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 Oggetto del messaggio: GRUPPO DI STUDIO: DETASSAZIONE degli STRAORDINARI...
MessaggioInviato: ven lug 04, 2008 06:21 am 
Amministratore

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Detassazione degli straordinari.



(Prima parte)

La proposta di detassazione degli straordinari ha sollevato grande clamore ed è stata invocata come misura di ridistribuzione efficace del reddito prodotto e di interesse per le sorti sociali ed economiche del Paese.

Noi non la pensiamo così, pensiamo che dietro questa proposta ci sia una concezione non aderente alle necessità di una società moderna e che tenda più che altro a garantire la redditività massima del capitale investito, col minimo rischio a danno di tutta la società.

Poniamo una forte affermazione di valore:
“Tutte e tutti avremmo diritto a non dover lavorare oltre le otto ore per poter vivere, e non sopravvivere. E’ priorità dare dignità e valore ai salari in generale.”



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Per una riflessione partiremmo dall'enunciato della proposta governativa.
Detassazione straordinari
Al fine di incrementare la produttività del lavoro, nel secondo semestre 2008 a partire dalla busta paga di luglio, lo straordinario e i premi di produttività dei dipendenti nel settore privato sarà tassato del dieci per cento. La misura è valida per i redditi non superiori a 30 mila euro. Il provvedimento è stato emanato in via sperimentale e dura fino a dicembre 2008.
Cerchiamo una esemplificazione individuando le parole chiave.

a) Reddito inferiore ai 30.000 euro.
b) Tassazione degli straordinari al 10%.
c) Tassazione dei primi legati alla produttività al 10%.
d) Tetto massimo del reddito con tassazione ridotta 3.000 euro.
Rivedendo gli scaglioni IRPEF interessati abbiamo una massimo ammontare di:
390 per i redditi più bassi fino a 15.000 euro
510 per i redditi fino a 28.000 euro
760 per i redditi oltre i 28.000 euro
Insomma dai 32 ai 63 euro circa mensili.
Quindi l’intervento vale circa da un terzo alla metà del valore indicabile come perdita del potere d’acquisto per inflazione.
Questo provvedimento avrebbe 2 obiettivi: ridistribuire ricchezza per le famiglie in crisi e migliorare la produttività. La leva sarebbe quella della motivazione sul lavoro ed il riconoscimento del merito.
Veniamo al primo punto: ridistribuzione della ricchezza.
E' un po' difficile pensare che anche i 62 euro mensili in più possano dare serenità e far riprendere slancio alla domanda. Siamo in un mercato unico europeo, un'unica moneta e prezzi al consumo molto più allineati che nel passato.
Allora dobbiamo guardare al gap delle retribuzioni italiane rispetto a quelle dell'area euro.
Se guardiamo le statistiche delle retribuzioni medie sono necessarie cifre moltiplicate di un fattore cinque.
Inoltre una parte dell'incremento retributivo in busta paga prospettato è legato a dei meccanismi in cui contano molto fattori di scelta imprenditoriale, investimenti sul prodotto, sull'ammodernamento del ciclo produttivo, scelte strategiche dell'azienda, in cui il dipendente di solito non mette nulla di proprio. Ci riferiamo ai premi di produttività e spesso questi non sono contemplati per le piccole e medie imprese.
Allora tutto è legato al riconoscimento degli straordinari, cioè il raggiungimento del riconoscimento economico previsto dal provvedimento è legato solo all'allungamento dell'orario di lavoro.
Tutto si gioca sul costo del lavoro, ancora oggi. Abbiamo il costo del lavoro fra i più bassi in Europa, l'economia è asfittica ed ancora la nostra classe dirigente punta a salvaguardare il profitto col minimo capitale investito.
Dietro questa proposta si cela anche una forte discriminazione di genere.
Si propongono tagli di tassazione a scapito dei servizi sociali, come si spera che le donne possano vivere completamente la propria vita e contemporaneamente poter accedere alla maggiore remunerazione degli straordinari?
Si cerca di massimizzare i profitti anche nei servizi aggiudicando prestazioni di alto valore sociale con il solo criterio del costo più basso, estromettendo chi si è preparato per poter svolgere tali attività in favore di chi non ha preparazione per poter accudire una persona non autonoma o un alunno della scuola dell’infanzia..
E' solo il culmine di una manovra tutta tesa ad impoverire ulteriormente le nostre tasche e la nostra vita.
Da anni vediamo sminuire la dignità di molti individui, che sospirano giorno per giorno non un impiego degno della propria persona ma un impiego come mera sussistenza di una vita senza speranze.
E’ inaccettabile che si sostenga solo la necessità di una flessibilità compatibile con i meccanismi di mercato oggi in essere e non della dignità delle persone, degli individui che devono vivere una loro vita come semplici strumenti di meccanismi alienanti.
Circa il significato che oggi dovrebbe avere un diverso rapporto fra produttività e retribuzione per favorire il merito citiamo un interessante articolo di Fabrizio Montanari (Università di Modena e Reggio Emilia) su Ticonzero per individuare alcuni spunti.

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Citato da: Fabrizio Montanari in Ticonzero

1 – L’importanza dei sistemi di incentivazione
La retribuzione monetaria ha tradizionalmente assunto il ruolo di bilanciare la relazione di scambio tra i lavoratori nella loro prestazione d’opera e le imprese nella remunerazione dello sforzo del lavoro ricevuto. Il sistema retribuito, o premiante, occupa una posizione centrale come elemento regolatore delle relazioni tra persone ed organizzazioni, le cui risultanti possono essere interpretate almeno rispetto a tre distinte visioni:
• un rapporto di scambio economico, nella sua versione più semplice di
• scambio tra lavoro e remunerazione;
• un rapporto di scambio psicologico attraverso il quale si definiscono e si regolano le attese reciproche, con particolare riferimento ai principali diritti e doveri;
• un rapporto di appartenenza che definisce i prestatori di lavoro come membri dell’impresa e persone che compongono il soggetto economico dell’impresa stessa.
Qualunque sia l’interpretazione di fondo del rapporto tra persone ed organizzazione, è indubbio che esso contenga una relazione di scambio regolata dal sistema premiante. Le variabili di base dei sistemi di remunerazione sono riassumibili in tre classi: i contributi forniti dal prestatore di lavoro all’impresa; le ricompense ottenute; gli algoritmi di correlazione tra contributi e ricompense, ossia le logiche di parametrazione dei contributi rispetto alle ricompense.
Tanto in letteratura quanto nella pratica manageriale si sono sviluppati negli anni numerosi studi ed approcci volti ad individuare le logiche che permettessero un più equo, efficace ed efficiente legame tra contributi erogati ed incentivi offerti.
Il tema del rapporto tra comportamenti individuali e sistema di incentivi è di grande attualità. Negli ultimi anni, numerosi libri e articoli hanno enfatizzato l’importanza del fattore umano per il successo delle organizzazioni: le aziende che vogliono avere successo nei mercati globali devono dotarsi di un adeguato capitale umano con abilità, competenze e capacità migliori rispetto a quello dei propri concorrenti (e.g. Cappelli, 1999; Pfeffer, 1994, 1998). Il riconoscimento della centralità delle persone nella determinazione del vantaggio competitivo conduce ad una maggiore attenzione alle pratiche di gestione delle risorse umane, soprattutto ai sistemi retributivi. Questi ultimi, infatti, rappresentano uno degli strumenti più importanti per attrarre, trattenere e motivare le persone con le caratteristiche idonee al perseguimento degli obiettivi aziendali (Costa, 1997). I sistemi di incentivi costituiscono anche un potente mezzo per allineare gli obiettivi individuali con quelli organizzativi, minimizzando fenomeni di azzardo morale o selezione avversa (Eisenhardt, 1989, Roberts, 2007). In altre parole, attraverso l’implementazione di adeguati sistemi di incentivi è possibile ridurre il potenziale di opportunismo e allineare i comportamenti individuali con quelli desiderati dall’organizzazione.

