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 Oggetto del messaggio: ARLECCHINO SE NE E' ANDATO DAL FORUMISTA MA...RESTA SUL WEB
MessaggioInviato: dom set 04, 2016 12:18 pm 
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ARLECCHINO SE NE E' ANDATO DAL FORUMISTA MA ... SE IL PD decide di chiudere per sempre (come sarebbe logico avvenisse dopo che l'ha massacrato) questo forum, il lavoro di quasi 20 anni non si deve perdere.

Siamo disposti a prezzi ONESTI di farne fare copia, da chi è competente, e pagare il servizio a spese nostre.
Ovvio il conoscerne per tempo costi e tempi di attuazione.

ggiannig


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 Oggetto del messaggio: RENZI perde se non incarna il cambiamento AZIONI NON PAROLE
MessaggioInviato: sab nov 12, 2016 11:03 am 

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Effetto Trump sul referendum, i sondaggisti: "Renzi perde se non incarna il cambiamento"
"Il rischio è che venga identificato con l'establishment, come la Clinton", sostiene Alessandra Ghisleri. Mentre per Antonio Noto e Nicola Piepoli il No è già in vantaggio

Di MONICA RUBINO
10 novembre 2016

ROMA - Il voto Usa avrà ricadute sulla campagna referendaria italiana? I sondaggi a stelle e strisce hanno davvero male interpretato il sentimento popolare degli americani? Per i sondaggisti di casa nostra, scientificamente parlando, non c’è stato alcun errore statistico negli Stati Uniti. “Non si può parlare di un flop – chiarisce Antonio Noto, direttore dell’istituto Ipr Marketing – i sondaggi americani hanno interpretato il voto popolare che ha dato ragione a Hillary Clinton e hanno sbagliato di pochissimo nel prevedere un vantaggio della candidata democratica, rimanendo entro il margine dell’errore statistico che consente uno sbaglio fino al 3,3%. Negli Usa la differenza l’hanno fatta i grandi elettori”. E in Italia? “In base ai nostri calcoli per il momento il No al referendum è leggermente in vantaggio – afferma il sondaggista - Ma può succedere qualunque cosa all’ultimo momento. E bisogna tener presente che il 5% dei votanti italiani cambia opinione in cabina elettorale”. Insomma, nessuna paura di sbagliare: “Noi studiamo la probabilità, non abbiamo la sfera di cristallo: l’errore è considerare i sondaggi un’anticipazione della realtà. Quanto alla paura di sbagliare...beh, quella è uno stimolo positivo, è il sale del nostro lavoro”, conclude Noto.

Trump presidente: i sondaggisti falliscono, ma due studentesse avevano indovinato i risultati
Per Alessandra Ghisleri di Euromedia Research l’effetto Trump nel nostro Paese è ancora tutto da valutare: “È troppo presto per capirlo. Bisogna chiedersi invece se l’identificazione di Clinton nell’establishment non abbia piuttosto costituito per l’elettorato un fattore di allontanamento. La candidata democratica non rappresentava il vero cambiamento, ma i poteri dello Stato. Questo non è piaciuto all’America rurale, quella del Nord, il cosiddetto “vento dei laghi”, che l’ha respinta. E mi sono chiesta se a correre lo stesso rischio non sia anche il premier Matteo Renzi. Il messaggio di Trump non era politicamente corretto ma è arrivato alla gente”.

Nicola Piepoli, direttore dell’omonimo istituto di ricerche, è invece convinto che la vittoria di Trump in Usa avrà in Italia ricadute per il No: “Noi italiani ed europei dimentichiamo a volte dove viviamo: l’impero a cui apparteniamo è quello americano. E il nuovo imperatore – perché Trump non ha di se stesso il concetto di un capo democratico come Barack Obama - tutto vuole fuorché cambiamenti della nostra Costituzione. Trump non è aggregante, ma divisivo. Gli italiani non sono affatto spaventati dalla sua vittoria, ma piuttosto meravigliati: da un nostro sondaggio risulta che per il 75% hanno accolto la sua affermazione con stupore”.


