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 Oggetto del messaggio: Colloquio tra Roberto Saviano e Luis Moreno-Ocampo
MessaggioInviato: mer lug 02, 2008 18:55 pm 

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L'Espresso


Tra padrini e dittatori

Colloquio tra Roberto Saviano e Luis Moreno-Ocampo



(a cura di Gianluca Di Feo)


Le tirannie e le mafie, la globalità dei traffici e i limiti delle autorità statali. Lo scrittore di 'Gomorra' incontra il procuratore internazionale, l'uomo che processò i generali argentini e ora persegue i genocidi.

In comune hanno il ricordo di una giornata speciale. Era martedì 3 luglio 1990.

Luis Moreno-Ocampo, il primo procuratore internazionale che persegue in tutto il pianeta i crimini contro l'umanità, aveva appena concluso il suo processo più importante. Aveva fatto condannare la giunta militare che si era impadronita del suo Paese dominandolo con l'orrore dei desaparecidos. Ma quel giorno come tutti i suoi connazionali pensava solo a tifare l'Argentina, scesa in campo contro l'Italia per la semifinale mondiale.

Dall'altro lato dell'Oceano, Roberto Saviano era un ragazzino che accanto al padre guardava la stessa partita. E come tutti i napoletani non tifava per gli azzurri, ma per Diego Armando Maradona. L'uomo con la maglia numero dieci è ancora oggi una figura leggendaria per lo scrittore campano. Per Moreno-Ocampo è stato il cliente più speciale dello studio legale che aveva aperto dopo il processo ai dittatori di Buenos Aires e prima delle inchieste sui massacratori africani: "Muoversi con lui era incredibile: c'erano folle che accorrevano per venerarlo. I poliziotti che dovevano arrestarlo, persino i magistrati chiamati a giudicarlo imploravano un autografo. A lui si perdonava tutto: persino il papa lo ha salutato dicendo 'Sono un suo tifoso'". "A Napoli era la stessa cosa", gli fa eco Saviano: "E anche adesso quando torna viene sempre accolto come un idolo". Moreno-Ocampo scuote la testa: "Semplicemente incredibile, pensare che era un bambino affamato. Poi è stato travolto dalla fama: ha perso il senso del limite".

Tutto l'attività del procuratore argentino è segnata da persone che hanno perso il senso del limite. Gli ufficiali argentini che hanno fatto sparire migliaia di oppositori; i tiranni che in Congo e in Uganda usano lo stupro come arma di massa o che in queste ore continuano a rendere il Darfur "una gigantesca scena del crimine".

E lui? Il primo procuratore con competenza planetaria, a cui si rivolgono le vittime più deboli, a cui viene chiesto di punire i governi e persino di valutare la legittimità 'dell'invasione anglo-americana dell'Iraq', non teme mai di perdere il senso del limite? Non ha mai la tentazione di abbandonare i vincoli del codice per assumere un ruolo politico in nome della giustizia? "Bisogna seguire il mandato e non uscirne mai fuori", spiega: "Quando cinque anni fa sono stato eletto in questo incarico, ho subito venduto il mio studio legale e ho rinunciato all'insegnamento ad Harvard: non solo dovevo essere indipendente, ma dovevo anche mostrare di non potere venire influenzato. La mia forza sta nella mia reputazione. Se tu segui la legge, se tu non esci dal mandato, allora sei rispettato, allora hai il consenso. E questo in soli cinque anni ha permesso alla Corte penale internazionale di raggiungere obiettivi che erano impensabili. Ma se ti lasci condizionare dall'agenda politica, allora sei morto".

Saviano porta subito la conversazione su un piano letterario: "Come ci si sente a giudicare i governi? Che sensazione prova un uomo di legge mentre non si misura con una piccola cosa, ma si trova in qualche modo a mettere sotto processo la storia"? "Dos feelings", Moreno-Ocampo abbandona istintivamente l'inglese della burocrazia Onu e passa al castigliano, più vicino a quella "madre patria" che sente di condividere con la Napoli dello scrittore: "Hai il privilegio di potere aiutare milioni di vittime, puoi contribuire a fermare violenze di dimensioni epocali. E sai che non stai lavorando per una singola nazione ma per il mondo intero: stai contribuendo a fondare le istituzioni di una nuova era. È una sensazione meravigliosa: lavorare per costruire il futuro".

