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 Oggetto del messaggio: Immigrazione e criminalità tra analisi e realtà
MessaggioInviato: ven mag 23, 2008 11:22 am 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:10 pm
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Le valenze culturali e sociali dell'immigrazione in Italia sono poste in dubbio dal susseguirsi di episodi di cronaca che vedono sempre più coinvolti gli immigrati. Nel "forzato" processo di convivenza multietnica, infatti, gli eventi di carattere criminale, alcuni dei quali di immediata visibilità, godono di una risonanza che altre tipologie di eventi della vita comunitaria non hanno. Ed è proprio per questo che, nel mondo dei media e in quello dei discorsi diffusi, questo tipo di eventi gode di un ruolo "privilegiato" nella diffusione di affermazioni pregiudiziali e stereotipate del tipo "extracomunitario-delinquente".

Se questo è vero, non si può negare, tuttavia, che l'immigrazione extracomunitaria abbia un considerevole peso nella "costruzione" del senso di allarme presente nel Paese. Ma la percezione dell'extracomunitario come pericolo riflette, anche se in modo distorto, una realtà di fatto che va indagata più attentamente.

Un dato sembra confermare le paure presenti all'interno del corpo sociale. La serie dei dati sugli aspetti giudiziari degli immigrati ha dimostrato che la criminalità straniera è cresciuta più velocemente dell'immigrazione stessa. Infatti, rispetto all'intensificarsi delle presenza straniere, nel periodo 1991-1997 il numero dei denunciati è cresciuto di ben quattro volte più velocemente, quasi sei volte per i condannati, più che doppie per i flussi di ingresso in carcere e per i detenuti presenti.

Lo scarto tra la consistenza "relativa" della popolazione straniera sul totale della popolazione nazionale e il numero di stranieri che ogni anno è coinvolto in fatti delittuosi è effettivamente inquietante. L'accostamento tra immigrazione e criminalità sembrerebbe, dunque, non solo frequente, ma anche motivato da queste evidenze statistiche.

In realtà la situazione è ben più complessa e va considerata con maggiore profondità. Se è vero che gli immigrati delinquono, è necessario capire il "come" ed il "perché" lo fanno, valutando numerose variabili.

Un primo importante dato da acquisire riguarda la scarsa attendibilità delle informazioni statistiche. Basti pensare ai differenti sistemi di rilevazione, che non consentono di stabilire una cifra certa sulle presenze regolari e, specialmente, di quelle irregolari. Ed è chiaro che i valori e le incidenze della criminalità straniera rispetto a quella italiana possono subire variazioni anche sensibili a seconda del numero di stranieri rilevati. D'altra parte, la stessa delittuosità degli immigrati può variare in ragione delle "discriminazioni oggettive" che questi soffrono nei confronti del sistema penale. Così, il numero delle denunce dipende dall'attività repressiva delle forze di polizia o dalla stessa "sensibilità" della popolazione (che può denunciare o meno un fatto-reato), nonché dalla proliferazione del dato quantitativo rispetto allo stesso soggetto (come nel caso della recidiva). Il numero degli stranieri entrati o detenuti nelle strutture penitenziarie dipende dallo "stato giuridico" dell'immigrato, se, cioè, internato per esecuzione di pena o per custodia cautelare, nonché dal fatto che gli stranieri commettono più frequentemente degli italiani i reati che richiedono l'intervento detentivo e dalla loro minore accessibilità alle misure alternative alla detenzione. Infine, il numero dei condannati stranieri può dipendere dalla loro precedente custodia a fini cautelari. Su questo aspetto, infatti, numerose ricerche hanno dimostrato una maggiore inclinazione della magistratura a condannare l'extracomunitario che abbia subito la custodia cautelare, disposta a causa delle minori garanzie che questi può offrire in ordine ai pericola in mora. Sembra, però, che in taluni casi, questo svantaggio sia temperato dalle maggiori possibilità di ottenere la sospensione condizionale della pena.