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10 novembre 2016

Da - http://www.repubblica.it/politica/2016/ ... ef=HREC1-7


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 Oggetto del messaggio: ARLECCHINO SE NE E' ANDATO DAL FORUMISTA MA...RESTA NEL WEB
MessaggioInviato: sab nov 12, 2016 11:06 am 

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Trump sulle orme di Berlusconi lancia il "Contratto con gli americani"
Sul suo sito, include il programma dei primi cento giorni. Ma già alle prime letture si scoprono evidenti effetti-annuncio. E già in una intervista al WSJ il neoeletto presidente frena sulla modifica solo di parte dell'Obamacare
Dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI
11 novembre 2016

NEW YORK - Le analogie con Silvio Berlusconi continuano ad aumentare. Donald Trump lancia il suo “Contratto con l’elettore americano”, che include il suo piano per i 100 giorni. Ben visibile sul suo sito, il Contratto elenca provvedimenti che il neo-presidente intende varare non appena s’insedierà alla Casa Bianca (l’Inauguration Day è il 20 gennaio). Molti di questi erano già stati anticipati sull’edizione cartacea di Repubblica ieri e oggi.

Cancellate le restrizioni all’estrazione di petrolio, gas naturale. Ritiro o ri-negoziazione dal trattato Nafta che un quarto secolo fa creò il mercato unico con Canada e Messico. Denuncia formale della Cina per manipolazione della valuta (preludio a sanzioni commerciali). Avvio delle procedure di espulsione per due milioni di “immigrati criminali”. Congelamento di tutte le assunzioni nel pubblico impiego (federale ovviamente, gli Stati fanno quello che vogliono). Stop a qualsiasi versamento all’Onu per la lotta al cambiamento climatico.

Segue una seconda parte, spalmata sui 100 giorni, e fatta per lo più di iniziative che Trump intende lanciare ma che poi andranno approvate dal Congresso. E’ in questa parte che si trova l’abrogazione di Obamacare, la riforma sanitaria del suo predecessore. Così come i 1.000 miliardi di dollari di investimenti per l’ammodernamento delle infrastrutture. Ovvero la riforma fiscale che dovrebbe ridurre il prelievo su tutti, persone fisiche e imprese.

Una lettura attenta rivela che ci sono molti effetti-annuncio. Per esempio: la ri-negoziazione del Nafta è un processo lungo nel quale intervengono i tre paesi firmatari, non basta la volontà del presidente americano; poi qualsiasi nuova formulazione di quel trattato andrà sottoposta a ratifica del Congresso, dove una parte dei repubblicani legati alle lobby industriali restano liberoscambisti. Ancora: per abrogare Obamacare bisogna prevedere un sistema sanitario alternativo; l’esperienza insegna che disegnare la sanità americana è un cantiere su cui i parlamentari si cimentano su tempi lunghi (anche lì intervengono le lobby: assicurazioni, Big Pharma, ospedali privati, medici). A riprova: in un’intervista appena uscita sul Wall Street Journal, Trump sta già facendo una parziale marcia indietro su Obamacare, invece dell’abrogazione totale accenna alla possibilità di modificare solo parte di quella riforma sanitaria.

In quanto al piano delle infrastrutture, per aggirare la resistenza dei repubblicani ortodossi che non amano la spesa pubblica, Trump proporrà che i 1.000 miliardi ce li mettano i privati. Ma con sgravi fiscali che di fatto li finanzierebbero fino all’82%. Il compito più facile per Trump sarà abrogare quelle riforme che Obama aveva varato attraverso atti esecutivi: ricadono in questa categoria diverse normative ambientaliste dell’Environmental Protection Agency.

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11 novembre 2016

Da - http://www.repubblica.it/esteri/2016/11 ... ref=HREA-1


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 Oggetto del messaggio: ARLECCHINO SE NE E' ANDATO DAL FORUMISTA MA...RESTA NEL WEB
MessaggioInviato: sab nov 12, 2016 11:07 am 

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L’incoerenza economica delle ricette di Donald Trump
11.11.16
Francesco Daveri

L’impegno a proteggere i perdenti della globalizzazione con la disdetta del Nafta e aliquote fiscali più basse ha portato Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Ma, al contrario di quanto promesso dal tycoon, l’aumento del deficit pubblico farà salire il disavanzo commerciale Usa.