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Quindi ad un nuovo modo di intendere il rapporto lavoratore impresa i saggi nostri governanti oggi puntano tutto sul capitale lavoro e nulla sugli investimenti per migliorare sia la redditività del prodotto, sia la capacità produttiva per ora lavorata, sia la costruzione di una migliore collaborazione lavoratore – impresa.
Sono interessanti il ruolo dei diversi livelli di contrattazione e delle organizzazioni dei lavoratori.
Sarebbe interessante proporre forme contrattuali di riconoscimento:
• sia del raggiungimento dei risultati previsti aziendali generalizzato a tutti i dipendenti;
• sia il riconoscimento per coloro che hanno espresso migliore professionalità.
Per il secondo bisognerebbe introdurre criteri di valutazione che oltre al raggiungimento di obiettivi individuali misurabili, comprenda anche la valutazione che questi non siano conseguiti solo con l'allungamento dell'orario di lavoro. Cioè privilegiare la creatività e la capacità di innovazione e non la sola disponibilità oraria.
Per le azienda di piccole dimensioni ed a alto contributo di contratti atipici, precari o flessibili, c'è bisogno di una rappresentanza sindacale al tavolo delle trattative a prescindere dalle tessere presenti.
Questi criteri affiancati a leve di tipo fiscale che favoriscono un innalzamento del contributo professionale nella produzione dei beni e servizi, alla creazione di strutture (agenzie) di coordinamento orizzontale (territoriale) e verticale (per categoria merceologica) per favorire la ricerca ed innovazione può portare alla riduzione del gap retributivo fra l'Italia ed il resto del mondo avanzato.
Non parliamo poi dell'esclusione degli statali dalla riduzione del carico fiscale sugli straordinari.
Emergono per gli statali ci sono due pregiudizi:
• che gli statali siano lavoratori di serie B;
• che ci sia un'intollerabile visione di condanna per chi non ha mezzi propri per acquisire i
servizi offerti dallo stato, per cui si offre il servizio meno valido possibile (un'autentica esclusione di cittadinanza per chi non è ricco).

(continua)




Elaborato del Gruppo di Studio www.Forumista.net - (Coordinatore: Darwin).


Ultima modifica di Ospite il sab lug 05, 2008 10:25 am, modificato 1 volta in totale.

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 Oggetto del messaggio: Detassazione degli straordinari. Seconda parte.
MessaggioInviato: ven lug 04, 2008 06:32 am 
Amministratore

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Detassazione degli straordinari.

(seconda parte)


Veniamo al secondo punto: la produttività.
Ci sono due modi di intendere la produttività:
- la prima è la quantità di prodotto e di fatturato per persona impiegata nel ciclo produttivo;
- la seconda è la quantità di prodotto e di fatturato per ora lavorata.
La scelta del governo va tutta vero la prima concezione, ho un dipendente ne devo ricavare il massimo, con il minimo investimento possibile.
La seconda dipende dalla professionalità delle risorse, dalle scelte di posizionamento sul mercato, dagli investimenti sul prodotto, dagli investimento sul miglioramento del ciclo produttivo per adattarlo a professionalità più alte e più remunerate.
Non a caso dal provvedimento sono escluse tutte le fasce di lavoratori a più alta professionalità. Un fattore critico in Italia è dato dallo scarso impiego di lavoratori a più alta preparazione formativa nella produzione, ci sono meno diplomati e laureati nel ciclo produttivo e spesso sono impiegati per qualifiche non adeguate.
A testimonianza del dibattito riportiamo un articolo pubblicato da Marco Panara su Affari & Finanza di Repubblica.

**

Citato da: Marco Panara in Affari & Finanza

La competitività non dipende dal costo del lavoro
I salari italiani sono più bassi che negli altri paesi avanzati, che però guadagnano lo stesso quote di mercato. D'altra parte i livelli di Cina o India sono irraggiungibili. Sarebbe ora di affrontare il problema nei suoi termini reali
Marco Panara

Una multinazionale europea (non italiana) nel settore meccanico, che ha stabilimenti in 23 paesi, ha messo a confronto il salario orario che paga ai suoi dipendenti. Le differenze sono impressionanti: si va da 28,69 euro l' ora in Svezia fino a 0,49 euro l' ora in India. Quella multinazionale ha stabilimenti anche in Italia dove, per un' ora di lavoro, spende 18,03 euro. Per rendere più chiaro il confronto abbiamo preso la remunerazione in Italia (18,03 euro = 100) e misurato su questa base la remunerazione di un' ora di lavoro negli altri paesi.
Anche tenendo conto che non è un dato generale ma una esperienza specifica e concreta, quello che ne emerge dovrebbe farci riflettere molto. Per un' ora di lavoro in Germania quella multinazionale spende una volta e mezzo rispetto a quanto spende in Italia, il trenta per cento in più lo spende negli Stati Uniti, il 15 per cento in più in Francia. Solo l' 8 per cento in meno lo spende in Spagna e il 10 per cento in meno in Corea.
__________________________________________________________________________
COSTO ORARIO DEL LAVORO
_________________________________________________________________
Paese Euro all'ora Indice (Italia = 100)
Svezia 28,69 159,12
Germania 27,14 150,53
Giappone 25,42 140,99
Stati Uniti 24,29 134,72
Francia 20,88 115,81
Belgio 19,71 109,32
Italia 18,03 100,00
Spagna 16,72 92,73
Corea 16,39 90,90
Portogallo 6,01 33,33
Turchia 5,23 29,01
Rep. Ceca 4,54 25,18
Ungheria 4,33 24,02
Argentina 4,12 22,85
Brasile 3,43 19,02
Messico 2,97 16,47
Polonia 2,55 14,14
Sud Africa 2,25 12,48
Marocco 2,10 11,65
Cina 1,98 10,98
Romania 1,74 9,65
Tunisia 1,52 8,43
India 0,49 2,72