A prescindere dai fattori distorsivi delle rilevazioni statistiche, la criminalità degli stranieri va valutata attraverso le caratteristiche strutturali del fenomeno migratorio. Così, l'età, il genere, la nazionalità, la posizione giuridica, sono tutti fattori che incidono sulla corretta valutazione dei fenomeni criminali imputabili agli stranieri.

La delinquenza extracomunitaria è, infatti, mediamente più giovane di quella italiana e ciò può essere spiegato col fatto che l'immigrato appartiene prevalentemente alle fasce d'età giovanili, quelle comprese tra i 18 ed i 44 anni. La comunità straniera è composta principalmente da individui giovani, che si trovano nell'età nella quale più forte è la propensione al crimine. Si tratta di un dato strutturale che va tenuto necessariamente presente, e che induce ad avere una considerazione più cauta dei dati sulla partecipazione al crimine da parte degli stranieri.

Inoltre, a far crescere gli indici di criminosità è la forte prevalenza della componente maschile, che di solito è quella con maggiore propensione alla delinquenza. Tuttavia, sulla base dei dati disponibili, si deve dire che il peso della componente femminile può, in taluni casi, incidere sulla partecipazione al crimine, anche se non certo come fattore unico e determinante. In sostanza, il fatto che alcune nazionalità manifestino uno squilibrio tra i sessi estremamente marcato ha certamente un peso nella loro performance criminale. Ma una presenza femminile equilibrata, come nel caso della Nigeria, può coniugarsi ad una vocazione criminale specifica, quale quella orientata al mercato della prostituzione.

Le valutazioni sulle criminalità straniera basate sul genere e sull'età devono, inoltre, essere accompagnati ad un'analisi di tipo culturale. La massa amorfa della "comunità extracomunitaria" va, cioè, divisa per nazionalità. Come abbiamo avuto modo di sottolineare, isolare le nazionalità più produttive dal punto di vista criminale non significa compilare pagelle o distinguere tra buoni e cattivi. Né "canalizzare" gli stereotipi verso soggetti specifici. Si tratta solo di considerare che la criminalità è un fenomeno derivato anche dal processo di confronto culturale, che si verifica quando esso non è sufficientemente gestito dalle istituzioni con politiche adeguate di accoglienza e di integrazione. Ed il confronto è tanto più difficile quanto maggiori sono le difficoltà di interazione tra la nostra cultura e quella di questi gruppi.

Il dato sulla "produttività criminale" delle singole etnie offre interessanti spunti di riflessione: al policentrismo etnico delle presenze non corrisponde un policentrismo criminale. Infatti, benché tra i denunciati ci sia stata una sostanziale persistenza della maggior parte delle nazionalità nel corso degli anni '90, negli ultimi tempi si ha una situazione di maggiore distribuzione della "produzione criminale". Ciò ha determinato un decremento dei valori dei gruppi "di testa" ed un progressivo inserimento di nuove etnie nell'area criminale. Tuttavia, a livello di macro-aree la situazione è rimasta costante: le nazioni appartengono sempre in prevalenza all'Europa orientale, al Nord Africa e al Sud America.

Una prima considerazione relativa ai contesti di provenienza delle diverse etnie è che alcune di esse provengono da Paesi con gravi situazioni di disordine interno, in cui il sottosviluppo economico si unisce a situazioni di violenza diffusa (come è per gli ex jugoslavi, gli albanesi, i rumeni e gli algerini). In questa valutazione, però, si deve anche tener conto che, nel numeroso ed eterogeneo gruppo di immigrati che va sotto l'intestazione "Ex Jugoslavia", rientrano circa 40.000 zingari non italiani, presenti nel nostro Paese ben prima della crisi jugoslava e che ha storicamente manifestato una forte propensione alla microcriminalità.

