il candidato repubblicano alla Casa BiancaJohn McCain. « È particolarmente significativo poter tornare per celebrare il quinto anniversario dell'inizio della campagna che ha liberato il popolo iracheno dalla tirannide di Saddam Hussein», ha detto Cheney dopo aver incontrato il primo ministro Nuri al-Maliki. Cheney ha detto di avere trovato «cambiamenti fenomenali» dalla sua ultima visita dieci mesi fa, e ha definito «notevoli» i miglioramenti dal punto di vista della sicurezza. Ma mentre era in corso la visita di Cheney, a Bagdad sono avvenuti tre attentati: un'autobomba e due ordigni esplosi in tre zone diverse provocando complessivamente quattro morti e dodici feriti.


17 marzo 2008


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MessaggioInviato: gio mar 20, 2008 01:14 am 

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IRAQ, CINQUE ANNI DOPO
QUEL TRAGICO ERRORE DI VALUTAZIONE


ANDREA LAVAZZA


LA CRISI cinque anni dall’inizio della guerra in Iraq, esistono molte prospettive dalle quali valutare le decisioni gli eventi che si sono susseguiti dal 19 marzo 2003 a oggi. Si può dire che un pericoloso e sanguina­rio dittatore come Saddam Hussein non è più al potere. Ma si può anche far notare che l’indice di libertà politica del Paese è anco­ra uguale a quello della Palestina di Hamas e inferiore a quello del Marocco, e che l’in­dice di libertà di stampa, malgrado la ca­duta della censura e l’esplosione di nuove testate, colloca Baghdad al 157esimo po­sto nel mondo.
Sono leggermente cresciuti il reddito pro­capite e il tasso di scolarizzazione, ma dei 34mila medici attivi prima del conflitto la metà ha lasciato il Paese e alcune altre cen­tinaia sono state rapite e uccise, mentre la Croce Rossa due giorni fa ha denunciato il collasso della sanità. Gli sciiti, gruppo mag­gioritario e a lungo discriminato dal rais, hanno riconquistato di fatto il potere ai danni degli ex padroni sunniti, ma la paci­ficazione del Paese rimane ancora lontana. La situazione interna non è catastrofica co­me la dipingono i detrattori per partito pre­so della Casa Bianca, ma gli oltre centomi­la morti tra i civili (le stime sono varie), le quattromila vittime americane, le migliaia di altri combattenti uccisi, i quasi mille miliardi di dollari in­vestiti nella guerra e i danni collaterali a e­difici e infrastrutture non sembrano giu­stificabili alla luce di nessuno degli obiet­tivi via via proposti per l’avventura ira­chena. Non le armi di distruzione di massa, che non sono mai state trovate (fossero o meno in buona fe­de gli indizi della loro presenza avanzati dall’Amministrazione Bush). Non il regime change, il mutamento di governo, che do­po un quinquennio non ha prodotto i ri­sultati attesi, con il rischio ancora aperto di partizione etnica del Paese (senza con­tare la diaspora e la persecuzione dei cri­stiani), nonché di instabilità permanente, anche sotto la pressione di al-Qaeda. Non la democrazia in Medio Oriente, dato che dallo sbarco delle truppe Usa sono peggio­rate le speranze di pace tra israeliani e pa­lestinesi e la situazione in Libano è andata deteriorandosi. Non gli approvvigiona­menti petroliferi, come possono constata­re gli stessi automobilisti americani, che dal 2003 a oggi hanno visto raddoppiare il prezzo del carburante, e tutti i consumato­ri mondiali.
Ma non reggono nemmeno le dietrologie di chi vedeva nella scelta di invadere il Paese dei due fiumi qualche inconfessabile inte­resse della superpotenza o del suo presi­dente o del suo entourage. Nessuno pare a­verci guadagnato alcunché. Anche Wa­shington è sull’orlo della recessione, si tro­va a essere molto meno amata sul fronte internazionale, ha pericolosamente impe­gnata una quota importante del proprio di­spositivo bellico. E ha trascurato l’Afghani­stan dove il terrorismo potrebbe ricostitui­re i propri santuari, dai quali i kamikaze partirono per colpire New York nel 2001.
Qualcuno potrebbe dire che è stata una 'lezione preventiva' per altri despoti. E che alla lunga la cultura e le istituzioni li­berali attecchiranno. Non lo si può esclu­dere. Forse, semplicemente, si è trattato di un grande, tragico errore di valutazione e, soprattutto, di una pessima conduzione dell’immediato dopoguerra nella prima­vera del 2003.
Fatto il danno, bisogna almeno ricostruire. Decine di nazioni e le istituzioni interna­zionali hanno annunciato aiuti per 18 mi­liardi di dollari, si sono impegnati per 3,5 e ne hanno versati 1,5 al luglio 2007 (l’Italia risulta ferma all’inezia di 5 milioni). La coa­lizione che abbatté il regime era ampia, suc­cessivamente la missione di stabilizzazio­ne ha avuto le insegne dell’Onu. Motivi u­manitari e geostrategici imporrebbero ora una maggiore cooperazione. Per chiudere un capitolo e ridare speranza a un popolo


