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Autore Messaggio
 Oggetto del messaggio: IL DIRITTO NATURALE ALL'EUTANASIA
MessaggioInviato: gio gen 17, 2008 01:01 am 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:07 pm
Messaggi: 12
Dove sta la dignità della persona? E’ una cosa oggettiva e quindi regolamentabile o è una cosa soggettiva quindi non regolamentabile? E’ un diritto naturale o è un capriccio culturale? Da come la vedo io la dignità della persona è un diritto soggettivo (non nell’accezione tecnica del termine) ma nel significato di un diritto la cui sensibilità varia da persona a persona, soggettivo dunque.
DOMANDA: se non è reato togliersi la vita in condizioni “normali” non vedo perché faccia tanto scandalo suicidarsi in condizioni “non normali”. Certo togliersi la vita è peccato ma peccato e reato viaggiano su due binari differenti. Al di là di queste frase provocatorie, forse profondamente sbagliate nella sostanza ma non nella loro logicità, perché non si dovrebbe permettere ad una persona che si trova in condizioni “non normali” di rinunciare al dolore di una sofferenza fisica e psicologica atroce e insopportabile? Perché???
Come l’aborto anche l’eutanasia è un’eventualità che in astratto non dovrebbe esistere. In teoria tutti dovremmo sentirci ben voluti in ogni momento di ogni circostanza. In pratica, però, le cose non sono esattamente così perchè le variabili in gioco oltre ad essere molte variando poi da persona a persona assumendo un’accezione personale decisiva.
Detto questo, vietare l’eutanasia è una cosa praticamente sbagliata come vietare l’aborto. Quello che si può, e a mio avviso si dovrebbe fare, e incrementare tutti quegli istituti che possano contribuire a fare in modo che la donna incinta e il malato possano sentirsi profondamente protetti da uno Stato che gli vuole bene.
Questo nel caso in cui la persona sofferente stia vivendo un esperienza che si possa chiamare vita. E qualora invece la persona sofferente stia vivendo un’esperienza che non possa essere chiamata vita? In questa seconda ipotesi le considerazioni fatte precedentemente non hanno molto significato in quanto si entrerebbe nel campo dell’accanimento terapeutico, altra cosa rispetto all’eutanasia.
Tornando a noi, quello che stiamo discutendo è se una persona che stia VIVENDO in condizioni non normali abbia il diritto soggettivo di morire. Cari compagni trattandosi di un diritto soggettivo lo Stato non può far altro di far in modo che possa essere pienamente fruito. Piaccia o non piaccia lo Stato si deve limitare a concedere al proprio cittadino di poter scegliere ciò che è meglio per lui e soltanto per lui. Ecco l’importanza dell’opportunità di stilare nel pieno delle proprie capacità un testamento biologico!!! Non facciamoci abbagliare dagli specchietti per le allodole di falsi moralisti-moralizzatori, non è questione di etica collettiva, e una questione di etica individuale che compete solo ed esclusivamente alla volontà del singolo. LE QUESTIONI MORALI SI PONGONO QUANDO QUALCUNO DECIDE PER QUALCUN ALTRO, NON QUANDO QUALCUNO DECIDE PER SE STESSO. Il fondamento delle democrazie occidentali, piaccia o non piaccia, è l’autodeterminazione della propria esistenza. Se così non fosse ci troveremmo a vivere in un mondo alla Minority Report dove tutto, non solo nel presente ma anche nel futuro, sarebbe sotto il controllo di uno stato che avvallandosi l’onere di compiere scelte che non gli competono si trasformerebbe, come in un incubo, da democratico a dittatoriale.
La democrazia è la migliore delle possibili convivenze tra gli uomini, ma non essendo perfetta non è a costo zero. Questo è uno dei costi della democrazia: il voler accettare la scelta dell’altro anche se non la condividiamo.