Ma non si deve ritenere che vi sia una corrispondenza diretta tra dimensioni della comunità nazionale e "produttività criminale". Una lettura anche sommaria dei dati consente di constatare che una delle comunità più numerose, quella filippina, presenta un indice di criminosità inferiore a quello italiano; che un'altra comunità numericamente rilevante, quella indiana, manifesta anch'essa un'incidenza criminale inferiore a quella italiana; e che nel gruppo delle nazionalità più rappresentate ve ne sono quattro (Cina popolare, Egitto, Brasile e Ghana) che hanno indici di criminosità nettamente inferiori a quello medio degli immigrati extracomunitari. Per contro va citato il caso di una comunità, quella algerina, che presenta un indice di criminosità fortemente superiore alla media extracomunitaria e, come si è visto, nella graduatoria per valore assoluto di denunciati, pur non essendo una delle comunità straniere più numerose.

L'idea di una corrispondenza diretta tra consistenza numerica e reati commessi esce dunque alquanto indebolita da un'analisi di questo genere e, con essa, l'idea che l'immigrato sia un soggetto a "rischio criminale". Ma, per ricavare ulteriori elementi di riflessione è necessario considerare la posizione giuridica dello straniero nello Stato, cioè la sua permanenza regolare o irregolare.

La situazione di irregolarità o di clandestinità non può essere circoscritta con facilità. Alcuni propongono di definire come clandestini gli immigranti che entrano e permangono illegalmente in Italia, e come irregolari quelli che entrano legalmente (per esempio, con visti di ingresso turistici) e quindi permangono illegalmente. Tali distinzioni, tuttavia, non sembrano apportare un contributo significativo all'analisi del fenomeno. Tra il mondo degli immigrati regolari, irregolari e clandestini i confini sono quanto mai permeabili, se mai esistono. Gran parte di coloro che ora fanno parte degli immigrati regolari sono stati in periodi più o meno lunghi del proprio passato, immigrati illegali, in attesa che una delle varie sanatorie consentisse loro di regolarizzarsi. Possono quindi esser stati denunciati per reati connessi alla propria condizione (uso di documenti falsi o dichiarazioni di false generalità).

I dati che abbiamo analizzato non lasciano dubbi in proposito: sul totale dei cittadini extracomunitari implicati nei vari delitti, quelli senza permesso di soggiorno rappresentavano, nel 1997, l'86,4% dei denunciati, il 90,4% degli arrestati, l'83% dei detenuti. Così, se generalmente i regolari commettono più reati degli autoctoni (almeno in certe classi di età e in riferimento a determinate tipologie delittuose), gli irregolari superano di molte volte, per tassi di criminalità, sia i primi che i secondi.

La crescita della criminalità degli irregolari è stata, però, favorita da una serie di fattori. Innanzitutto, dall'inefficienza del sistema di controlli interni del nostro Paese. La legge Martelli, rimasta in vigore fino al febbraio 1998, e la mancanza di collaborazione da parte dei Paesi di origine, nell'identificazione dei soggetti interessati, hanno di fatto reso impossibile l'espulsione dall'Italia degli stranieri privi di permesso di soggiorno. Questa situazione ha avuto due conseguenze importanti. La prima è che, paradossalmente, gli irregolari hanno goduto di una maggiore impunità rispetto ai regolari, perché questi ultimi essendo più facilmente identificabili sono anche più facilmente sanzionabili. La seconda conseguenza è che si è formato un esercito numeroso di persone che, non riuscendo a rientrare nel mercato del lavoro lecito, si dedicano a tempo pieno alle attività illecite. Questo ha fatto sì che non solo gli immigrati irregolari abbiano maggiori probabilità di violare le leggi rispetto a quelli muniti di permesso di soggiorno, ma anche che essi lo facciano abitualmente e, dunque, che commettano un numero medio di reati all'anno molto più alto degli immigrati regolari.

