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 Oggetto del messaggio: Al vaglio dei pm la «connection» 'ndrangheta-P2
MessaggioInviato: ven lug 29, 2016 07:04 am 

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Al vaglio dei pm la «connection» 'ndrangheta-P2

di Roberto Galullo

24 luglio 2016

Il pentito di ‘ndrangheta Nino Lo Giudice i colpi migliori li aveva lasciati in canna. Non sarà direttamente lui – che pure manderà alla storia due memoriali contraddittori, uno dei quali pieno zeppo di nomi di presunti massoni calabresi – a raccontare ai pm reggini parti del passato di Paolo Romeo e Giorgio De Stefano. A raccontare dell'ex parlamentare Romeo, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e arrestato da poco con l'accusa di essere tra i vertici della cupola mafiosa di invisibili e riservati e del rampollo del “casato” De Stefano sarà infatti il 24 giugno 2011 l'altro pentito calabrese Consolato Villani che, con il pm Giuseppe Lombardo (che farà confluire l'interrogatorio nell'indagine Mammasantissima), si lascerà andare ad una rivelazione destinata a riaprire il caso della loggia P2 e degli elenchi da sempre ritenuti incompleti. «Tanto l'avvocato Paolo Romeo che l'avvocato Giorgio De Stefano facevano parte della P2 di Licio Gelli che spesso si recava a Reggio Calabria: ciò mi è stato detto da Nino Lo Giudice e Peppe Reliquato (cognato di Lo Giudice, ndr)», dirà Villani a Lombardo.

E il Gip Domenico Santoro, che firmerà l'ordinanza Mammasantissima, scriverà: «nell'integrazione depositata il 18 marzo 2016, il Pm ha fatto cenno ad ulteriori elementi di prova inerenti il legame corrente fra De Stefano Giorgio e Romeo Paolo e gli ambienti dell'eversione di destra e della massoneria. Il tutto prende le mosse da dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Consolato Villani, sulla credibilità del quale e sul livello della cui attendibilità intrinseca non resta che rinviare a quanto evidenziato, fra le altre, nella sentenza Meta, resa dal Tribunale di Reggio Calabria». Giorgio De Stefano, aggiungerà Villani, è la vera mente della cosca omonima ed è il soggetto più potente che oggi ci sia in quella zona di confine tra la ‘ndrangheta e quei centri di potere occulto che passano anche dagli ambienti massonici.

La Procura, ora, cercherà riscontri su una delle pagine più torbide della recente storia democratica del Paese e dovrà raccogliere anche sul punto citato da Villani le versioni di De Stefano e Romeo. Intanto tira fuori dal cassetto un altro interrogatorio, quello del 24 gennaio 1995 di uno storico pentito di ‘ndrangheta, Filippo Barreca, che riferirà dell'esistenza, sin dai «primi mesi dell'anno'79», di «una loggia segreta a Reggio Calabria… a cui appartenevano professionisti, rappresentanti delle istituzioni, politici e, come detto, ‘ndranghetisti». Barreca dichiarerà che la «loggia segreta di Reggio Calabria», era stata costituita inizialmente da «nel contesto di quel più ampio progetto nazionale» al quale avevano aderito «le più importanti personalità cittadine» tra cui anche «l'onorevole Paolo Romeo, l'avvocato Giorgio De Stefano… e taluni componenti della loggia appartenevano anche alla P2…la loggia, peraltro, aveva stretti rapporti con la massoneria ufficiale».

Continuando il collaboratore chiariva che: «Le competenze della loggia, come detto, si fondavano su una base eversiva. Ma, prevalentemente, la loggia mirava ad assicurarsi il controllo di tutte le principali attività economiche, compresi gli appalti, della provincia di Reggio Calabria; il controllo delle Istituzioni a cui capo venivano collocati persone di gradimento e facilmente avvicinabili; l'aggiustamento di tutti i processi a carico di appartenenti alla struttura; l'eliminazione, anche fisica, di persone “scomode” e non soltanto in ambito locale. In sostanza si era creato un gruppo di potere che gestiva tutto l'andamento della vita pubblica e economica in sintonia con altri gruppi costituitisi in altre città' italiane. Dopo l'arresto di Freda la loggia continuò ad operare a pieno regime, sotto la direzione di Paolo De Stefano, del cugino Giorgio e dell'avvocato Paolo Romeo; questi, nella qualità di esponenti di primo piano della ‘ndrangheta in stretto collegamento con i vertici di tutte le istituzioni del capoluogo reggino. Per quanto riguarda la ‘ndrangheta fu sempre la famiglia De Stefano a ricoprire con propri affiliati ruoli di vertice all'interno della loggia».