Il malessere americano che ha fatto vincere Trump
Donald Trump eredita un paese che cresce stabilmente intorno al 2 per cento annuo e con un tasso di disoccupazione sceso di poco al di sotto del 5 per cento della forza lavoro. È un paese molto diverso da quello che aveva trovato il suo predecessore, Barack Obama, alla fine del 2008. Allora, fallita Lehman Brothers, il Dow Jones era sceso sotto i 9000 punti (dai 13mila di fine 2007) e l’economia era in recessione da quattro trimestri, il che portò la disoccupazione sopra al 9 per cento nei primi mesi del 2009. I numeri che Obama lascia in eredità a Trump sono in tutto simili alle medie secolari che hanno contrassegnato da decenni il buon funzionamento dell’economia americana che, nonostante tutto, è rimasta il motore trainante dello sviluppo mondiale.

Eppure, se Trump ha vinto, è perché in America c’è malessere. Se non ci fosse, un candidato come Bernie Sanders sarebbe stato etichettato come un socialista rétro e non sarebbe certo arrivato a contendere la candidatura alla presidenza degli Stati Uniti a Hillary Clinton nelle primarie del partito democratico. Se in America non ci fosse malessere, il partito repubblicano non avrebbe indicato come candidato alla Casa Bianca un estremista no-global (anche pieno di scheletri nell’armadio) lontano dalla tradizione liberista del Grand Old Party come Donald Trump.

Sanders e Trump non escono dal nulla ma rappresentano – in modi molto diversi – le esigenze degli insoddisfatti dell’America degli ultimi anni. Dei lavoratori che hanno subito le conseguenze delle delocalizzazioni manifatturiere in Messico e in Cina. Degli abitanti delle zone periferiche delle grandi città che vedono nell’afflusso degli immigrati una minaccia e non la tradizionale fonte di eterno ringiovanimento della società americana. Delle tante famiglie americane indebitate, che tra l’altro hanno visto i loro bilanci minacciati dall’aumento del costo dell’assicurazione sanitaria e delle rette universitarie dei figli.

Sostegno fiscale alla classe media con maggiore disavanzo con l’estero
E’ a questi elettori che Donald Trump ha saputo parlare, anche con il suo programma economico. Mentre la signora Clinton prometteva più eguaglianza di opportunità con un “sistema fiscale equo” (con una sovrattassa di 4 punti per i redditi superiori a 5 milioni di dollari) e “liberando l’iscrizione universitaria dai debiti”, va riconosciuto che Trump è stato più concreto nella sua promessa di aiuto alla classe media. Agli americani con un reddito individuale tra i 29 mila e i 37 mila dollari Trump ha promesso di ridurre le aliquote dal 15 al 12 per cento. E il 12 per cento toccherebbe anche a quelli con redditi compresi tra i 37 e i 54 mila dollari che oggi pagano una aliquota marginale del 25 per cento. Sui dati fiscali del 2013 si tratta di circa 30 milioni di persone. Ma anche ai 3 milioni di persone con redditi compresi tra i 91 e i 154 mila dollari Trump ha promesso un taglio di aliquota di tre punti: dal 28 per cento di oggi al 25 per cento. Non sono noccioline. La prospettiva di tanto estese riduzioni di imposta, associata alla promessa di rinegoziare accordi commerciali che – nella retorica di Trump – hanno cancellato i posti di lavoro manifatturieri della Rust Belt, è stato probabilmente vista come una promessa di benessere più concreta rispetto a quella implicita nei piani della signora Clinton.