"Ma il problema mafioso potrebbe essere affrontato con questi metodi? Non si tratta forse di una minaccia globalizzata che coinvolge l'intero pianeta", lo incalza Saviano.Il tema è quello di 'Gomorra', l'impero economico che unisce traffici globali e sfugge alle giustizie nazionali. "È proprio quello di cui sono venuto a parlare qui a Roma: la Banca mondiale sta discutendo di come le istituzioni finanziarie possano affrontare sfide globali. Il paradosso è proprio questo: noi abbiamo polizie nazionali e magistrati nazionali mentre i criminali sono internazionali. Quando ho cominciato le mie indagini per l'Onu, mi hanno segnalato che le armi per i massacri in Ituri, una regione del Congo, venivano fornite dalla mafia ucraina.

Allora mi sono rivolto all'Europol, chiedendo notizie. Loro mi hanno risposto stupiti: sappiamo tutto dei padrini ucraini, ma ignoravamo che operassero in Africa. Perché Europol è una realtà potente ma concentrata sull'Europa e gli sfugge che invece le cosche si sono radicate altrove. O quando un giudice spagnolo ha ricostruito i voli degli aerei dei narcos: decollavano dalla Colombia portando cocaina in Spagna, poi ripartivano verso Ituri con i kalashnikov per le milizie. È chiaro che questa dimensione richiede istituzioni globali. La Corte è un primo passo, in cui molti stati hanno rinunciato alla sovranità nazionale pur limitando il mandato ai crimini contro l'umanità e ai genocidi. Ma segna la nascita di un nuovo modo di fronteggiare la globalizzazione dei reati".

"E quindi la Corte dell'Onu potrebbe occuparsi di una figura come Salvatore Mancuso? Un personaggio che in Colombia è sia terrorista che narcotrafficante: con i suoi squadroni della morte ha commesso omicidi su larga scala...". Il procuratore non la scia finire la domanda a Saviano: "Sì, che probabilmente possono essere definiti crimini contro l'umanità. E infatti quello è un dossier preliminare che abbiamo aperto: stiamo esaminando gli elementi per capire se rientra nella nostra competenza. Sono stato in Colombia, ho incontrato le autorità, le vittime, i magistrati. Prima di procedere vogliamo capire se c'era qualcuno più in alto di lui. E quale rete dall'estero ha aiutato sia lui sia la guerriglia delle Farc".

"E Fidel Castro?", insiste Saviano: "Un giorno potrebbe essere chiamato davanti alla vostra Corte?" "No. Niente Cuba, niente Iraq, niente Libano, niente Israele. Noi possiamo intervenire solo nei 106 paesi che hanno ratificato il Trattato di Roma. O nei confronti di organismi di queste nazioni. Ad esempio siamo stati chiamati a valutare la legittimità dell'azione militare britannica in Iraq, ma abbiamo ritenuto che non ci fossero i presupposti per procedere. La nostra sola esistenza però diventa un elemento di dissuasione e di prevenzione anche nei confronti degli eserciti. È una nuova era del diritto", ripete Moreno-Ocampo.


Il procuratore sa che più dei tiranni, la Corte ha un nemico giurato: gli Stati Uniti, che in tutti i modi cercano di contrastarla. In passato Barack Obama è stato l'unico politico americano a mostrare un'apertura. Ma appare difficile che la linea di Washington cambi. "Una nuova era richiede pazienza. Penso che nel giro di cinquant'anni tutti i paesi aderiranno. La legge riduce il potere: il nostro lavoro interessa soprattutto i paesi deboli o a chi si è trovato a esserlo nel passato. Africa, Europa, Sud America sono con noi. Il Darfur però sta aprendo una fase nuova e la necessità di fermare la strage sta creando un clima diverso intorno alla Corte: troviamo sostegno anche tra le nazioni non aderenti".

Per i massacri nel sud del Sudan sono stati appena accusati un ministro in carica e il capo dei Janjaweed, i 'diavoli sterminatori'. Ma le potenze continuano a cercare di usare la Corte per i loro disegni. "Sul Darfur un'ambasciata contattò uno dei miei collaboratori: 'Sappiamo che volete incriminare un ministro, non basta: dovete andare più in alto'. Poi dopo poche ore la stessa ambasciata lo ha richiamato: 'Fermatevi! Abbiamo saputo che stanno negoziando, non fate nulla'. Noi invece non ci facciamo condizionare".

L'aspetto che più colpisce Saviano è la capacità di trasformare la voce di chi viene ignorato: rendere i racconti delle vittime prove contro i carnefici. "Ricordo che la testimonianza di una ragazza che era stata stuprata in Uganda proseguì per tre giorni", risponde Moreno-Ocampo: "Alla fine lei scoppiò in lacrime. Noi eravamo preoccupati, temevamo di averla sottoposta a una pressione eccessiva con l'interrogatorio: 'Scusaci, ti abbiamo costretto a ricordare per poterli punire. Non volevamo farti male, non piangere'. 'No', ci rispose, 'piango perché questa è la prima volta che qualcuno mi dà ascolto'".