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MessaggioInviato: ven gen 18, 2008 09:53 am 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:07 pm
Messaggi: 111
testamento biologico questa è la soluzzione, ma purtoppo dificilmente attuabile,i cattolici non scenderano mai a patti per concedere una cosa simile,anche se lo trovo un contro senso per loro dio solo puo toglierci la vitta ma oviamente si parla di vitta naturale una volta stacata la spina non vinisce la vitta naturale ma ben si quella artificiale quella naturale durera ancora un po per poi spegnersi dunque questo vuol dire che la nostra vitta naturale è finitta e non per le mani di un uomo ma ben si perche un quore a ormai smesso di battere,dunque una morte natturale.


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 Oggetto del messaggio: Il testamento biologico mi spaventa.
MessaggioInviato: ven feb 08, 2008 03:32 am 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:08 pm
Messaggi: 2
Conoscendo un po' l'essere umano, il testamento biologico mi lascia un po' titubante.
Le parole, ben lo sanno gli avvocati, hanno varie sfumature e i loro significati possono cambiare a seconda della persona che lo legge. E anche se si riuscisse a costruire una terminologia unica, ci sarebbe comunque il rischio di creare o stermini di persone che un giorno hanno firmato un testamento biologico (saranno ancora daccordo?) o atroci sofferenze per chi, avendo richiesto di non staccare la spina, vi si ritrova attaccato con accanimenti terapeutici di ogni sorta.
I medici sanno quando la cura è degna di questo nome e quando è un accanimento terapeutico: hanno studiato apposta!
Quello che penso fortemente è che serva una sensibilizzazione generale nei confronti della vita: dal concepimento alla morte inclusa. La vita di ogni persona (sofferente o no) va accolta e rispettata. Aiutare una persona a morire (come a non nascere o non partorire), vuole dire tu non vali, non ti vogliamo, siamo contenti che te ne voglia andare (o liberare nel caso dell'aborto), così almeno ci leviamo un peso.
L'accoglienza è molto più faticosa dell'eliminazione del problema, ma mentre la seconda porta alla distruzione, alla perdita di valori, la prima porta ad arricchire non solo chi ne beneficia direttamente, ma anche l'intera società.


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 Oggetto del messaggio: Re: Il testamento biologico mi spaventa.
MessaggioInviato: ven feb 22, 2008 20:05 pm 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:10 pm
Messaggi: 93
Non sono d'accordo. Ogni vita va rispettata tranne la propria, almeno non necessariamente. Se decidi la morte di qualcuno la società ne patisce, Se decidi la morte tua, no. Gli altri devono accettare la tua decisione.
Aiutare una persona che vuole morire a morire non vuol dire non vali, al contrario, vuol dire: "siamo tristi, NOI vorremmo che restassi, ma se TU vuoi partire ti aiuteremo! Perché malgrado il nostro egoismo, rispettiamo per affetto la tua decisione. Tu ti levi un peso, ma noi restiamo e ci mancherai. Ma sta a te decidere. Noi siamo pronti a farti soffrire ancora per decenni, ma la decisione della sofferenza altrui non deve venire da noi".
Non solo chi ne beneficia direttamente é il morto, non certo i suoi amici e parenti; ma l'arricchimento della società é diretta: spegne le macchine e cura un altro al posto.
Per la perdita dei valori, non so che dire: non ho capito di che valori parli.
A presto.
Rominion.



La vita di ogni persona (sofferente o no) va accolta e rispettata. Aiutare una persona a morire (come a non nascere o non partorire), vuole dire tu non vali, non ti vogliamo, siamo contenti che te ne voglia andare (o liberare nel caso dell'aborto), così almeno ci leviamo un peso.
L'accoglienza è molto più faticosa dell'eliminazione del problema, ma mentre la seconda porta alla distruzione, alla perdita di valori, la prima porta ad arricchire non solo chi ne beneficia direttamente, ma anche l'intera società.[/quote]