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MessaggioInviato: gio mar 20, 2008 23:54 pm 

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Ansa» 2008-03-19 21:11


IRAQ: 5 ANNI. PROTESTE IN AMERICA, ARRESTI A WASHINGTON

di Luciano Clerico



Stesso anniversario ma 'celebrazioni' diverse oggi a Washington per i cinque anni della guerra in Iraq. Nel momento stesso in cui, al Pentagono, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ribadiva le ragioni del conflitto, in varie zone della capitale e in molte città degli Stati Uniti decine di manifestazioni di protesta cominciavano a muovere i loro cortei per esprimere il loro totale dissenso da quelle ragioni, e per chiedere l'immediato rientro dei soldati. Le manifestazioni, organizzate da diverse associazioni pacifiste, si sono concentrate soprattutto a Washington, ma sono state organizzate in molte città degli Stati Uniti, da New York a Los Angeles, da Cincinnati a Chicago, da Dallas a Miami. Tutte con un unico scopo: dire un 'no' collettivo e americano ad una guerra che - dati ufficiali alla mano - solo tra i soldati Usa ha già fatto quasi 4.000 morti. Per sottolineare questo dato a Cincinnati (Ohio) i manifestanti hanno disseminato le vie del centro cittadino con 4.000 magliette, simboleggianti appunto il numero dei soldati caduti. A Dallas invece, in Texas, ai manifestanti (per lo più giovani) si sono uniti veterani e reduci della guerra in Iraq che hanno preso la parola proprio nella piazza in cui, il 22 novembre del 1963, venne ucciso il presidente Kennedy. A Washington si sono svolte le manifestazioni più "calde", che hanno visto fin dalla mattinata una trentina di persone arrestate. Alcuni arresti sono stati fatti davanti all'American Petroleum Institute, dove alcuni manifestanti hanno cercato di arrampicarsi sulle finestre dell'edificio esibendo cartelli su cui era scritto 'No blood for Oil' (no al sangue per il petrolio). Un'altra ventina di persone sono state arrestate davanti alla sede federale del fisco Usa per aver oltrepassato le transenne messe a protezione dell'edificio. I manifestanti avevano detto, parlando con i giornalisti, che avrebbero compiuto quel gesto per dare più visibilità alle ragioni della loro protesta. Perché secondo loro è nelle spese a sostegno della guerra in Iraq che finiscono i soldi delle loro tasse. Un'altra decina di persone sono state arrestate sempre a Washington per aver cercato di bloccare il traffico, chi coricandosi sull'asfalto e fingendosi vittima di un'autobomba, chi legando tra loro più biciclette per formare una barriera. Il programma della giornata di Washington prevedeva anche una fiaccolata davanti alla Casa Bianca. Tra le proteste americane di oggi anche quella dell'attore e regista Sean Penn, premio Oscar 2003 per 'Mystic River'. Penn ha annunciato il suo ultimo lavoro, la cooperazione ad un documentario-denuncia delle "guerre facili" fatte dall'America da Kennedy in poi. La pellicola - che ha Penn come narratore - sarà presentata sabato prossimo a New York. Il documentario accusa i presidenti americani via via succedutisi alla Casa Bianca dopo la Seconda Guerra Mondiale di aver manipolato l'opinione pubblica per far crescere nella nazione un sentimento favorevole alla guerra. Titolo del film: 'War Made Easy' (La guerra in parole semplici). Sottotitolo: 'How Presidents and Pundits Keep Spinning Us to Death' (come i presidenti e i sapientoni continuano a imbambolarci a morte).