Se si passa agli altri il confronto è assolutamente impari: rispetto all' Italia un' ora di lavoro in Portogallo costa un terzo, un po' meno costa in Turchia, un quarto nella Repubblica Ceca e in Ungheria, per scendere fino a un decimo in Cina e Romania e un quarantesimo in India. Non tutti gli stabilimenti producono le stesse cose e richiedono lo stesso livello di formazione, ma non sempre e non necessariamente il livello di sofisticazione delle produzioni corrisponde al livello dei salari.
Non ci interessa qui comprendere cosa aspetta la multinazionale in questione a spostare tutte le sue attività in India, avrà per fortuna le sue ragioni. Quello che ci interessa è capire cosa ci dice questo confronto sull' Italia e sui suoi destini.
La prima cosa che ci dice è che il costo del lavoro in Italia è tra i più bassi nel gruppo dei paesi industrializzati. Tra quelli censiti in questa occasione solo la Spagna e la Corea sono sotto di noi e neppure di molto, mentre la maggioranza ha un costo del lavoro più alto, e questo non sembra essere un vincolo determinante per esempio alla capacità di mantenere o accrescere la propria quota del commercio mondiale. Il fatto che l' Italia perda posizioni nel commercio mondiale mentre la Germania o il Giappone, che hanno un costo del lavoro sostanzialmente più alto, invece no, ci fa capire con chiarezza che non è il costo del lavoro la chiave della nostra perdita di competitività né per un suo eventuale recupero.

Abbiamo impegnato anni a discutere e scontrarci su questo punto, ma basta guardare i dati della tabella che pubblichiamo per capire che tutto quel tempo e quell'impegno sono stati spesi male: l'abisso che ci separa non solo dall' India e dalla Cina, ma anche dalla Repubblica Ceca e dall' Ungheria è tale che a meno di un impoverimento generalizzato e rivoluzionario del nostro paese è impensabile e non auspicabile colmare.
Il problema però esiste, perché la perdita di competitività dell' Italia non dipende dal fatto che lavoriamo poco, poiché anzi lavoriamo più ore della media dell' Europa a 15, dipende piuttosto dal fatto che ciascuna ora di lavoro non sempre produce tutto il valore che sarebbe necessario per consentirci di essere sicuri del nostro presente e ottimisti sul nostro futuro.
Ci sono molti modi per capire meglio la natura di questo problema. Andrew Warner, senior economist alla Millennium Challenge Corporation, ha fatto uno studio accurato sulla produttività del lavoro nei vari paesi, e uno dei parametri che adotta è la crescita del pil per ora lavorata. Ebbene, tra il 1995 e il 2000 la crescita del pil per ora lavorata è stata del 9,20 per cento in Irlanda, paese leader di questa classifica, tra il 2,2 e il 2,6 per cento nel Regno Unito, in Germania, in Francia e negli Stati Uniti, solo dell' 1,73 per cento in Italia, fanalino di coda tra i 18 paesi presi in considerazione.
In quello stesso studio Warner individua quattro barriere alla crescita della produttività oraria e mette a confronto su di esse i vari paesi. Le barriere sono: la formazione, l' organizzazione del lavoro, le normative e la qualità delle infrastrutture. In tutti e quattro la posizione dell' Italia è peggiore di quella degli altri grandi paesi industrializzati e, nel caso delle infrastrutture, è tra le peggiori in assoluto. Le conclusioni alle quali questa analisi ci porta è che puntare sulla compressione del costo del lavoro per rilanciare la competitività dell' Italia non solo non è realistico ma rischia di essere un grave errore strategico. Il che non vuol dire che il costo del lavoro è una variabile indipendente, ma che in questo momento della storia e dell' economia mondiale, quello su cui si deve incidere assai più che il costo è invece il contenuto del lavoro.
Bisogna aumentare da una parte la produttività e dall' altra il valore delle cose prodotte, in maniera tale da remunerare adeguatamente il lavoro e il capitale e consentire di porre le premesse per un aumento costante ed economicamente sostenibile dei redditi e del benessere futuro. E' una questione che riguarda tutti, la politica e le istituzioni, la pubblica amministrazione, le imprese e i sindacati. La scelta è tra puntare sulla crescita della produttività e del valore delle produzioni, oppure come è accaduto negli ultimi anni limitarsi a mantenere il modello produttivo e competitivo esistente cercando finché possibile di tenerlo in piedi comprimendo i costi.

Ovviamente non ci possiamo permettere di buttare via nulla, né sarebbe giusto farlo, quindi lo sforzo che le imprese stanno facendo per restare a galla è legittimo e anche lodevole. Se però dopo la resistenza non si passa alla crescita, per molti rischia di essere solo un prolungamento dell' agonia.
Ma cosa vuol dire scegliere di puntare sulla crescita della produttività e del valore delle produzioni? Vuol dire cambiare mentalità. Vuol dire concentrarsi sui problemi veri e impegnarsi per rimuovere le barriere all' aumento della produttività, investire in tecnologia, in formazione, in qualità manageriale. Vuol dire aumentare la flessibilità del lavoro, che serve come il pane, ma che è utile al sistema se rende più efficiente l'organizzazione del lavoro, e diventa invece negativa se rende il lavoro precario al solo scopo di abbassarne il costo. Vuol dire esaminare ogni legge, già in vigore o nuova, valutandone la comprensibilità, la semplicità di applicazione, l' effetto sulla modernizzazione del sistema. Vuol dire rischiare uscendo dai settori tradizionali non aspettandosi di raccogliere già domani. Vuol dire capire che i problemi dell'Italia di oggi non sono quelli di vent'anni fa e che gli strumenti di vent'anni fa non sono più quelli giusti per risolverli.

**

Pensiamo che si indichi chiaramente che il problema della produttività in Italia non è legato ad un aumento delle ore lavorate.
Qui emerge tutta le debolezza dell'economia italiana, su Repubblica è stato pubblicato un articolo di Spaventa sulla mancanza di investimenti sull'innovazione in Italia.

**

Citato da: Luigi Spaventa su Repubblica

Le colpe delle imprese

Luigi Spaventa - La Repubblica
Esistono mille buone ragioni per modificare il sistema contrattuale nel mercato del lavoro: non solo un miglioramento di efficienza; ancor più, come argomentano da tempo Pietro Ichino, Tito Boeri, Pietro Garibaldi, una riduzione delle iniquità causate dalla coesistenza di un assetto rigido e antiquato con esperimenti di liberalizzazione privi di reti di protezione, normativa e sindacale.