I dati disponibili fanno pensare che, in questi ultimi anni, l'Italia sia stata meta di processi migratori di natura difforme, che hanno selezionato persone con caratteristiche e motivazioni assai diverse. Ai numerosissimi immigrati venuti per trovare lavoro se ne sono aggiunti altri in cerca di esperienze nuove ed eccitanti, di avventure, di occasioni di rapido arricchimento e, dunque, con una propensione per il rischio ed una disponibilità a violare la legge molto maggiori. Alcuni di questi appartengono a potenti organizzazioni criminali internazionali. Altri fanno parte di gruppi piccoli e coesi che vengono in Italia con l'unico fine di svolgere attività illecite assai remunerative. Altri, ancora, si muovono all'interno di reti informali.

Sull'importanza di queste reti nessuno ha più dubbi. Trasmettendo informazioni sui luoghi e sulle possibilità di occupazione, offrendo ospitalità ai nuovi arrivati, aiutandoli a trovare un lavoro, assistendoli in vari bisogni, gli immigrati che ne fanno parte permettono ai propri connazionali di superare problemi e difficoltà nelle varie fasi del processo migratorio. Il problema è che accanto a queste reti informali, sono andate stabilizzandosi le cosiddette "reti viziose" dell'immigrazione clandestina.

L'immigrazione clandestina è diventata, infatti, un significativo business per le "reti globali" della criminalità organizzata. Queste, grazie ad una capace opera di ricerca e di individuazione delle aree economicamente depresse, sono riuscite a rendere altamente remunerativo il trasferimento di consistenti masse di persone, spinte dalla necessità della sopravvivenza, verso i Paesi ad economia avanzata. Hanno esteso la loro attività oltre il trasporto illegale ed hanno orientato la destinazione dei soggetti attraverso forme diversificate di pubblicità illusoria. In più, sottoponendo questi individui a condizioni di vita più disagiate di quelle che li hanno costretti ad affrontare i rischi dell'immigrazione illegale, la criminalità organizzata è riuscita ad instaurare un rapporto di perenne dipendenza, che sfocia, sovente, in vere e proprie forme di schiavitù.

I livelli e le modalità di sfruttamento sono vari e diversi, ma tutti accomunati dalle diverse pratiche costrittive che vanno dal ricatto psicologico alla minaccia violenta e, spesso, il dazio da pagare a chi sfrutta non è solo economico ma anche fisico, sessuale, psicologico. L'asservimento a queste compagini delinquenziali è, per taluni soggetti passivi del traffico, totale ed incondizionato, fino all'estinzione del debito contratto, rappresentato dal prezzo corrisposto per i "servizi" e le "assistenze" di cui hanno usufruito.

Va da sé che, proprio a causa delle condizioni di clandestinità, le vittime di questo traffico andranno ad occupare, nel Paese di destinazione, posizioni "marginali", caratterizzate dalla precarietà, dall'emarginazione sociale, dal degrado ambientale in cui, con estrema probabilità, saranno costretti a vivere. Queste condizioni di miseria e di precarietà costituiscono le premesse sufficienti perché gli immigrati si trovino quasi automaticamente inseriti nei circuiti delle "opportunità" criminali. Essi, infatti, costituiscono per le organizzazioni criminali un esercito di forza-lavoro da "gestire" secondo le proprie finalità: avviandolo nel mercato del lavoro nero o spingendolo verso attività più propriamente illegali quali, prostituzione, traffico e spaccio di stupefacenti, accattonaggio, furti, rapine.

L'insieme delle informazioni sui nuovi scenari in cui si consuma il rapporto immigrazione-criminalità, ci hanno consentito di individuare una triplice fisionomia della devianza straniera, una legata alle "esigenze espressive e i bisogni comunicativi dell'immigrato"; l'altra, riferita soprattutto alla precarietà delle condizioni di vita; ed, infine, una legata allo sfruttamento cui gli immigrati sono sottoposti.

Il fatto è che, proprio grazie all'inserimento della criminalità organizzata nei processi migratori, questi tre livelli di devianza non sono più così nettamente distinguibili.