C’è però un dettaglio su cui il nuovo presidente degli Usa ha sorvolato. Tra le sue promesse ha incluso quella di riequilibrare i conti con l’estero, oggi negativi per 800 miliardi di dollari (è il saldo della bilancia commerciale dello scambio di beni e servizi). Se però il nuovo presidente attuerà davvero il suo piano che prevede una politica fiscale molto espansiva finanziata con emissione di debito pubblico, il risultato più probabile sarà quello di aumentare, non di ridurre, il disavanzo commerciale degli Stati Uniti. L’aumento della domanda interna farà salire le importazioni, chissà magari anche dal Messico. Il probabile apprezzamento del dollaro che potrebbe conseguire dall’aumento dei tassi di interesse necessario a finanziare l’accresciuto debito contribuirà poi ad ampliare il deficit commerciale, rendendo meno competitivi i prodotti americani rispetto a quelli del resto del mondo. E’ dunque tutt’altro che scontato che le politiche di Trump – anche se attuate come in campagna elettorale – riescano davvero nell’intento di riportare il manifatturiero a Detroit. Non passerà molto tempo prima che le promesse del tycoon oggi vittorioso siano sottoposte al test dei fatti.


In questo articolo si parla di: Donald Trump, elezioni americane 2016
Bio dell'autore
Francesco Daveri
Daveri Francesco Daveri è professore ordinario di Politica economica presso l’Università Cattolica (sede di Piacenza), dove insegna i corsi di Scenari Macroeconomici, International Finance, Economia Internazionale ed Economia Monetaria. La sua ricerca riguarda la relazione tra le riforme economiche, l’adozione delle nuove tecnologie e l’andamento della produttività aziendale e settoriale in Italia, Europa e Stati Uniti. Su questi temi ha svolto anche attività di consulenza per la Banca Mondiale, la Commissione Europea e il Ministero dell’Economia. Fa parte del Consiglio di reggenza della Banca d’Italia (sede di Bologna) e del Comitato di Sostenibilità di Eurizon Capital. Scrive articoli di commento sul Corriere della Sera. Segui @fdaveri su Twitter oppure su Facebook
Altri articoli di Francesco Daveri

Da - http://www.lavoce.info/archives/43823/l ... ald-trump/


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 Oggetto del messaggio: ARLECCHINO SE NE E' ANDATO DAL FORUMISTA MA...RESTA NEL WEB
MessaggioInviato: sab nov 12, 2016 11:09 am 

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Trump, Cacciari: “Per i tecnocrati la partecipazione è un optional.
Così trionfa il voto anti establishment”

Il filosofo ed ex sindaco di Venezia analizza le ragioni politiche e sociali dell'elezione del repubblicano alla Casa Bianca: "È in atto un movimento contro le tradizionali forme di rappresentanza, non solo di centrosinistra. Dall’immigrazione al lavoro, "la politica diventa populista solo in campagna elettorale. E senza più la sinistra, contro la 'destra cattiva' in Italia non resta che Grillo"

Di Fabrizio d’Esposito | 10 novembre 2016

Il Sistema, con la maiuscola, ormai esplode ovunque, non solo in Europa. Il professore Massimo Cacciari, filosofo nonché ex sindaco di Venezia, per lustri ha tentato invano di dare contenuti a un riformismo vero per il centrosinistra italiano.

La sconfitta di Hillary Clinton rade al suolo un’epoca. Un quarto di secolo a discettare di Terza Via, ulivismo mondiale, sinistra liberal e altre amenità.
È in atto un movimento contro le tradizionali forme di rappresentanza, non solo di sinistra o centrosinistra. Lo stesso Trump ha vinto nonostante il Partito Repubblicano. Una riflessione analoga si può fare per la Brexit. Io uso questo termine: secessio plebis.

Secessione della plebe. Il popolo. La sinistra, appunto, com’era una volta.
Ovviamente l’effetto del tracollo è più eclatante per le forze democratiche e socialdemocratiche perché sono state soprattutto loro a non comprendere i fenomeni che ci hanno condotto a tutto questo.

L’elenco è lunghissimo.
La moltiplicazione delle ingiustizie e delle diseguaglianze; il crollo del ceto medio; lo smottamento della tradizionale base operaia; l’incapacità di superare lo schema di welfare basato sulla pressione fiscale. Oggi l’unico sindacato che conta è quello dei pensionati e a mano a mano che si pensionavano i genitori sono emersi i figli precari, i figli pagati con il voucher, i figli ancora a carico della famiglia.