Fra quelle ragioni, tuttavia, ve n’è una che persuade proprio poco, perché non regge alla verifica. Al convegno di Santa Margherita dei "giovani imprenditori" (che non devono essere poi tanti, se nel 2006 in neppure il 2 per cento delle imprese industriali gli imprenditori avevano non più di 35 anni, mentre in oltre 50 per cento ne avevano più di 56), la presidente signora Guidi ha sostenuto che un maggior spazio della contrattazione aziendale (e magari individuale) risolverebbe il problema della bassa produttività del lavoro.

Ma si può davvero credere che il disperante andamento negli ultimi sette anni – nell’industria manifatturiera produttività in calo nel quinquennio 2001-2005 e piatta nell’ultimo biennio – sia imputabile all’assetto contrattuale nazionale, e non piuttosto a scelte ragionate delle imprese?

Se il livello e la dinamica della produttività del lavoro dipendessero in prevalenza dall’impegno dei lavoratori, pur condizionato dal regime contrattuale, dovremmo concludere che negli ultimi vent’anni si è verificato un impigrimento collettivo della cosiddetta forza lavoro. Si sa invece che le determinanti principali sono la dotazione di capitale e, ancor più, il ritmo dell’innovazione, che migliora l’efficienza dei processi produttivi ed è misurato dalla produttività totale dei fattori. Nell’industria in senso stretto (un aggregato più ampio della manifatturiera) il calo della produttività del lavoro fra il 2001 e il 2006 è spiegato da una riduzione ancor più vistosa della produttività totale dei fattori, mentre è aumentata di poco l’intensità di capitale.

L’industria italiana, dunque, non ha innovato (la spesa privata in ricerca e sviluppo in rapporto al prodotto è pari alla metà di quella media europea) e ha investito poco. Le ragioni? Usiamo le parole di una relazione della Banca d’Italia, che fra i problemi della bassa crescita dell’economia italiana mette al primo posto «la capacità di innovare del sistema produttivo»: «L’aumento nella flessibilità dell’utilizzo, la lunga fase di moderazione salariale e la rapida crescita dei flussi migratori hanno reso meno costoso l’impiego del fattore lavoro rispetto al capitale». Si è scelto così un modello basato sulla crescita dell’occupazione piuttosto che sull’investimento e sull’innovazione; e neppure troppo attento al merito individuale, se è vero che «i premi aziendali sembrano poco correlati ai risultati».

L’andamento della produttività dipende dunque da scelte libere, e legittime, delle imprese, che il regime contrattuale non sembra aver condizionato più di tanto (se non, come, si è visto, per una maggiore flessibilità). Piuttosto, al di là di noti condizionamenti esterni (eccesso di regolazione, inadeguatezza delle infrastrutture pubbliche, istruzione insufficiente), vi erano condizionamenti interni al sistema produttivo: soprattutto una struttura dimensionale e una composizione della produzione difformi da quelle dei maggiori Paesi europei, che hanno ostacolato l’adattamento al nuovo mondo della tecnologia e della concorrenza internazionale.

L’investimento, l’innovazione, e dunque la produttività, sono inversamente correlati alla dimensione; i processi di riconversione produttiva sono lenti e costosi. Non sorprende che, per anni, queste difficoltà abbiano provocato scelte difensive e di retroguardia e, pertanto, gli esiti di produttività sopra richiamati.
Le scelte delle imprese non dipendono, grazie a Dio, da un contratto, nazionale o aziendale (e si vorrebbe che non dipendessero per nulla da interventi pubblici).
Ma esiste un altro contratto implicito, che alla lunga ne indirizza i comportamenti in vista del profitto: quello del libero scambio in un mercato globale. Gli effetti, benefici, si cominciano a vedere. Da un paio d’anni, mentre è aumentata la mortalità nell’universo delle imprese, quelle che rimangono si rafforzano, per sopravvivere: «La crescente pressione competitiva…e la disciplina del cambio…sono tra i principali fattori che hanno messo in moto la ristrutturazione del sistema produttivo italiano, attraverso un’intensa riallocazione di risorse…in favore delle imprese più efficienti e profondi cambiamenti nelle strategie aziendali».

È ripresa la crescita delle esportazioni; in alcuni settori l’andamento della produttività ha invertito il segno. La riforma del sistema contrattuale serve: ma, per creare sviluppo, serve soprattutto che il cambiamento del modello seguito per troppo tempo dalle imprese italiane continui e si consolidi.

**

La conclusione è che l’intervento proposto dal governo è ampiamente negativo, non risolve nulla e tende ad ampliare ancora tendenze negative della nostra economia.
Diremmo che comunque l’uso della leva fiscale per ridistribuzione del reddito non è vincente e non risolve il problema.