Se è vero, infatti che sono aumentati in misura considerevole tutta una serie di reati che possono essere facilmente ricondotti nell'area dello sfruttamento conseguente all'immigrazione clandestina, è anche vero che vi sono altre tipologie delittuose che, al pari dei primi, hanno fatto registrare incrementi di un certo rilievo. Non sono aumentati, cioè, solo i reati cosiddetti "strumentali", e tra questi solo quelli afferenti ai "mercati illegali", ma anche i reati strumentali estranei alle logiche del mercato e i reati "espressivi".

Questa situazione deve essere considerata come conseguenza di un duplice ordine di fattori: da una parte, l'intensificarsi dell'immigrazione clandestina ha portato ad un generale peggioramento della condizione degli immigrati, regolari ed irregolari, per cui è lecito pensare che laddove non si tratti di mercati illegali, gli aumenti nelle altre tipologie di reati siano dovuti non solo alla presenza irregolare ma anche ai regolari. Dall'altra parte, bisogna considerare la forte capacità "attrattiva" della criminalità organizzata che riesce ad estendere il proprio controllo anche su quella criminalità generalmente considerata "diffusa" e ritenuta espressione di una disagiata condizione di vita. Il meccanismo perverso che lega il traffico dei migranti alle varie condotte devianti testimonia in questo senso.

E ciò ha importanza nella misura in cui i dati disponibili dimostrano che la delittuosità è appannaggio principalmente di chi si trova nel nostro paese in una situazione di irregolarità.

Questo vuol dire che non è la componente statisticamente "visibile" dell'immigrazione extracomunitaria a delinquere, ma proprio quella sommersa che sfugge ad una misurazione precisa. E probabilmente è la condizione di clandestinità che crea le condizioni favorevoli al verifìcarsi di eventi criminosi, perché una persona che entra irregolarmente in un paese ha già commesso un illecito, ed è quindi più pronta a comrnetterne altri; già all'ingresso, o al momento dello scadere del visto o del permesso, l'immigrato irregolare entra in contatto con elementi criminali per entrare nel paese di destinazione/transito, per cercare ospitalità, per procurarsi documenti falsi, ecc.; come si è già visto, la condizione di irregolarità porta necessariamente con sé alcuni reati quali falsità, resistenza all'arresto, oltraggio a pubblico ufficiale, ecc.; va inoltre tenuta presente la situazione di estremo disagio in cui si vengono a trovare individui cui non sono garantiti i più elementari diritti di cittadinanza, situazione nella quale l'opzione criminale, specie se di piccolo cabotaggio, può diventare una tra le tante strategie di sopravvivenza praticabili.

Ma la distinzione tra il mondo dell'immigrazione regolare e quello dell'irregolarità non basta, anche se questa lettura, peraltro proposta da studi autorevoli, sembra ispirare l'attuale politica di regolarizzazione, per cui appare dotata di una sanzione "ufficiale". All'interno della massa degli extracomunitari devono essere operate altre distinzioni, che possono cambiare in modo significativo la lettura dei dati effettuata in precedenza.

In prima approssimazione possiamo dire che, dall'analisi dei dati relativi agli stranieri denunciati negli ultimi anni, la criminalità espressa dagli extracomunitari è prevalentemente connessa a situazioni di irregolarità/clandestinità (reati di resistenza all'arresto, oltraggio a pubblico ufficiale, falsità, ecc.); a situazioni di bisogno e marginalità (furto, rapina, ecc.), a situazioni di inserimento problematico, effimero, incerto (lesioni, percosse, omicidi). Fanno eccezione i reati che sono indicativi di un inserimento degli immigrati in circuiti di economia criminale, quali gli atti osceni, lo sfruttamento della prostituzione, lo spaccio di stupefacenti.