La classe dirigente, a destra come a sinistra, ha pensato solo a diventare establishment.
Non è solo questo perché non era semplice prevedere cambiamenti colossali e un Churchill o un Roosevelt non nascono in ogni epoca. Anzi.
Quasi trent’anni fa ormai, in Italia furono pochissimi, tra cui lei, a capire movimenti come la Lega.
Avevi voglia a dire che a Vicenza gli operai votavano Lega oppure che la sinistra a Milano la sceglievano solo contesse e contessine di via Montenapoleone.

Adesso Bersani, per quel che vale, dice: “Basta con la retorica blairiana”.
La sinistra è stata a rimorchio delle liberalizzazioni e dei poteri forti. Ma l’immagine di una donna liberal di sinistra a Wall Street è una contraddizione in termini.

L’ex comunista Napolitano, oggi presidente emerito della Repubblica, se la prende pure con il suffragio universale.
Ecco, appunto. È la conferma che le élite liberal si sono adeguate al trend burocratico e centralistico.

La tecnocrazia al posto delle elezioni.
La partecipazione è diventata un optional.

Di qui la secessio plebis. O il populismo, se vuole.
A me non interessa come definire il fenomeno, a me preme capirlo. Tutti sono populisti in campagna elettorale. Francamente il punto non è questo. Io voglio comprendere questi fenomeni sociali, poi chi li rappresenta può avere un tono o l’altro.

Ora tocca all’Europa.
Dove gli effetti dell’immigrazione sono devastanti. Ma è necessario fare una premessa: l’Europa non sono gli Stati Uniti.

Cioè?
Dove c’è un impero la politica la fa l’impero.

Non Trump, quindi.
Esatto. In fondo basta sentire le sue prime dichiarazioni concilianti.

In Europa, invece?
La storia è matematica, non sbaglia mai. E in assenza di politiche efficienti e credibili, non banali promesse, ci sono tre tappe nel nostro continente. La prima è quella del malcontento o della secessio plebis di cui ho già parlato.

Poi?
Sparare contro i Palazzi, infine l’affermazione di una destra cattiva anti-immigrazione. Penso a Le Pen, Farage, Orban, Salvini e Meloni.

Grillo no?
No, Grillo non fa parte di questa destra cattiva. Ho scritto un articolo su chi saranno i Trump d’Europa e concludo proprio così: in Italia non resteranno che i Cinquestelle.

Un argine contro la peggiore destra.
Renzi si è fatto establishment. Per questo i suoi tentativi populistici puzzano parecchio.

Quale sarà l’effetto Trump sul referendum del 4 dicembre, se ci sarà?
Vedo due tendenze. Da un lato può galvanizzare le forze che vogliono mandare Renzi a casa.

Dall’altro?
In questo clima, gli italiani potrebbero scegliere l’opzione ritenuta più tranquilla e meno traumatica, cioè il Sì.

Di Fabrizio d’Esposito | 10 novembre 2016

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Da - http://www.ilfattoquotidiano.it/premium ... 2016-11-10


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 Oggetto del messaggio: BARCA, è pronto x dire a RENZI cosa fare oppure a sostituirl
MessaggioInviato: sab nov 12, 2016 21:08 pm 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:02 pm
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11 novembre 2016

Barca: "Senza vera partecipazione cittadini, anche Renzi rischia di subire effetto Trump"
"Le elezioni americane dicono alla sinistra italiana e non solo che deve tornare a fare la sinistra. Dicono anche che i partiti servono: a differenza della candidatura di Obama, quelle di Clinton e Trump sono nate fuori dai partiti, dalla logica di rappresentanza e la gente ha cercato autorità". Così l'ex ministro e dirigente del Pd Fabrizio Barca analizza la vittoria di Donald Trump e della sconfitta della democratica Hillary Clinton nella corsa per la presidenza Usa. Secondo Barca: "Renzi in Italia ha anticipato il sentimento anti-establishment, ma il rischio in questo modo è di aprire la strada a chi usa quello stesso linguaggio in maniera più convincente".