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MessaggioInviato: dom apr 13, 2008 18:55 pm 

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[i]Tortura sui detenuti, Bush: l´ho autorizzata io ma non è illegale[/i]


Sulle foto di Abu Ghraib lui non c´era. C´era una ragazzina in divisa che teneva al guinzaglio uomini nudi e che per questo è stata condannata. C´erano altri come lei, qualcuno è finito a processo, qualcuno ha perso i gradi. Mele marce, si disse allora, mentre l´inchiesta inesorabilmente mostrava che c´era un filo conduttore nella catena di comando che portava molto più in alto dei militari di leva. Dopo lo scandalo, i metodi della Cia erano stati discussi e approvati anche nelle alte sfere dell´amministrazione Bush. E il presidente sapeva, ha sempre saputo: gli incontri per discutere nel dettaglio le tecniche di pressione negli interrogatori - incluso l´annegamento simulato, il waterboarding - si svolgevano nella Situation room della Casa Bianca. Bush sapeva e aveva dato la sua benedizione, è stato lui stesso a dirlo in un´intervista alla AbcNews.

«Cominciammo a studiare che cosa fare per proteggere il popolo americano - ha detto il presidente Usa -. Sapevo che il Consiglio di sicurezza si era incontrato e avevo approvato». Gli incontri, secondo l´emittente tv, sono andati avanti per mesi. Il presidente non partecipò mai in prima persona, ma era informato di tutto. Bush non c´era, come non era ad Abu Ghraib, né a Guantanamo, né nelle carceri segrete della Cia. Ma approvava il modo di fare, gli abusi, le torture asetticamente classificate sotto la voce «tecniche avanzate di interrogatorio» e dettagliatamente esaminate alla Casa Bianca.

Alle riunioni erano presenti il vice-presidente Dick Cheney, il segretario di Stato Colin Powell, il capo del Pentagono Donald Rumsfeld, il ministro della giustizia John Ashcroft, il capo della Cia George Tenet e l´allora consigliera alla sicurezza nazionale, Condoleezza Rice: la spina dorsale dell´amministrazione Bush. Gli incontri servirono a mettere a punto una procedura degli interrogatori, dettagliando le pratiche ammesse, il numero di volte che potevano essere usate con un singolo detenuto, il ricorso a tattiche combinate - diversi sistemi di tortura - per piegare i più duri. Si parlò di schiaffi, privazione del sonno e waterboarding, ci furono anche simulazioni «coreografate» per far comprendere di che si trattasse. C´erano posizioni contrastanti, in particolare Colin Powell e Ashcroft non erano d´accordo, il segretario alla Giustizia sembrava a disagio persino a discutere dell´argomento alla Casa Bianca. «La storia non lo giudicherà con favore», aveva detto in uno degli incontri. Ma l´opposizione non è mai sfociata in un no aperto, alla fine il via libera alla tortura - mai nominata come tale - è stato approvato.

Vennero chiesti pareri legali, in particolare sul waterboarding, una pratica per la quale il Congresso Usa ha recentemente chiesto la messa al bando, scontrandosi con il veto della Casa Bianca. «Avevamo pareri legali che ci autorizzavano a usarlo - ha spiegato Bush alla Abc -. E no, non avevo alcun problema nel cercare di capire cosa sapeva Khalid Sheikh Mohammed. È importante che gli americani sappiano chi è. È la persona che ha ordinato le stragi dell´11 settembre». Contattati dalla Abc il portavoce di Tenet e Rumsfeld non hanno voluto rispondere. Altrettanto ha fatto la Casa Bianca per conto di Cheney e di Condoleezza Rice, mentre Ashcroft non è stato raggiunto. Colin Powell ha replicato di «non avere abbastanza memoria per ricordare», precisando che «nulla di quello che è stato discusso in quegli incontri era illegale». Bush invece ha confermato. Ma, ha detto alla Abc, non gli sembrava che la notizia fosse poi così «sbalorditiva».

Pubblicato il: 13.04.08
Modificato il: 13.04.08 alle ore 12.08


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