La parola che mette alle corde i criminali. In fondo, è la metafora di 'Gomorra': romanzo che più di ogni atto giudiziario si è trasformato in arma contro l'ultima delle mafie. "Perché è il numero dei lettori che lo rende tale, li trasforma in protagonisti", spiega lo scrittore. Fuori ci sono i carabinieri che lo circondano. Il procuratore che accusa governi e despoti invece non ha scorta, si muove in taxi e dorme a Roma in un hotel senza lussi. Sa cosa significa vivere nella minaccia: la protezione di Saviano lo riporta agli anni blindati dell'inchiesta sui generali argentini. E concorda con la sua analisi: "Dittatori militari e padrini, signori della guerra e boss sono uniti da due elementi. Pianificano crimini organizzati, seppur di dimensioni diverse.

E vogliono controllare la loro immagine. Amano che si parli di loro, ma non perdonano chi svela i meccanismi del loro potere: rispettano gli inquirenti, odiano i testimoni". Difendere i testimoni è una delle missioni più difficili, ai limiti dell'impossibile in Africa occidentale: "Una volta avevamo portato le persone che accusavano il senatore Bemba in una cittadina sicura. Poi le milizie l'hanno occupata con un blitz e noi abbiamo sudato freddo per portarli in salvo. Il dilemma più grande lo abbiamo avuto in un campo profughi: i testimoni erano gli insegnanti dell'unica scuola, portandoli via avremmo privato tutti i bambini della speranza di alfabetizzazione. Abbiamo dovuto scegliere tra giustizia ed educazione". "Ma lei", conclude Saviano, "non sente mai di stare scrivendo la storia?". "A 32 anni avevo già incriminato la giunta argentina. Pensavo: ok, ho finito il mio lavoro, ora posso fare quello che voglio. Poi a 50 anni c'è stato questo incarico. Mi sono detto: costruire questa corte adesso è responsabilità tua. Eccomi qui".

A Buenos Aires ha portato sul banco degli imputati nove generali e tre ex capi di Stato; a L'Aja ha accusato 11 criminali di massa. Nessuno aveva fatto tanto dai giorni di Norimberga. Lui ci scherza su, ma non troppo: "Ho ancora quattro anni prima di chiudere l'incarico, datemi tempo...".



(a cura di Gianluca Di Feo)
01 luglio 2008


da www.robertosaviano.it


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 Oggetto del messaggio: Emilio Fede vs Saviano: «Vita da scortato? Potrei darti ...
MessaggioInviato: gio set 11, 2008 19:15 pm 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:02 pm
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La polemica nel corso del telegiornale

Emilio Fede vs Saviano: «Vita da scortato? Potrei darti delle lezioni» -

Il direttore di Rete 4 ha attaccato in maniera sferzante l'autore di «Gomorra», protagonista di una polemica con alcuni giornali



NAPOLI - Durante l’edizione del Tg 4 di ieri 9 settembre Emilio Fede ha duramente commentato le ultime dichiarazioni del giornalista Roberto Saviano nel corso del Festival della letteratura di Mantova. Sferzanti i giudizi del direttore del telegiornale Mediaset a proposito della notorietà e dei guadagni ottenuti dall’autore di «Gomorra»: secondo Fede, Saviano avrebbe ben cavalcato l’onda della notorietà ottenuta per i suoi scoop giornalistici riguardanti il clan camorristico casertano dei Casalesi. E poi contenuti nel best seller divenuto poi anche un film di successo internazionale.

L’attacco andato in onda su Rete 4 si fa ancor più pesante quando Fede, dopo aver sarcasticamente dichiarato la sua solidarietà all'autore napoletano, ha poi parlato della vita da scortato che Saviano sta conducendo e di cui spesso si lamenta (lo ha fatto anche in occasione del meeting di Mantova). Fede valuta questa condizione da «prigioniero» come positiva per le tasche del giornalista-scrittore.

L’Emilio nazionale, continuando, dichiara di poter dare lezioni al giovane scrittore su come sia la vita da scortati, un atteggiamento che va controcorrente rispetto alle manifestazioni solidali espresse dalla categoria dei giornalisti nei confronti di Saviano. Il commento più lampante alle dichiarazioni del direttore della terza rete Mediaset è la presenza del suo intervento nella trasmissione di Rai 3 «Blob», da sempre contenitore dei peggiori exploit che la tv italiana ed i suoi protagonisti riescono a partorire.

A. D. P.
10 settembre 2008

da corrieredelmezzogiorno.corriere.it


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