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 Oggetto del messaggio: Non sprecare questa forza
MessaggioInviato: lun ott 15, 2007 08:55 am 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:01 pm
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L'EDITORIALE
Non sprecare questa forza
di EZIO MAURO

Non è solo un risultato politico straordinario, il voto che ha dato vita al Partito democratico ieri, con più di tre milioni di cittadini impegnati nelle primarie che hanno scelto Walter Veltroni come leader con una maggioranza schiacciante; ma è un segnale per tutti, al di là dei recinti di parte, che ci dice qualcosa di inedito e di imprevisto sull'Italia di oggi, qualcosa che va controcorrente e dunque merita di essere osservato con attenzione.

Il Paese, dice questo segnale, non è omologato ad un falso senso comune impastato con i materiali di un ribellismo antistatale borghese e proprietario da un lato, e di una protesta popolare nichilista dall'altro. Anzi. Se si apre lo spazio per una partecipazione nuova al discorso pubblico - nuova nelle persone, nel linguaggio, nei riti, nei contenuti - quello spazio viene occupato e dilatato, quasi rivendicato dai cittadini: che lo rendono simbolico e dunque immediatamente significativo dal punto di vista politico e persino culturale, distruggendo in un solo giorno la povertà del cortocircuito che trasforma la politica in vaffanculo, ma anche l'esibizione muscolare di piazze, minacce e sondaggi, che vede il confronto politico come pura prova di forza.

C'è infatti l'evidente ricerca di un barlume in fondo al grigiore di questi giorni, nella mobilitazione di un pezzo d'Italia per partecipare alla fondazione di un partito. C'è la voglia quasi disperata di un nuovo inizio.

C'è la condanna per contrappasso di riti e giochi al massacro e al piccolo lucro politico - qui parliamo della sinistra - che disamorano gli elettori ad ogni rilevazione statistica, e sembravano averli consegnati al disimpegno, separandoli dal destino dei partiti, vecchi e nuovi, e dal loro divenire. Invece, e nonostante tutto, nel cosiddetto popolo della sinistra c'è ancora una disponibilità alla speranza, a ripartire e a riprovare, se soltanto si mostrano gli strumenti e gli uomini, i modi e le forme con cui tutto questo potrebbe, forse, accadere. Nel cinismo dominante di oggi, non era affatto scontato. In una formula, e prima ancora di parlare di politica, la giornata di ieri dimostra come per un pezzo rilevante d'Italia non si debba rinunciare a credere che il cambiamento è ancora possibile. Per la sinistra, non è una scoperta da poco, pochi giorni dopo il referendum sindacale nelle fabbriche, la sua partecipazione, il suo risultato e soprattutto il suo significato. Come scoprire di avere un popolo, e di averlo attivo e reattivo, dopo il timore - diciamo la verità - di averlo perduto.

Ma è per il Paese che questa riserva di fiducia e di partecipazione può contare. Perché può ridare respiro alla politica - tutta - e alle istituzioni, entrambe braccate. E perché separa la protesta di questi mesi dalla sua frettolosa definizione: non era antipolitica, infatti, ma richiesta di una politica "altra", radicalmente diversa. In questo modo, la ribellione può prendere la strada (la spinta) dell'impegno a cambiare, separandosi sia dai pifferi dei demagoghi che pretendevano di guidarla, sia dai tamburi dei populisti che speravano di dirottare il corteo. E sia, soprattutto, dai sospiri impazienti di chi da fuori pesava già le macerie politico-istituzionali, sperando in una nuova supplenza imprenditorial-terzista-professorale capace di forzare con alleanze da rotocalco la costituzione, il bipolarismo e i partiti.

E invece, ecco la parola "partito" che spunta da questa palude in parte spontanea e in parte interessata di disgusto per la politica, o almeno di disincanto e di lontananza. La cifra di qualità del voto di ieri, a ben vedere, sta nel fatto che non si votava per un premier, non si toccava l'intera platea di una coalizione, non si testimoniava una presenza al gazebo contro Berlusconi al potere, com'era accaduto alle primarie di Prodi e Bertinotti, con 4 milioni di cittadini-elettori. Questa volta è il richiamo di un partito che ha mobilitato più di tre milioni di persone, in un momento di governo calante, berlusconismo quiescente, partitismo languente. Com'è stato possibile? Perché non si tratta di un partito, ma di un partito-nuovo, come il New Labour annunciato da Blair all'inizio della sua avventura. Nuova la leadership, anche generazionalmente, nuovi i programmi, nuova la liturgia e nuovo soprattutto lo strumento di partecipazione diretta dei cittadini. In nessun Paese al mondo un partito moderno è nato dal coinvolgimento diretto di tre milioni di persone, e dalla loro scelta attraverso il voto. L'ultimo grande partito nato da noi - Forza Italia - è scaturito da una cassetta tv registrata, nello studio del leader proprietario, che tra un ficus e la scrivania annunciava di amare il suo Paese, nella solitudine elettronica del messaggio televisivo.

L'Italia non è così distratta da non aver percepito la differenza, e forse persino il suono drammatico dell'autenticità in quest'ultimo tentativo di reinvenzione della sinistra, dopo i ritardi tragici della sua storia, che hanno tanta colpa nelle sue sconfitte. E ha evidentemente percepito anche la novità della leadership di Veltroni, se l'ha consacrata con un consenso così alto proprio in una fase di caccia grossa all'uomo politico e a tutti i suoi simboli. Anche la competizione molto dura con Rosy Bindi e il confronto aperto con Enrico Letta, davanti agli elettori, hanno avuto il suono della novità. Ma Veltroni ha significato qualcosa di più, qualcosa legato al personaggio e al ruolo di sindaco di Roma: una sinistra capace di considerare le ragioni degli altri, un professionismo con tocchi efficaci di dilettantismo, dunque decifrabile e non distante, un linguaggio aperto a codici nuovi, un orizzonte non più ideologico e tuttavia mitologico, una propensione dichiarata all'innovazione, che oggi resta anche a sinistra l'unica rivoluzione possibile.

Si capisce da quanto abbiamo detto come da tutto questo Veltroni riceva oggi una forza del tutto inedita nel mondo politico italiano. La riceve non solo dai numeri, ma dalla forma con cui sono stati espressi, dall'inedita coppia leader-cittadini uniti prima ancora che nasca il partito, dallo spiazzamento generale per una testimonianza politica massiccia in giorni di crisi della politica. Ha un solo modo per non sprecarla: usarla. Capendo, prima di tutto, che è una forza di cambiamento, per il cambiamento. Dunque, continuando a cambiare, subito, a costo di strappare, come sarà inevitabile. Altrimenti, la speranza che si è riaccesa si spegnerà, perché è l'ultima. Quel barlume che s'intravede in fondo alla crisi è come una miccia accesa. Che ci spinge a cambiare, tutti, ma con urgenza, per salvare il Paese.

(15 ottobre 2007)[/b]
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