In ragione di queste valutazioni, abbiamo sostenuto che la "produzione criminale" ascrivibile agli immigrati extracomunitari sia "specializzata". Sono solo certe categorie di reati quelle quantitativamente più significative e, tra queste, alcune fattispecie "a partecipazione diffusa". Ma tutto ciò non porta ancora a mettere in discussione il senso comune, che vede nel migrante una minaccia, un elemento criminogeno nel corpo sociale del nostro Paese. La criminalità degli stranieri potrà essere considerata povera, di basso livello, da disperati più che da grandi professionisti del crimine, ma ha una sua consistenza numerica che non può non destare preoccupazione.

Insomma, la vocazione criminale delle diverse nazionalità che compongono il variegato quadro dell'immigrazione extracomunitaria può farsi risalire ad un concorso di cause. Riassumendo, queste sono:

la condizione di irregolarità che si può dire potenzialmente "propedeutica" ad altre piccole e grandi forme di criminalità;
la composizione per fasce di età dei gruppi nazionali immigrati, che vede il prevalere delle età a maggior rischio criminale;
una situazione di illegalità violenta più o meno protratta nel paese di origine (sia essa dovuta a guerre, rivoluzioni, guerriglia, terrorismo, forte presenza di organizzazioni criminali, ecc.);
il forte squilibrio percentuale tra i sessi all'interno delle comunità, con un peso eccessivo della componente maschile;
fattori più o meno complessi di carattere culturale, come quelli relativi al rapporto tra i sessi che non fanno comparire i paesi nordafricani nella classifica relativa alle denunce per reati connessi alla prostituzione.
Elaborare strategie efficaci per intervenire sul fenomeno della criminalità extracomunitaria vuol dire necessariamente entrare nell'ottica secondo la quale la prevenzione consente di risparmiare risorse finanziarie e umane. Si dovranno allora studiare delle strategie di medio e lungo periodo che consentano di:

rimuovere i fattori di tipo legislativo che ostacolano l'inserimento degli immigranti nella società italiana e che ne fanno un gruppo marginalizzato;
compiere un consistente sforzo di analisi della realtà dell'immigrazione in tutte le sue componenti (finalizzando tale studio non al generico "dibattito", quanto all'elaborazione di strategie operative);
dfferenziare le strategie di "attacco" del problema, dimensionandole e adattandole ai diversi gruppi nazionali (se non etnici) presenti sul territorio;
Tutto questo nella consapevolezza che l'immigrazione è fenomeno irreversibile, che però va gestito mettendo in campo politiche e strumenti di integrazione e di accoglienza per quegli stranieri che vengono nel nostro paese alla ricerca di un lavoro onesto e speranzosi di migliorare le proprie condizioni di vita, e regole ferree di repressione e di respingimento per quegli stranieri che, invece, si dedicano professionalmente alle attività illecite.

Nella ricerca che abbiamo condotto abbiamo tenuto conto di tutte queste variabili, partendo proprio dall'analisi delle principali organizzazioni criminali che operano nel nostro Paese, delle più visibili forme di sfruttamento poste in essere nei confronti degli immigrati, dei traffici connessi all'immigrazione clandestina. Il fatto, poi, che le etnie maggiormente responsabili delle varie condotte devianti siano anche quelle più coinvolte nelle situazioni di irregolarità legate al traffico, ha dato forza all'ipotesi di un rapporto, diretto o indiretto, tra traffico, sfruttamento e criminalità indotta.

In questo senso, poco importa della differente pericolosità tra i reati commessi dagli immigrati regolari e quelli commessi dagli irregolari (che si riflette, poi sul grado di pericolosità degli stessi). Ciò che conta è che l'aumento di una parte criminalità straniera sia in qualche modo riconducibile a questa "catena".