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 Oggetto del messaggio: Re: Il testamento biologico mi spaventa.
MessaggioInviato: ven feb 22, 2008 21:56 pm 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:10 pm
Messaggi: 88
gattina ha scritto:
Conoscendo un po' l'essere umano, il testamento biologico mi lascia un po' titubante.
Le parole, ben lo sanno gli avvocati, hanno varie sfumature e i loro significati possono cambiare a seconda della persona che lo legge. E anche se si riuscisse a costruire una terminologia unica, ci sarebbe comunque il rischio di creare o stermini di persone che un giorno hanno firmato un testamento biologico (saranno ancora daccordo?) o atroci sofferenze per chi, avendo richiesto di non staccare la spina, vi si ritrova attaccato con accanimenti terapeutici di ogni sorta.
I medici sanno quando la cura è degna di questo nome e quando è un accanimento terapeutico: hanno studiato apposta!
Quello che penso fortemente è che serva una sensibilizzazione generale nei confronti della vita: dal concepimento alla morte inclusa. La vita di ogni persona (sofferente o no) va accolta e rispettata. Aiutare una persona a morire (come a non nascere o non partorire), vuole dire tu non vali, non ti vogliamo, siamo contenti che te ne voglia andare (o liberare nel caso dell'aborto), così almeno ci leviamo un peso.
L'accoglienza è molto più faticosa dell'eliminazione del problema, ma mentre la seconda porta alla distruzione, alla perdita di valori, la prima porta ad arricchire non solo chi ne beneficia direttamente, ma anche l'intera società.



Sono in totale disaccordo con quanto sostieni.

Nella maniera più assoluta.


:shock:


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 Oggetto del messaggio: Re: Il testamento biologico mi spaventa.
MessaggioInviato: dom mar 02, 2008 13:49 pm 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:10 pm
Messaggi: 77
gattina ha scritto:
Conoscendo un po' l'essere umano, il testamento biologico mi lascia un po' titubante.
Le parole, ben lo sanno gli avvocati, hanno varie sfumature e i loro significati possono cambiare a seconda della persona che lo legge.


Mi stupisce sempre quando una persona che afferma di voler tutelare il diritto alla vita, per giustificare le proprie tesi, decida di ricorrere alla demonizzazione del genere umano.
Se fossimo, come sostieni tu, cosi "bruti", varrebbe davvero la pena difendere la vita umana?

gattina ha scritto:
E anche se si riuscisse a costruire una terminologia unica, ci sarebbe comunque il rischio di creare o stermini di persone che un giorno hanno firmato un testamento biologico (saranno ancora daccordo?)


è plausibile che si cambi idea.
ma in tal caso si cambia anche il testamento biologico, non vedo dove sia il problema.

gattina ha scritto:
o atroci sofferenze per chi, avendo richiesto di non staccare la spina, vi si ritrova attaccato con accanimenti terapeutici di ogni sorta.


Mai sentito parlare di deontologia professionale?
:wink:

gattina ha scritto:
I medici sanno quando la cura è degna di questo nome e quando è un accanimento terapeutico: hanno studiato apposta!


appunto.
e questo rafforza ciò che ho appena detto.

gattina ha scritto:
Quello che penso fortemente è che serva una sensibilizzazione generale nei confronti della vita: dal concepimento alla morte inclusa. La vita di ogni persona (sofferente o no) va accolta e rispettata.


sono pienamente d'accordo.
ma quando parli di vita, parli anche della dignità della persona, del suo libero arbitrio, della sua razionalità, del suo "essere uomo"?
oppure ci stiamo riferendo solo al rimanere _biologicamente_ in vita?
Credo ci sia infatti una profonda differenza tra i due concetti: la prima è vita, la seconda è sopravvivenza.

gattina ha scritto:
Aiutare una persona a morire (come a non nascere o non partorire), vuole dire tu non vali, non ti vogliamo, siamo contenti che te ne voglia andare (o liberare nel caso dell'aborto), così almeno ci leviamo un peso.


