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Autore Messaggio
 Oggetto del messaggio: Le Morti bianche ( il dramma di oggi)
MessaggioInviato: ven mar 07, 2008 12:12 pm 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:10 pm
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Siamo alla tragedia nazionale dove si muore per colpa del lavoro. Questo succede nel Bel Paese in cui la Costituzione è fondata proprio sul lavoro. Con il lavoro si crea ricchezza, ma, nello stesso tempo, uno rischia di morire ammazzato. E chi muore è quasi sempre il lavoratore che mette a repentaglio la sua vita per sopravvivere. Basti pensare al film Tempi moderni in cui Charlot, operaio alla catena, è vittima e cavia delle macchine che letteralmente lo “mangiano” e lo mandano in tilt. Dopotutto, perde il posto e trova lavori occasionali per vivere (si fa per dire). Una storia del 1936 di grande attualità.

Così come è di grande attualità il film del 1971 di Elio Petri: “La classe operaia va in paradiso”. Scritto da Petri con Ugo Pirro, è il primo film italiano che entra in fabbrica, analizzandone il sistema e mettendo a fuoco i rapporti tra uomo e macchina, tra sindacato e nuova sinistra, tra contestazione studentesca e lotte operaie, repressione padronale e progresso tecnologico.

Non è cambiato nulla d’allora, anzi è peggiorata la condizione operaia con le morti bianche. I quattro operai bruciati vivi nell’acciaieria Thyssent Krupp di Torino non è una vicenda che può passare come la solita disgrazia accaduta sul lavoro. Perché? Perché in meno di un anno le morti bianche hanno toccato le 984unità, un dato drammatico di cui il governo, il sindacato e la Confindustria avrebbero dovuto farsi carico e, nel contempo, mettere mano con un provvedimento più a misura della gravità del caso, rispetto alla legge ad hoc approvata in Parlamento, nell’estate scorsa. Ma come si è visto, né prima della tragedia si è voluto prendere atto del macabro fenomeno né dopo affrontare il problema delle morti bianche con iniziative forti che svegliasse le coscienze degli italiani. Eppure, l’autunno caldo, con le sue lotte operaie e sindacali, aveva messo al centro della sua politica l’ambiente e la sicurezza all’interno della fabbrica. Allora si parlò di grandi conquiste, ma alla luce dei fatti di quest’ultimo anno le vittorie della “Classe” sono state le vittorie di Pirro. O, meglio ancora, per ogni incidente sul lavoro si sono sprecate le lacrime di coccodrillo. A ben vedere, le istituzioni hanno guardato altrove. Il governo alle prese con le sue litigiosità interne, il sindacato sempre più lontano dai problemi delle condizioni operaie (ma vicino alle istanze del pubblico impiego e dei pensionati, senza alcuna ironia e senza nulla togliere a queste categorie), la Confindustria sempre più impegnata a trovare uno sbocco politico al suo presidente in prossimità della scadenza del suo mandato. D’altronde, Luca Cordero di Montezemolo non ha proferito verbo di fronte al fatto che la legge sull’indulto ha cancellato il reato di omicidio colposo a seguito di infortunio sul lavoro.

Ma cosa più sconcertate del dramma torinese, che grida vendetta al cospetto di Dio, è stato il fatto che il vertice del gruppo tedesco per giorni si è chiuso in un assordate silenzio e, per dipiù, non si è fatto vivo né con il lavoratori feriti, né con le famiglie degli operai morti. Niente di niente. Solo a babbo morto, una difesa d’ufficio, per allontanare ogni responsabilità per la strage avvenuta, e per puntualizzare che da parte della Thyssen Krupp non c’è stata “nessuna violazione agli standard di sicurezza”. Di seguito: “Le cause dell’incendio sono tuttora in corso di accertamento e, al momento, non c’è alcuna conferma sull’origine” dell’incendio avvenuto durante la notte del 6 dicembre scorso in una delle linee di produzione del laminatoio a freddo dello stabilimento di Torino. Siamo a questo punto. Il management aziendale non ha trovato di meglio che emettere un comunicato scritto con mano burocratica, dove non c’è un rigo di autocritica su quanto accaduto e una parola di umanità cristiania nei confronti dei morti e delle loro famiglie.

Duole dirlo, siamo ancora al “padrone delle ferriere”, come se – ripetiamo- non ci fossero mai state le lotte operaie del Novecento, come se il ’69 fosse una data di un festival di San Remo e non l’anno di un sommovimento operaio che cambiò, tramite la lotta di classe, gli equilibri all’interno della fabbrica. In particolare, più spostati a favore del movimento dei lavoratori. Non stiamo a raccontare cosa fu quel periodo, peraltro anticamera degli anni di piombo, ma vero è che il sindacato si vantò di aver cambiato la produzione industriale in una Italia, insieme alla Germania, in cui la presenza operaia è ancora forte.

Di chi è la colpa di tutto ciò? Secondo noi del mercato privo di soggettività e del profitto esasperato che non guarda attentamente le condizioni operaie in fabbrica. Manutenzione e sicurezza costano e, di conseguenza, dimezzano i profitti, motivo per cui è meglio lasciar perdere. Il gruppo tedesco Tyssen Krupp, quello russo Severstal di Piombino e quello italiano dell’Ilva di Riva( a Taranto nello stabilimento siderurgico i morti e i feriti sono all’ordine del giorno. I sindacati, attenendosi alla prassi, manifestano e i massimalisti al governo, non seguendo l’insegnamento marxiano del rovesciamento della prassi, dialogano con il “padrone”. E non aggiungiamo altro) farebbero bene che gli utili di miliardi di euro, incassati ogni fine anno, fossero investiti nella sicurezza sul lavoro. Ironia della sorte, nemmeno la soddisfazione di avere alti salari, in compenso. A parole tutti parlano di aumento dei salari, ma nei fatti le buste paga hanno una quantità di euro per arrivare alla terza settimana del mese. Ragion per cui, i lavoratori accettano di fare straordinari e turni di lavoro massacranti. Troppe istituzioni non fanno il loro dovere e molte sono le loro latitanze di fronte al mondo industriale in continua involuzione. Resta il fatto che per diminuire, una volta per tutte, le stragi sul lavoro, bisognerebbe fare come negli Usa. Prova ne sia che, in circa 10 anni, gli incidenti sul lavoro sono diminuiti del 30%. Come? Grazie all’uso, talaltro, dell’informazione. Una legge federale impone all’amministrazione di pubblicare tutti i dati non riservati. Così esiste un sito dove sono pubblicate le notizie di tutti gli incidenti sul lavoro, indicando azienda, gruppo industriale, sede, data, danni, vittime, rapporto dell’evento. Ne consegue che le aziende a rischio sono messe al bando e accuratamente scartate dai lavoratori. Almeno questo dovrebbero fare il Ministero del lavoro, i sindacati e la Confindustria. Ognuno di questi soggetti con il proprio peso di responsabilità dovrebbero intervenire per eliminare la piaga sociale delle morti bianche.


Borgetti Patrizio


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