Da - http://video.huffingtonpost.it/politica ... 0761/10739


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 Oggetto del messaggio: ARLECCHINO da FB ...
MessaggioInviato: gio dic 08, 2016 11:42 am 
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Il Referendum, del 4 dicembre ci obbliga, ma obbliga soprattutto "il potere", alla considerazione che gli ultimi non possono seguitare a rimanere tali, ai livelli cui siamo arrivati oggi.

L'egocentrismo, dinamico, per alcuni eccessivo, di Renzi raccogliendo intorno alla sua Presidenza consenso e dissenso ha il merito di avere fatto emergere che anche l'apatia dei disattenti, dei rassegnati, degli imboscati in una realtà comoda ma meschina, si può destare per elevare proteste civili e non violente.

Adesso, a tutti noi, il compito di leggere con attenzione il messaggio del Referendum e non commettere errori da animi frastornati.

Saluti cari ...


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 Oggetto del messaggio: L’Ulivo: ieri tradito, oggi rimpianto dai maramaldo anti Pro
MessaggioInviato: gio feb 02, 2017 18:53 pm 
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L’Ulivo: ieri tradito, oggi rimpianto
In questi giorni viene ricordata come una sorta di “età dell’oro” della sinistra italiana, ma quando l’Ulivo era in campo, tra il 1995 e il 2008, quasi tutti i leader provenienti dal Pci minarono quella proposta politica

Pubblicato il 02/02/2017 - Ultima modifica il 02/02/2017 alle ore 10:20
FABIO MARTINI

L’Ulivo? Sembra essere diventata una sorta di ”età dell’oro”. Soprattutto per Pier Luigi Bersani, già ministro nei due governi Prodi, ma anche esponente di punta di quella corrente politico-culturale che viene dal Pci e che ha dato vita a partiti in continuità con quella tradizione, il Pds e i Ds. Da qualche settimana è tutto un fiorire di nostalgie evocative: «Serve un nuovo Prodi», «Se Renzi va alle elezioni, nasce un nuovo Ulivo». Ora è un’esperienza rimpianta, ma quando l’Ulivo era in campo, tra il 1995 e il 2008, quasi tutti i leader “comunisti” minarono quella proposta politica. Nel 1998, dopo che Rifondazione ebbe ritirato il suo appoggio al primo governo Prodi, l’ex Capo dello Stato Francesco Cossiga offrì il proprio appoggio a quella esperienza a patto che si “sciogliesse” l’Ulivo: Romano Prodi e Arturo Parisi dissero no, Massimo D’Alema (nuovo presidente del Consiglio), Walter Veltroni (ex vice-premier col Professore e diventato segretario Ds) e Pier Luigi Bersani (confermato ministro) dissero sì. Nella stagione che inizia nel 2005, col ritorno di Prodi in Italia dopo aver guidato la Commissione europea, l’Ulivo segna due passi avanti: nasce il Pd e la nuova leadership di verso Palazzo Chigi di Prodi viene investita con Primarie di coalizione.

Quando, nel 2008, il governo Prodi deve subire di nuovo la sfiducia di Rifondazione comunista, il Pd guidato da Walter Veltroni, anziché contrastare duramente quella manovra che porta alla caduta del governo, stipula con i comunisti un patto di non belligeranza in vista delle successive elezioni anticipate. E nel 2013, quando si tratta di eleggere il nuovo Capo dello Stato, Romano Prodi è in Africa per una missione Onu e finisce per ritrovarsi improvvisamente candidato alla presidenza della Repubblica, ma in un contesto del tutto casuale, stritolato in una guerra sorda tra i due principali notabili: Bersani (forte di un buon rapporto personale) lo candida dalla sera alla mattina e D’Alema che apertamente osteggia il Professore. Il resto è storia più recente: quando Giorgio Napolitano (nel frattempo riconfermato Capo dello Stato) si dimette nel gennaio 2015, il segretario del Pd Matteo Renzi decide di tagliar fuori Forza Italia e il centro-destra e potendo candidare un esponente della propria parte, non chiede la disponibilità a Romano Prodi, troppo “ingombrante”.
E anche Renzi ogni tanto citerà la stagione dell’Ulivo.
Nei momenti di difficoltà. Esattamente come gli ex comunisti.


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Da - http://www.lastampa.it/2017/02/02/itali ... agina.html


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