Io la leggo in modo diverso: rispetto te ed il tuo libero arbitrio, desidero che non sia offesa la tua dignità di uomo, anche se mi costa eseguo la tua volontà perchè per me essa è più importante della mia.
Discorso a parte per l'aborto: mettere sullo stesso piano aborto ed eutanasia è intellettualmente scorretto, sono due cose completamente diverse.

gattina ha scritto:
L'accoglienza è molto più faticosa dell'eliminazione del problema, ma mentre la seconda porta alla distruzione, alla perdita di valori, la prima porta ad arricchire non solo chi ne beneficia direttamente, ma anche l'intera società.


La poni su un piano sbagliato.
Di quali valori stiamo parlando?
Hai mai ipotizzato che i tuoi valori possano non coincidere con quelli della persona che hai di fronte?


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MessaggioInviato: dom mar 02, 2008 16:34 pm 

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Messaggi: 67
La discussione verte sul senso della vita in rapporto alla morte.

Lo stato vegetativo è vita? La medicina non dà una risposta in proposito, ma esprime dubbi nella misura in cui è capitato che alcune situazioni dichiarate inappellabili, si sono straordinariamente rivelate ancora vive.
Allora, una risposta può venire dall'etica, se ci sentiamo in grado di rispondere a domande come quella all'inizio di questo paragrafo.
O può venire dalla morale se abbiamo un'idea chiara di cosa sia per noi "la vita" (attività senziente, respiratoria, cerebrale, ...).

La condizione di malato grave, sofferente/terminale è vita? Quando parli con una persona in stato terminale che comprende le tue parole ed è a sua volta in grado di formulare una risposta per dialogare con te, è difficile non considerarla ancora vita (parlo per esperienza personale: una mia amica, visitata sei giorni prima della sua morte, che riusciva a dialogare con me nonostante le metastasi in tutto il corpo).
Esiste una risposta etica? Esiste una risposta morale?

La morale può influire l'etica della legislazione in materia di vita umana?
Io penso che siano temi difficili da affrontare proprio perchè lo stesso termina "vita" può essere interpretato sotto mille aspetti.
Credo una legislazione in materia sicuramente scontenterà per forza qualcuno.


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MessaggioInviato: dom mar 02, 2008 17:50 pm 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:10 pm
Messaggi: 93
Lo stato vegetativo é una situazione particolare perché l'interessato non puo' comunicare, quindi decidere. una possibilità etica o morale che sia potrebbe essere il testamento; ma non mi pronuncio ulteriormente....
Invece, se la persona é cosciente e vuole morire (per quale ragione che sia) non trovo ragioni per cui l'etica, né tanto meno la morale potrebbe impedirglielo. Credo che la decisione di morire é già abbastanza difficile perché se uno la prende, debba essere preso sul serio.
Su cos'é la (propria) vita é a ciascuno di decidere, chi preferisce restare in coma per sempre nell'eventualità di risvegliarsi, ha un concetto di vita larga; chi preferisce ricorrere all'eutanasia al primo annuncio di una malattia inguaribile, per non soffrire ed eventualmente non far soffrire le persone che gli stanno vicine, ha una visione ristretta della vita. In mezzo c'é tutto il resto.
Tutte sono valide, finché non si impongono ad altri che non sono se stesso.
A presto.
Rominion.




LucianaM ha scritto:
La discussione verte sul senso della vita in rapporto alla morte.

Lo stato vegetativo è vita? La medicina non dà una risposta in proposito, ma esprime dubbi nella misura in cui è capitato che alcune situazioni dichiarate inappellabili, si sono straordinariamente rivelate ancora vive.
Allora, una risposta può venire dall'etica, se ci sentiamo in grado di rispondere a domande come quella all'inizio di questo paragrafo.
O può venire dalla morale se abbiamo un'idea chiara di cosa sia per noi "la vita" (attività senziente, respiratoria, cerebrale, ...).