Cosa fare allora. Proposta
La proposta deve andare verso l’attirare fondi ed investimenti sul settore produttivo per ammodernare sia il prodotto che il ciclo di produzione.
Alcune proposte possono essere:
a) innalzamento della tassazione sui redditi finanziari al 20%, come dappertutto nel mondo occidentale;
b) rivedere i percorsi formativi della scuola e dell’università per favorire il miglioramento delle competenze;
c) invogliare capitali italiani e stranieri per investimenti su produzioni ad alto contenuto tecnologico e/o artigianali di pregio, utilizzando la leva fiscale, il miglioramento delle infrastrutture fisiche e di comunicazione digitale;
d) esercitare un ruolo politico di mediazione affinché i contratti nazionali recepiscano la necessità di ridistribuire il reddito verso i lavoratori dipendenti;
e) incentivare, con la leva fiscale, la formazione sul lavoro per favorire la riconversione della produzione;
f) istituire una contrattazione di secondo livello che favorisca il riconoscimento del merito nella partecipazione ai risultati aziendali e che non penalizzi i lavoratori delle piccole e medie imprese che spesso non hanno un’adeguata rappresentanza sindacale, per la partecipazione ai seguenti risultati sulla base:
1) sia del raggiungimento dei risultati previsti aziendali generalizzato a tutti i dipendenti;
2) sia il riconoscimento per coloro che hanno espresso migliore professionalità.
Quindi la proposta di detassazione sul lavoro straordinario apre la finestra a tutta la concezione del mondo produttivo e del lavoro.
Il lavoro atipico va completamente ridisegnato nella normativa per evitare la precarizzazione a vita. Pensiamo che l'economia non possa essere solo quella dei call center a basso contenuto di competenze. Spesso molti laureati finiscono lì perché sanno parlare in modo convincente in italiano.
Ovvio che chi è in attesa di un rinnovo di contratto nei mesi successivi sorvola su qualche ora in più di lavoro prestato.
E' inutile correre di più da precario se gli altri corrono con i treni, questa è la lezione che dovremmo imparare dagli ultimi anni della nostra storia economica.
Il problema è sopratutto di far invertire la rotta all'economia che, spinta dagli spiriti che più che animali sembrano sprovveduti, sta superando il punto di rottura di ogni equilibrio. Dalla speculazione dei subprime a quella sulle materie prime, si sposta solo il terreno di razzia, a pagare sono sempre gli stessi e la domanda potrebbe bloccarsi sul mercato con un effetto domino spaventoso.
Si deve garantire che tutti i dati macro economici garantiscano la necessaria crescita dell'economia per poter distribuire ricchezza ma si deve anche decidere dove far pendere l'ago della bilancia per la ridistribuzione della ricchezza.
Dal punto di vista teorico le soluzioni vincenti sono quelle cooperative, tutti abbiamo sentito parlare di John Nash e della teoria dei giochi non a somma zero.
Questo ha ricadute sul concetto di welfare e sulla concezione dei servizi offerti al cittadino, dai servizi amministrativi, sanitari, formazione ed educazione, sicurezza, difesa, etc..
Fa un po' venire la pelle d'oca l'idea che alcuni servizi possano essere garantiti sub iudice al cittadino, che ci sia l'idea che lucrare sui servizi basilari di competenza di uno Stato possa introdurre efficienza che arricchisca tutti. L'esempio della sanità statunitense è lì a monito, qualche anno fa si parlava di trenta milioni di dannati esclusi.
Ritornando al tema i servizi di ogni tipo offerti al cittadino questi sono fondamentali per lo stare insieme, quindi è un grande valore per tutta la comunità - società.
Ripeto senza servizi sociali efficienti come possono le donne vivere appieno tutta la loro vita?
O stanno chine a far gli straordinari senza altra prospettiva che sbarcare il lunario o hanno una vita piena senza pensare a sbarcare il lunario.
Uno dei maggiori contributi offerti dal precedente governo è stato la trattazione della spesa pubblica operata da Padoa Schioppa, a rileggerlo si trovano analisi e soluzioni evidenti.
Bisogna considerare che la spesa sembra troppo elevata perché la ricchezza non cresce, ma la spesa è in linea con gli altri paesi europei come valore assoluto.
Perciò c'è bisogno di ristrutturare completamente il funzionamento dei servizi garantiti dallo stato, ammodernare il "ciclo produttivo".

Questo rende più simile gli interventi di politica di gestione delle retribuzioni a quelle del privato, se vuoi servizi e vuoi impegno allora devi garantirti personale competente e motivato, andando a concorrere con le aziende private.
Anche qui la soluzione non può essere di pretendere maggiori prestazioni orarie per supplire la mancanza di professionalità e mezzi, ma di dare quanto serve per allinearci con i paesi industrializzati.
Purtroppo oggi siamo in attesa che la pretesa del reddito da investimento finanziario di minimizzare risorse per i servizi dello stato, per lasciare più alti margini di guadagno alla propria speculazione, porti ai ciclici disastri da avvelenamento dei pozzi che abbiamo visto nella storia.
Siamo proprio smemorati ed è proprio vero che chi non comprende gli errori fatti nella storia e condannato a ripercorrerli.
È necessaria una nuova visione dell'economia italiana, solo quando avremo allineato la nostra economia a quelle avanzate per contenuto innovativo potremo uscire dall'emergenza.


(fine)



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Elaborato del Gruppo di Studio www.Forumista.net - (Coordinatore: Darwin).


Ultima modifica di Ospite il dom lug 06, 2008 08:43 am, modificato 3 volte in totale.

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 Oggetto del messaggio: Documento n° 1... il forum c'è!
MessaggioInviato: ven lug 04, 2008 07:43 am 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:02 pm
Messaggi: 25475
Un grazie a Darwin e agli amici/che del Gruppo.

All'Amministrazione (e a Callipigia) la preghiera di migliorare la leggibilità dei nostri messaggi.

ciaooooooooooooo


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 Oggetto del messaggio:
MessaggioInviato: ven lug 04, 2008 14:34 pm 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:05 pm
Messaggi: 4906
Cosa fare allora. Proposta

Oltre quanto previsto nel documento, aggiungerei che diventa ineludibile ritornare ad un vecchio provvedimento introdotto dal centrosinsitra: il Fiscal-Drag.

Non vi può essere un intervento su stipendi, salari e pensioni che non incida sostanzailamente su tutti e secondo le capacità contributive proporzionali e/o progressive, senza aggravi di costo del personale sulle imprese, specialmente quelle piccole.

La detassazione degli straordinari, in vigore solo dal 1° luglio e per sei mesi, risulterà del tutto insuficiente a ristabilire un minimo di capacità di spesa per la gran massa dei lavoratori dipendenti italiani.

Si sono esclusi da questa detassazione i dipendenti pubblici, tutti, e inciderà solamanete su una parte limitata di quelli privati, con esclusione di gra parte del mondo del lavoro femminile, quello precario, quello simulato in proprio, ma di fatto dipendente.

Questo nel brevissimo periodo, che pure sta già divenendo, per colpa di questo governo e maggioranza, sin troppo lungo.

A più lunga scadenza c'è la necessità di rivedere i meccaismi di costo del lavoro dipendente sulle aziende a conduzione familiare e quelle che sono comunque di piccola dimensione (meno di 10-15 dipendenti).

In particolare vanno rivisti gli studi di settore e il principio secondo cui se un'azienda assume, necessariamente ha maggiori guadagni NETTI e tassabili.

Troppo gravoso è inoltre il costo complessivo di un dipendente. Eccessiva la differenza tra costo aziendale complessivo e retribuzione netta in tasca al dipendente.


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MessaggioInviato: ven lug 04, 2008 19:49 pm 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:11 pm
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Analisi interessante.
Mi permetto però di precisare una cosa: prendere un provvedimento volto alla riduzione della tassazione sul lavoro straordinario o premio lavorativo, può non essere RISOLUTIVO.. 60 euro in pioù a famiglia non leva certo dai guai chi non arriva a fine mese.
Vorrei però dire che è un provvedimento, è un inizio: nessuno dice "ah ora con la detassazione degli straordinari stiamo tutti bene", bisogna prendere tanti altri provvedimenti complementari a questo.. non si risolve tutto con un provvedimento, e nessuno lo ha mai detto.

Riguardo la tua proposta di aumentare le tasse delle rendite finanziarie mi trovi in disaccordo.. spiego il perchè.

