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 Oggetto del messaggio: L'ora del Romano Pride: «Il mio Pd non divideva»
MessaggioInviato: lun mag 05, 2008 18:37 pm 

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L'ora del Romano Pride: «Il mio Pd non divideva»
Ospite dei radicali per l'ultimo discorso da premier: «Il nuovo
partito lo avevo pensato all'interno dell'Unione». Affondo a Veltroni:
«Democrazia è convergenza tra forse diverse, e io ho vinto due volte»
Daniela Preziosi
Inviata a Chianciano (Siena)

«Compagni, non siamo qui per celebrare quello che di nobile se n'è
andato», giura un Marco Pannella in forma smagliante, capello candido
e lucido, cravatta fiorita «ma per rianimare la scelta delle riforme».
Spergiura e se ne diverte. Il maxischermo dall'altra parte del palco
scava nel viso del leader quasi ottantenne, simbolo stesso di un
partito fragile e eterno che «campa da 52 anni». Tuoni lampi e saette,
tutto il contrario dell'espressione di Romano Prodi che lo ascolta
dalla presidenza, triste solitario e finale. Il tribuno radicale tiene
appesa per un'ora la platea dell'assemblea dei mille, che ieri
pomeriggio ha inaugurato la sua tre giorni di commissioni e
riflessioni a Chianciano Terme. E la platea resta appesa alle sue
digressioni, appesa alla suspence dell'annunciato ultimo discorso di
Prodi da presidente del Consiglio, poi si ritirerà, ha detto. Appesa
alle bandiere della galassia radicale, tutto intorno nella sala:

Nessuno tocchi Caino, Non c'è pace senza giustizia, Associazione
Coscioni, Radical party, ma anche Tibet e Cecenia. C'è di tutto nel
discorso di Pannella, modello maratona oratoria: l'annuncio che lui
stesso, che pure non è stato eletto per veto del Pd, non si farà da
parte; il diluvio politico che piuttosto «è un dissesto
idro-ideologico», appena «una crisi di crescita»; l'intenzione di
tenersi le «mani libere» con il Pd all'opposizione; l'attacco alla
Consulta «ha funzionato come una cupola»; l'elogio delle primarie e
della politica all'americana, l'invito alla sinistra ormai
extraparlamentare a discutere insieme di istituzioni, economia e
giustizia. Soprattutto c'è l'amarezza, il rimpianto («rimpianto» la
parola giusta è questa ma Prodi la negherà con vigore sospetto) del
governo andato, quello che poteva salvarsi grazie a sei voti radicali
al senato se solo «la casta avesse scelto un'altra interpretazione
della legge elettorale». Prodi, fin lì fermo come un sasso, a questo
passaggio oscilla, un colpo di sonno, forse annuisce davvero. Ma è
storia di parlamenti andati. Il destino del governo era segnato,
racconta Pannella, «con consapevolezza», dall'attività dei «falsi
innovatori del nostro settore». Parla di Veltroni o di Bertinotti?
Forse di entrambi, il dubbio resta nell'aria.

Quando Prodi attacca, annuncia un discorso più breve dell'applauso
lunghissimo che la platea gli tributa. E certo: Pannella e il
socialista Mauro Del Bue hanno invitato alla missione dei mille tutti
gli sconfitti dell'era unionista. Quelli che hanno un brillante futuro
dietro le spalle. Gennaro Migliore e Salvatore Buonadonna di
Rifondazione, i socialisti che hanno mollato la Rosa nel pugno e sono
rimasti con un pugno di mosche nel pugno, Marco Boato, Cesare Salvi,
Khaled Fouad Allam che non è stato ricandidato dal Pd, Grazia
Francescato, Franco Corleone. Il Pd ha mandato qualcuno per cortesia,
seconde file. C'è Ignazio Marino ma lui è un cattolico amico dei
radicali, «fra noi chissà chi è il diavolo e chi l'acqua santa» gioca
al microfono Emma Bonino. Poi ci sono anche quelli con il vento in
poppa, arriverà il prossimo direttore della Festa del Cinema romana
Pasquale Squitieri. Prodi attacca, e porta dunque un saluto ai suoi
«ultimi giapponesi». E di lì dipana un discorso che dice, ma
soprattutto lascia intendere e sottende. L'elogio a Bonino ministra
instancabile, donna «che non ragiona in termini di quote», avesse
fatto qualche ministra in più il professore si sarebbe accorto che non
è l'unica. E poi bravi i radicali che lo hanno difeso, «anche su temi
in cui non erano d'accordo», «per coscienza e consapevolezza che
avrebbe dovuto essere comune a quelli che partecipavano al governo».

Come dire, a differenza di altri. Prodi passa in rassegna i meriti del
governo, il suo è un rosario sgranato punto legge per legge, dal
coraggio di prendere decisioni impopolari, al fisco, alla lotta
all'evasione. Ma c'è una cosa che vuole dire, come epitaffio a
«un'esperienza intensa e appassionante iniziata il 2 febbraio del '94»
e passata per - sottolinea - «due vittorie caso raro di fronte ad una
struttura poderosa e formidabile come Forza Italia». Ed è: «La
fondazione del Pd» è nata all'interno «dell'Ulivo e poi dell'Unione» e
«in quest'ambito il Pd doveva essere il riferimento delle forze
riformiste, socialiste, cattoliche, laiche e liberali» per chi
intende, dice che la sua idea di Pd non è autosufficiente e
indifferente alle alleanze. Le 281 pagine di programma, continua
Prodi, «che sono state molto derise hanno però rappresentato un
momento di affiatamento per le forze che lo hanno sottoscritto». Per
il professore questo è il punto: «La vera questione democratica in
Italia è trovare convergenze tra forze diverse, questa è la
democrazia, non la forza semplificatrice che toglie di mezzo voci».
Prodi resta il prodiano di sempre, il riferimento walterista e
cesarista non è necessario. E infatti Veltroni gli risponde gelido da
Roma, dal convegno delle Acli dov'è ospite insieme a Pier Ferdinando
Casini: «Il risultato elettorale è quello che è ma io resto convinto
che serve un segno di discontinuità». Quanto a discontinuità Casini
sarebbe perfetto, solo ci stesse.

Il professore le conosce bene le convinzioni di Veltroni, non le
condivide e lo dice. Ai radicali, per gratitudine, gli ultimi suoi
rimasti, come dice lui «un partito che capisce le difficoltà» rivolge
il saluto che si conviene agli ultimi giapponesi: saionara, arigatò.
Che però non è un addio è un grazie, certo, ma un arrivederci.

(il manifesto)


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