La condizione di malato grave, sofferente/terminale è vita? Quando parli con una persona in stato terminale che comprende le tue parole ed è a sua volta in grado di formulare una risposta per dialogare con te, è difficile non considerarla ancora vita (parlo per esperienza personale: una mia amica, visitata sei giorni prima della sua morte, che riusciva a dialogare con me nonostante le metastasi in tutto il corpo).
Esiste una risposta etica? Esiste una risposta morale?

La morale può influire l'etica della legislazione in materia di vita umana?
Io penso che siano temi difficili da affrontare proprio perchè lo stesso termina "vita" può essere interpretato sotto mille aspetti.
Credo una legislazione in materia sicuramente scontenterà per forza qualcuno.


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 Oggetto del messaggio:
MessaggioInviato: dom mar 02, 2008 19:15 pm 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:10 pm
Messaggi: 77
innanzitutto complimenti per l'intervento: molto puntuale e ben argomentato.

LucianaM ha scritto:
La discussione verte sul senso della vita in rapporto alla morte.

Lo stato vegetativo è vita? La medicina non dà una risposta in proposito, ma esprime dubbi nella misura in cui è capitato che alcune situazioni dichiarate inappellabili, si sono straordinariamente rivelate ancora vive.
Allora, una risposta può venire dall'etica, se ci sentiamo in grado di rispondere a domande come quella all'inizio di questo paragrafo.
O può venire dalla morale se abbiamo un'idea chiara di cosa sia per noi "la vita" (attività senziente, respiratoria, cerebrale, ...).

La condizione di malato grave, sofferente/terminale è vita? Quando parli con una persona in stato terminale che comprende le tue parole ed è a sua volta in grado di formulare una risposta per dialogare con te, è difficile non considerarla ancora vita (parlo per esperienza personale: una mia amica, visitata sei giorni prima della sua morte, che riusciva a dialogare con me nonostante le metastasi in tutto il corpo).
Esiste una risposta etica? Esiste una risposta morale?


hai centrato pienamente il problema.
Secondo me non esiste una risposta etica, non esiste una risposta morale.
Ne esistono tante, diverse a seconda della formazione culturale e sociale delle persone.
E questo è un gran bene: guai, in questi ambiti, pretendere di possedere la verità incontrastata.
Per quanto mi riguarda, credo che sì, la condizione di malato grave/sofferente sia da considerarsi vita a tutti gli effetti, finchè resistono ragione e raziocinio. E come tale, vada rispettata, dando corso alle libere scelte della persona malata/sofferente.

LucianaM ha scritto:
La morale può influire l'etica della legislazione in materia di vita umana?
Io penso che siano temi difficili da affrontare proprio perchè lo stesso termina "vita" può essere interpretato sotto mille aspetti.
Credo una legislazione in materia sicuramente scontenterà per forza qualcuno.


Vedi, il problema è complesso (come giustamente affermi) proprio per la molteplicità di punti di vista e per la natura di per sè soggettiva della morale (o dovremmo dire delle morali).
Eppure io credo che su questi temi uno Stato di diritto debba tutelare tutte le posizioni, lasciando di volta in volta, al singolo sogetto ed al suo libero arbitrio, la facoltà o meno di scegliere.
Tutte le volte infatti che una sola morale (qualsiasi essa sia) è stata imposta sul diritto con la pretesa di essere la verità rivelata, ha dato luogo a crimini orrendi.
Faccio un esempio un po' forte, ma che tra gli studiosi di filosofia del diritto è spesso presa a monito: la giustificazione morale delle leggi razziali durante il nazismo.
La morale in quel caso era la pretesa superiorità della razza ariana, il risultato lo conosciamo tutti.
Eppure, al processo di Norimberga, molti criminali nazisti si appellarono alle teorie giuspositiviste (pilastri di qualsiasi ordinamento giuridico moderno) sostenendo che si erano limitati ad applicare una norma.
Ecco, io non vorrei mai vivere in uno Stato che impone la morale attraverso una norma: è l'aberrazione del concetto stesso di diritto.


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