Apparte quelle persone che LAVORANO con i mercati e con il trading, che quindi forse sono quelli che vanno giustamente tassati, molti, specialmente i più ricchi, utilizzano il mercato azionario per non tenere i soldi fermi in banca: acquistano azioni e fondi d'investimento per ottenere un minimo d'interesse in più di quello che prendono con ContoArancio.
Aumentare la tassazione renderebbe sconveniente, per questi grandi patrimoni, l'utilizzo della borsa come metodo d'investimento, per rigirarli su altre tipologie di beni: uno su tutto gli immobili

Spingere i "grandi ricchi" a investire sul mattone invece che in borsa porterebbe sicuramente a una depressione in borsa, andando a creare danno ai piccoli risparmiatori che hanno poche azioni, e sopratutto aumenterebbe il prezzo degli immobili già alle stelle.
La fuga in massa dei capitali dalla borsa è quanto di più pericoloso può accadere

AGGIUNTA IN QUANTO NON AVEVO FINITO SORRY

Premetto di avanzare anche io una proposta, proposta che la stessa destra aveva fatto: oltre alla detassazione al 10% di straordinari e premi, si potrebbe portare, per chi non ha premi/straordinari, la detassazione della tredicesima, o in generale di un mese a caso (magari il mese estivo di agosto) sempre ovviamente al disotto dei 3000 euro.


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MessaggioInviato: ven lug 04, 2008 23:34 pm 
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votoSB ha scritto:
Analisi interessante.
Mi permetto però di precisare una cosa: prendere un provvedimento volto alla riduzione della tassazione sul lavoro straordinario o premio lavorativo, può non essere RISOLUTIVO.. 60 euro in pioù a famiglia non leva certo dai guai chi non arriva a fine mese.
Vorrei però dire che è un provvedimento, è un inizio: nessuno dice "ah ora con la detassazione degli straordinari stiamo tutti bene", bisogna prendere tanti altri provvedimenti complementari a questo.. non si risolve tutto con un provvedimento, e nessuno lo ha mai detto.

Riguardo la tua proposta di aumentare le tasse delle rendite finanziarie mi trovi in disaccordo.. spiego il perchè.

Apparte quelle persone che LAVORANO con i mercati e con il trading, che quindi forse sono quelli che vanno giustamente tassati, molti, specialmente i più ricchi, utilizzano il mercato azionario per non tenere i soldi fermi in banca: acquistano azioni e fondi d'investimento per ottenere un minimo d'interesse in più di quello che prendono con ContoArancio.
Aumentare la tassazione renderebbe sconveniente, per questi grandi patrimoni, l'utilizzo della borsa come metodo d'investimento, per rigirarli su altre tipologie di beni: uno su tutto gli immobili

Spingere i "grandi ricchi" a investire sul mattone invece che in borsa porterebbe sicuramente a una depressione in borsa, andando a creare danno ai piccoli risparmiatori che hanno poche azioni, e sopratutto aumenterebbe il prezzo degli immobili già alle stelle.
La fuga in massa dei capitali dalla borsa è quanto di più pericoloso può accadere

AGGIUNTA IN QUANTO NON AVEVO FINITO SORRY

Premetto di avanzare anche io una proposta, proposta che la stessa destra aveva fatto: oltre alla detassazione al 10% di straordinari e premi, si potrebbe portare, per chi non ha premi/straordinari, la detassazione della tredicesima, o in generale di un mese a caso (magari il mese estivo di agosto) sempre ovviamente al disotto dei 3000 euro.


Due piccoli appunti dalle notizie giunte dagli istituti statistici.
In Italia i redditi da lavoro sono i più bassi e si lavora per una settimana in più. Dire che per riuscire a vivere bisogna lavorare di più significa non aver capito qual è la natura del disastro, pochi investimenti per innovazione e ricerca sul prodotto e sul ciclo di produzione.
Sul costo del lavoro si è raschiato il fondo del barile a meno di non ributtarci indietro al livello di vita di cinesi ed indiani, cioé a livelli da terzo mondo, con tutto ciò che consegue a livello sociale, il risultato sarebbe una conflittualità da blocco della produzione con tutte le conseguenza del caso.
Bisogna rendere più redditivo il lavoro e per questo c'è bisogno degli investimenti e quindi andare a tassare la pura speculazione. I lai sollevati da Tremonti contro la globalizzazione fanno emergere tutta la pochezza della comprensione di un'economia moderna, con rigurgiti da economia corporativa o pianificata. Quindi bisogna portare gli investimenti verso la produzione, perché i redditi più alti nella borsa sono stati quelli da rendita finanziaria, cioé sui prestiti concessi con facilità tanto il rendimento era scontato, fino allo scoppiare della bolla sui sub prime.

Secondo appunto i redditi da mattone sono tassati per i grossi investitori ben oltre il 20% (oltre il 43%), per cui il rischio di distogliere gli investimenti dalla borsa non c'è. Sembra solo una difesa di una posizione di privilegio che non ha riscontri in tutto il mondo occidentale, fu introdotta quando c'era la liretta sempre svalutata per invogliare gli investimenti qui in Italia date le condizioni strutturali, con l'euro non ha proprio più senso siamo in un'economia ben diversa.
Circa la detassazione della tredicesima rischia di provocare una bolla inflattiva in coincidenza con le spese natalizie, non mi sembra ce ne sia bisogno. Bisogna portare a livelli decenti le retribuzioni e qui sono possibili interventi immediati con i soldi che ci sono a disposizione dello stato (con il recupero del fiscal drag per esempio o gli interventi previsti di detassazione sulle retribuzioni dal governo Prodi) e delle aziende e, sopratutto, una svolta in politica economica che rafforzi gli investimenti in innovazione e ricerca.