Non resta che ricongiungere – visto che la storia è fatta di anelli che bisogna avere la volontà di collegare al posto giusto – il memoriale fatto pervenire alla Procura della Repubblica di Reggio Calabria nel 1984 da Giuseppe Albanese in cui sono inseriti chiarissimi riferimenti alla Società di Santa: «Reggio Calabria-Anno1968/1969 - Con l'arresto di centinaia di mafiosi riuniti in polsi Aspromonte (Rc) retata condotta dal questore Emilio Santillo, mettendo in luce codici e leggi della onorata società: ‘ndranghtista calabrese, alcuni degli anziani volevano mantenere quel tipo di organizzazione segreta, che di segreto non c'è più niente. In quanto molti di essi avevano svelato, rilevato le modalità della organizzazione e le sue leggi ecc. ecc. nel frattempo prendeva piede di formazione operativa una società “setta” denominata “A mamma Santissima” (a Santa). La prima formazione era a capo Santo Araniti con Paolo De Stefano e Domenico Libri. Araniti, è stato il primo a dichiarare guerra a Domenico Tripodi ecc. ecc. boss incontrastato sino a quel tempo della vecchia mafia.

Moltissimi si sono allontanati dai boss di vecchio stampo, riassociandosi ai Araniti, De Stefano, Libri, e “Santa”. Si sono associati a costoro in quanto la “Santa” aveva dei programmi delittuosi più vantaggiosi, più lucrosi, più industrializzati e meglio organizzati con promesse con maggior guadagno per tutti e maggior possibilità di controllare il processo. I loro programmi uscivano dalle vecchie regole dell'Onorata Società, in quanto la “Santa” aveva dei propositi come sequestri di persona, traffici di droga, traffico di tutto ciò che portava guadagno. Inoltre lo sterminio totale di chi non si informasse dei loro programmi con la vecchia ’ndrangheta. In quel tempo erano vietate severamente tutte queste cose, la “Santa” ci ride sopra a questi delitti e reati. L'importante è che si controlli che ciò che si vuole controllare con l'affiliazione, reclutamento in qualsiasi ceto sociale o professionale. Non esiste voto l'importante è che il nuovo fratellizzato alla “Santa” è a essi facile l'interesse di tutti e della “Santa”. Questa setta negli anni 1970 aveva dei doppi fini che col tempo perse un po’ di quella finalità che erano al servizio del potere occulto (P2) aveva compiti di squadrone della morte, diretti da Giorgio De Stefano ecc».

E cosi al capo della Procura di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho e al suo sostituto Lombardo, non resta che collegare, infine, il memoriale del collaboratore di giustizia Giacomo Ubaldo Lauro dell'8 giugno 1995: «Esimi, concludo lasciando a Voi ogni altra domanda a chiarimento e di supporto a fatti e circostanze ancora non chiarite negli ultimi 30 anni del malaffare che si era istituzionalizzato in Reggio Calabria e provincia tanto da inquinare, io dico profondamente, le istituzioni ad ogni livello, coinvolgendo così tutta una generazione e pregiudicando in forma notevole ogni sforzo attuale che la magistratura reggina - palermitana e napoletana sta compiendo dagli anni ‘92 fino ad oggi. Ecco che spuntano fuori omicidi eccellenti come on. Lodovico Ligato (1989) - Giudice Scopelliti ‘91, on. Lima ‘92, giudice Falcone e giudice Borsellino. Questa è la realtà. Chi dice che si tratta di un “qui pro quo”, gioca alla restaurazione e fa il gioco di chi diceva che bisogna cambiare qualcosa affinché tutto resti eguale. Su questo tema oggi si gioca il futuro della democrazia italiana». E a proposito di quest'ultima affermazione di Giacomo Ubaldo Lauro, la Procura di Reggio Calabria lo ha capito.

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