Nell'analisi di queste fattispecie, il problema principale è rappresentato dalla scelta del "metodo di indagine". Da esso, in buona sostanza, dipende la considerazione della criminalità straniera come fenomeno preoccupante o come realtà ancora contenuta. Infatti, si può adottare un metodo che prediliga la valutazione dei valori assoluti e/o le incidenze rispetto ai valori globali, ovvero la valutazione degli incrementi registrati nel periodo preso in considerazione. Sotto il primo aspetto, il numero complessivo di stranieri implicati nei vari delitti (misurato secondo uno degli indici di cui abbiamo parlato in precedenza), rappresentando un'esigua quota di soggetti rispetto al maggior numero di criminali italiani, porterebbe a considerare la criminalità straniera meno preoccupante di quanto le letture o le dichiarazioni propagandistiche propongono. Sotto il secondo aspetto, invece, valutando solo la velocità di crescita di alcuni reati commessi dagli immigrati, indipendentemente dal minor valore assoluto o percentuale, ne deriverebbe un tendenziale e giustificato allarmismo.

In un'ipotetica classifica dei reati più frequentemente commessi dagli immigrati, tra quelli presi in considerazione, l'ordine della rilevazione, in base alle incidenze rispetto al totale delle denunce per il medesimo reato, è stato il seguente:

reati legati alla prostituzione, 38,9%;
reati legati agli stupefacenti, 23,8%;
furto, 22,9%;
rapina, 18,3%;
falsità, 16,5%;
violenze sessuali, 15%;
reati di insofferenza alla pubblica autorità, 13,4%;
omicidio volontario, 10,3%;
associazione a delinquere, 6,4%;
estorsione, 6,3%;
lesioni volontarie, 4,5%.
Se, però, consideriamo gli incrementi, l'ordine di rilevazione cambia significativamente:

violenze sessuali, 159,6%;
reati legati alla prostituzione, 117,8%;
reati di insofferenza alla pubblica autorità, 101,5%;
falsità, 77,2%;
lesioni, 61%;
estorsione, 57,8%;
associazione a delinquere, 42,2%;
furto, 39,7%;
rapina, 33,2%;
reati legati agli stupefacenti, 29,4%;
omicidio, 29,06%.
Le due classifiche ci permettono di fare due considerazioni.

In primo luogo, guardando alle incidenze si potrà notare che le fattispecie che più rilevano sono soprattutto quelle tradizionalmente commesse dagli immigrati. Viceversa, guardando agli incrementi, sono i reati più facilmente collegabili alle ipotesi di clandestinità o irregolarità (nei termini sopra descritti) a registrare valori più rilevanti. Questo significa che, se per un verso possiamo placare il diffuso allarmismo, considerando che gli italiani hanno un'incidenza di gran lunga maggiore rispetto agli immigrati, per altro verso occorre prestare maggiore attenzione a quelle condotte devianti che possono essere indotte dall'irregolarità. E ciò anche al fine di dotarsi di un efficace sistema di contrasto.

In secondo luogo, ci consentono di esprimere un giudizio sulle metodologie prescelte. È chiaro che la differenza tra le due rilevazioni risiede soprattutto nella "chiave di lettura" del fenomeno criminale straniero. In altri termini, considerare le incidenze significa valutare la "criminalità attuale" degli immigrati; considerare gli incrementi significa guardare al fenomeno in chiave prospettica, alle possibilità di sviluppo che esso può avere nel medio-lungo periodo.

In definitiva, dunque, la "pericolosità" vera o presunta degli immigrati è principalmente un problema di "opzioni", di analisi e di diffusione delle conoscenze.

Sottesa a queste ragioni è la nostra scelta di un metodo di analisi, per così dire, "neutro", che ponesse a confronto tutti gli indicatori del livello di criminalità espressa dagli immigrati, sia sotto il profilo dei valori assoluti e delle incidenze che degli incrementi. Solo in questo modo è stato possibile offrire importanti spunti di riflessione che guardassero al fenomeno da diversi punti di osservazione.

Ma, resta il fatto che la criminalità è sempre e comunque un problema, a prescindere dal numero delle persone coinvolte, perché, come detto, offusca le valenze sociali e culturali del fenomeno migratorio.


Borgetti Patrizio
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