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MessaggioInviato: dom lug 06, 2008 02:51 am 

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[color=indigo]a proposito del paragrafo dedicato alla discriminazione di genere:

"vivere una vita piena" riferito alle donne e magari in allusione al fatto che devono fare e accudire figli (o familiari) non mi piace molto.

la vita piena la si vive anche se non si fanno e non si accudiscono i figli.

altrimenti se si parla di vita piena questo concetto deve valere per entrambi i sessi.

altrimenti si avvalla il solito cliché (di antica memoria fascista e maschilista) che una donna è donna solo quando fa figli.

la discriminazione è un'altra.

servono normative che permettano alle donne di mantenersi il posto di lavoro (senza penalizzazioni) pur scegliendo di fare e accudire figli.

mentre ora se hai figli o devi accudire familiari perdi gli straordinari, e quindi non guadagni.

ma secondo me va detto chiaramente, anche perché lo stato di cose attuale contraddice in pieno le politiche familiari che questo governo di fascisti crede di poter migliorare.

ciao
paola


p.s. mi scuso per questo intervento a posteriori, ma nei giorni scorsi non ho potuto concedermi troppo tempo per approfondire[/b]


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MessaggioInviato: dom lug 06, 2008 10:18 am 
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Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:02 pm
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Ciao Paola,
intervento graditissimo il tuo, perché in effetti un po' di ambiguità c'è in quella frase.
Per piena si deve intendere la percorribilità di tutte le possibili scelte.
Non mi riferirei alla cura dei figli nello sviluppo e nelle normali vicissitudini della vita quando c'è qualcuno che ha più bisogno in famiglia di aiuto e cure. Lì dei passi avanti sono stati fatti conil riconoscimento un po' più paritetico dei ruoli negli impegni familiari, mi riferisco alla richiesta di periodi di assenza dal lavoro legati alla necessità di cura per i figli.
Mi riferisco proprio al periodo di gestazione e post parto.
Se una donna non gode di fatto di questo tentativo di riequilibrio dei redditi, perché centrato tutto su criteri centrati sull'allungamento del tempo lavoro, sarà più difficile per lei fare questa scelta, sarà a volte discriminata se non ha un aiuto consistente familiare.
Si potrebbe poi estremizzare considerando le condizioni delle donne precarie e quelle che hanno scelto di avere un figlio da sole, anche con le possibilità della procreazione assistita per cui un partner proprio non esiste.
Comunque su questo tema sarebbe bello anche un confronto sulle leggi intorno alla famiglia ed alla parità dei diritti di genere.


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MessaggioInviato: dom lug 06, 2008 21:02 pm 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:06 pm
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darwin ha scritto:
Ciao Paola,
intervento graditissimo il tuo, perché in effetti un po' di ambiguità c'è in quella frase.
Per piena si deve intendere la percorribilità di tutte le possibili scelte.
Non mi riferirei alla cura dei figli nello sviluppo e nelle normali vicissitudini della vita quando c'è qualcuno che ha più bisogno in famiglia di aiuto e cure. Lì dei passi avanti sono stati fatti conil riconoscimento un po' più paritetico dei ruoli negli impegni familiari, mi riferisco alla richiesta di periodi di assenza dal lavoro legati alla necessità di cura per i figli.
Mi riferisco proprio al periodo di gestazione e post parto.
Se una donna non gode di fatto di questo tentativo di riequilibrio dei redditi, perché centrato tutto su criteri centrati sull'allungamento del tempo lavoro, sarà più difficile per lei fare questa scelta, sarà a volte discriminata se non ha un aiuto consistente familiare.
Si potrebbe poi estremizzare considerando le condizioni delle donne precarie e quelle che hanno scelto di avere un figlio da sole, anche con le possibilità della procreazione assistita per cui un partner proprio non esiste.
Comunque su questo tema sarebbe bello anche un confronto sulle leggi intorno alla famiglia ed alla parità dei diritti di genere.



[color=indigo]caro Darwin, grazie per l'apprezzamento, ma cosa vuoi che me ne faccia delle politiche familiari quando ancora è possibile estorcere a una giovane donna una dichiarazione che non farà figli, da parte dell'azienda che la dovrebbe assumere.
Ennesima testimonianza di una mia attuale collega, in relazione a una sua precedente esperienza.

Ti faccio una domanda che non vuole essere retorica: sai se ci sono normative che REALMENTE impediscano che ciò accada? sai se ci sono REALI sanzioni, ma serie, nelle quali l'azienda possa incorrere?

E' il simbolico che sta alla base che si dovrebbe stravolgere, quello che legittima l'idea che, in fondo, una donna che decida di fare un figlio rappresenti una perdita per l'azienda. Perché questo simbolico non è solo patrimonio di un netto schieramento politico. Ed è anche il simbolico che prevede che la donna, per lavorare e guadagnare, si debba omologare a un uomo, non solo nella sua fisiologia, ma anche nei pensieri e nelle emozioni.

Io questa partecipazione, questa lotta a un certo modo di pensare non l'ho presa dai libri o da un manifesto di partito, l'ho sentita dentro di me perché li è nata. E non posso, non voglio accettare compromessi sacrificandola anche solo in parte. Per me il femminismo non è andare a ballare tra donne.

Ti dirò, Darwin, io sto prendendo in seria considerazione l'idea di defilarmi dal nostro gruppo di studio.
Perché se la "magnifica solitudine" con la quale mi approccio al forum (almeno per alcuni temi) mi appaga e a volte anche mi diverte, il fatto di essere la sola ad aver ingaggiato una quotidiana lotta con il patriarcato (e con tutti gli stereotipi annessi) nel nostro piccolo gruppo mi sta stancando.

Non mi interessa tanto la solidarietà che posso trovare sui grandi temi, ma mi ritrovo sola a considerare e a fronteggiare tutti i piccoli, perversi e continui stereotipi che l'universale maschile impone alle donne (a certe donne, quelle che se ne accorgono, beninteso).

Sia ben chiaro che non ne faccio una colpa agli uomini del gruppo anzi, li ringrazio di cuore per la sensibilità e la disponibilità con le quali hanno sempre accolto le mie istanze.
Ma è il sentirmi sempre e costantemente sola in questo compito che mi sta angustiando, soprattutto in un ambito così ristretto e con tempi non sempre a mia misura.
Mi sono ritrovata a perdere sonno per stare al passo e leggere diversi pistolotti di 50 righe ognuno, quando io mi preoccupo di sintetizzare al massimo, ritenendo che quello che penso può darsi che non interessi tutti.
E, dato che non mi interessa trovare estimatori negli ambienti politici né fare carriera in un partito, mi sembra saggio prendere le distanze da questa esperienza.

Oggi più che mai capisco gli atteggiamenti separatisti di un certo femminismo.
Sia chiaro che nel forum resto, perché posso usare tempi e partecipazioni che mi costano meno, e continuerò ad essere grata al forum di questa possibilità.

ciao
paola[/b]


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MessaggioInviato: lun lug 07, 2008 02:37 am 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:05 pm
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Paola, non mi pare che ciò di cui ti lamenti sia effettivamente come tu hai detto.

Non mi pare che la tua solitudine sia quella di una donna che tra uomini non ha spazio e che quegli uomini siano maschilisti.

Dove? Quando?

Siamo tre gatti, qualcuno, come me, anche poco presenti ... ???


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 Oggetto del messaggio: Siamo alle solite...
MessaggioInviato: lun lug 07, 2008 08:20 am 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:02 pm
Messaggi: 25475
Quella di Paola mi sembra la trave delle proprie personali insoddisfazioni messa di traverso tra le ruote di un carro che ha percorso pochi metri (grazie anche a lei) eppure suscita già la ricerca di pagliuzze inconsistenti.

Non soltanto per fortuna chi ha voluto costituire il Gruppo non ha vestito, ne voluto far vestire ad altri, il ruolo di leader contro cui oggi sarebbe già aperto il gioco dello scatenargli contro personalissimi fulmini.

Le esperienze passate e un minimo di intelligenza hanno aiutato.

ciaoooooo


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MessaggioInviato: lun lug 07, 2008 14:43 pm 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:06 pm
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matleo ha scritto:
Paola, non mi pare che ciò di cui ti lamenti sia effettivamente come tu hai detto.

Non mi pare che la tua solitudine sia quella di una donna che tra uomini non ha spazio e che quegli uomini siano maschilisti.

Dove? Quando?

Siamo tre gatti, qualcuno, come me, anche poco presenti ... ???



ciao Matleo, infatti non l'ho mai detto, né pensato.
e nell'intervento precedente mi sono anche preoccupata di precisarlo.

ciao
paola


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MessaggioInviato: lun lug 07, 2008 18:05 pm 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:06 pm
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Credo che le politiche familiari siano discorso altro dalla vita in azienda di una donna, anche se è normale che le due cose si vadano ad intersecare: Credo siano altro proprio in virtù di quello che diceva paola. Nonostante il mio nickname, che ha un motivo ed una storia, il mio essere madre è una esperienza intima che va a riflettersi sulla vita che questa condizione mi impone, ma nei pensieri, nei ragionamenti, negli ideali, e nell'affrontare il sociale il mio essere madre ha ben poca importanza: che io sia madre non significa che non mi interssi delle donne che non lo sono. Ed in effetti nel mondo del lavoro i problemi di una donna non sono solo quelli legati alla "famiglia". Esiste una disparità di trattamento economico. Esistono insidie che mai toccano un uomo. Esistono colloqui fatti con il discrimine di cui parlava paola... le dichiarazioni di rinunciare alla maternità o le dimissioni firmate in bianco da utilizzare in caso di gravidanza.
Ma in generale, paola (e qui mi rivolgo direttamente a te), nel mio discutere o ragionare difficilmente mi pongo "da donna". Probabilmente perchè non riconosco differenza alcuna (se non forse una maggiore intelligenza :D ), se non nel momento in cui l'essere maschile o femminile non salta in evidenza. E questo senza "omologarmi" ad un uomo, in fisiologia, pensieri ed emozioni.
Per me il femminismo non è andare a ballare tra donne.... quello è divertimento! Ma non è neanche rimarcare di continuo il mio essere donna: la mia soddisfazione arriva nel momento in cui chi interloquisce con me non percepisce se sono donna o uomo... sempre che la differenza tra l'essre uomo o donna non diventi sostanziale e necessario nel dibattito. Il patriarcato nella vita quotidiana lo sconfiggo nel momento stesso in cui nel mio quotidiano non esiste, nel senso che non ne riconosco l'esistenza. E non mi sento sola, forse perchè sono sola in così tante cose che questa va a fare compagnia alle altre!
Dico sinceramente: non mi va di sedermi ad un tavolo con la necessità di specificare "hei, sono donna... e femminista!" La sentirei una sconfitta: sono consapevole del cammino lungo che ancora dobbiamo percorrere, ma non ho voglia di rinchiudermi in una gabbia come un animale in via di estinzione: ci sono cose che per me sono assodate, e vivo di conseguenza, pagando sulla mia pelle i comportamenti che finisco col tenere... ne ho persi di lavori per questo, e questo è stato il prezzo più piccolo che ho pagato! (magari matleo si ricorda qualcosa, chissa!) Ma l'unico modo per me di vincere questa lotta al patriarcato di cui parli, paola, è di continuare ad agire come se ciò che ritengo assodato lo fosse davvero: cosa che spiazza le altre donne, prima ancora che gli uomini. Molte però capiscono.
Parentesi estremamente OT, ma essendo l'unica altra donna del gruppo, vedendo la possibilità che io possa restare l'unica in assoluto, mi sembrava doveroso dire a paola che, pur se con modi e pensieri diversi, non è una battaglia solitaria la sua: siamo almeno in 2.


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MessaggioInviato: lun lug 07, 2008 18:52 pm 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:05 pm
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Una cosa è certa.Negli ultimi anni i diritti dei lavoratori si sono ridotti, ancora di piu per le donne.
Molti fattori hanno prodotto questo.La globalizzazione, entrata di persone di altri paesi con costi minori,in tutti i settori.La delocalizzazione delle fabbriche.Ora un datore di lavoro a molta scelta nell'assumere.
Poi le politiche sbagliate sia dei governi di centrosinistra che di centrodestra.
Ora come dice Sacconi che nel privato la maggioranza dei lavoratori ha votato per la lega , e Berlusconi.
Bene: penso che quei lavoratori si siano già accorti della fregatura.
Ciao
Paolo11


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 Oggetto del messaggio: Re: Siamo alle solite...
MessaggioInviato: lun lug 07, 2008 23:34 pm 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:06 pm
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Arlecchino ha scritto:
Quella di Paola mi sembra la trave delle proprie personali insoddisfazioni messa di traverso tra le ruote di un carro che ha percorso pochi metri (grazie anche a lei) eppure suscita già la ricerca di pagliuzze inconsistenti.

Non soltanto per fortuna chi ha voluto costituire il Gruppo non ha vestito, ne voluto far vestire ad altri, il ruolo di leader contro cui oggi sarebbe già aperto il gioco dello scatenargli contro personalissimi fulmini.

Le esperienze passate e un minimo di intelligenza hanno aiutato.

ciaoooooo



[color=indigo]ciao Gianni, almeno per quanto mi riguarda non si tratta di personalissimi fulmini contro nessuno, te compreso.
Se le parole non sono aria (e faccio spesso attenzione a che ciò non avvenga) ho scritto chiaramente il motivo del mio defilarmi.
Ma se occorre te lo posso spiegare meglio: in questo periodo per motivi ai quali già avevo accennato non ho né sufficiente tempo né di conseguenza sufficiente energia per seguire come vorrei la crescita degli argomenti nel nostro piccolo spazio.

Ne consegue che non potrei intervenire né fornire apporti con completa cognizione di causa, e nello stesso tempo non me la sento di avvallare del tutto documenti dai quali non mi posso sentire rappresentata per il taglio che invece ritengo sarebbe necessario.
Tutto qui.

Ti sarei però stata grata se mi avessi risparmiato la bacchetta delle "personali insoddisfazioni".
Vedo che questa abitudine di attaccare sul mio personale, che tu fra l'altro non conosci, arriva dai più insospettabili.
Peccato.

ciao
paola[/b]


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