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 Oggetto del messaggio: Intervento di Emma Bonino al Comitato di Radicali italiani
MessaggioInviato: ven lug 29, 2016 06:46 am 

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Cambiamo il racconto dell'immigrazione.
Intervento di Emma Bonino al Comitato di Radicali italiani

23/07/2016
immigrazione.jpg

Io credo che le proposte che ho sentito e le iniziative possibili e necessarie, a livello locale e nazionale, sul tema immigrazione debbano essere viste all’interno di un’analisi più complessiva di quello che sta succedendo in Europa e non solo, e del problema di fondo, ovvero quello della rappresentazione, del racconto pubblico che viene fatto dell’immigrazione.

Si tratta normalmente di un racconto negativo, colpevolizzante, con capri espiatori per qualunque cosa. Quindi le proposte razionali stentano a farsi strada proprio perché sono coperte da stereotipi e pregiudizi di ogni tipo e del tutto infondati. Pensate al fatto che in Italia i magistrati, hanno detto ripetutamente che il reato di clandestinità non solo non aiuta, da nessun punto di vista, ma anzi è controproducente. Nonostante ciò, il reato di clandestinità rimane in vigore perché il problema rifugiati e immigrazione è diventato, di volta in volta, il capro espiatorio di tutti i problemi di consenso della classe politica.

Prima di lasciare ad altri la trattazione di questioni più nazionali, è importante, secondo me, avere chiaro il quadro generale.

Quando si dice che la Commissione Europea o l’Europa in senso lato è inefficace, carente etc., per proprietà di linguaggio, cominciamo piuttosto a dire: “gli Stati membri dell’Unione Europea sono inefficaci, carenti etc.” perché altrimenti non riusciamo neanche a far capire che cosa è in corso.

Prendendo solo tre episodi di cronaca, non perché dobbiamo seguire la cronaca - anzi al contrario dovremmo leggere gli eventi di cronaca proprio alla luce di un’analisi politica più complessiva- ma se guardiamo la cronaca negli ultimi 10 giorni, dicevo, abbiamo avuto Brexit, Nizza e il tentato golpe in Turchia questa notte; tre episodi che sono nel loro complesso una rappresentazione chiarissima dei problemi e delle crisi che l’Europa deve affrontare al proprio interno e all’esterno, nei paesi limitrofi.

Avremo altre occasioni per approfondire, se volete, tutti e tre questi temi, però alcune cifre ci aiutano ad essere meno ombelicali e a capire di cosa stiamo parlando. E ne darò pochissime giusto per inquadrare la questione in un contesto chiaro.

Sulla questione terrorismo, ad adiuvandum e ad aggravandum, voglio dare delle cifre a livello mondiale proprio per capire meglio ciò di cui stiamo parlando. Nel 2015 gli attentati registrati di tipo terrorista/islamista sono stati 11.000. Le vittime complessive sono state 30.000. Stiamo parlando di oltre 1000 al mese e non parlo degli annegati in mare, mi riferisco alle vittime di attentati terroristici più o meno legati all’estremismo islamico. Lo dico, non per sminuire, ma perché, se questa è la dimensione mondiale, è importante renderci conto che il terrorismo è un fenomeno interconnesso, che difficilmente si riesce a combattere solo a livello locale o nazionale.

Diceva Brzezinski subito dopo l’attentato alle Torri gemelle del 2001 che il terrorismo è una di quelle cose di cui tutti sanno tutto il momento dopo e nessuno prevede niente il momento prima. E trovo anche abbastanza stucchevoli i commenti e le banalità che si sentono dopo ognuno di questi attentati, nonché le analisi politiche: “colpiscono la Francia perché sta intervenendo, non colpiscono l’Italia perché invece non interviene”. Insomma tutte cose che possiamo dirci con quattro chiacchiere al bar ma che non mi sembra tengano ad una analisi un po’ più corretta.

Fate attenzione al fatto che questi 11.000 attentati sono quasi tutti concentrati in 5 paesi: l’Iraq, l’Afghanistan, il Pakistan, la Siria e la Nigeria. L’agenda è molto difficile da leggere ma gli sconfinamenti in territorio europeo sono appunto “sconfinamenti”, nonché il risultato di quello che è stato l’appello di al-Baghdadi ai “lupi solitari” - solitari però fino ad un certo punto perché poi serve sempre una qualche rete di collegamento e una qualche copertura. Ciò rende anche più difficile, evidentemente, la protezione individuale. Do queste cifre, ripeto, non per sminuire quello che è successo a Nizza ma per aggravare il senso di quello che abbiamo di fronte.

Tralascio - perché l’ho detto molte volte - anche i limiti imposti dalla costruzione europea attuale sullo scambio di intelligence. Ne ho parlato decine di volte ma se c’è una cosa che non è comunitaria è sicuramente lo scambio di intelligence e di informazioni, per ragioni che sono evidenti, note da quando ero ragazza e in cui la prevalenza dello Stato Nazione è certamente molto forte.

Per scendere un attimo sul territorio italiano, credo che come Radicali dobbiamo avere delle frustrazioni ma anche qualche motivo di orgoglio. Io non dimentico, ad esempio, che nel 2013, lanciammo la raccolta di firme per il referendum per abrogare la legge Bossi-Fini perché avevamo chiaro - o almeno lo aveva chiaro chi tra noi lo ha proposto e sostenuto - che il tema “mobilità”, declino demografico ed esplosione demografica, per altri versi, era una miscela esplosiva e che se non ci si attrezzava ad un governo più razionale di questo fenomeno, saremmo finiti nei guai. La frustrazione, è evidente, sta nel nostro non essere riusciti a raccogliere quelle firme, che forse avrebbero portato alla necessità o alla possibilità di un dibattito un po’ più serio e un po’ più sereno, meno di pancia, e un po’ più di testa - e anche un po’ di cuore che non fa male - a livello italiano e forse da qui a livello europeo.

La seconda questione di cui vorrei parlare è lo stato di salute dell’Europa. E’ evidente che l’Europa non goda di ottima salute, ma non gode di buona salute - bisogna essere chiari - per volontà dei singoli Stati membri.

Io non sono una appassionata di Junker, insomma non sono la “fidanzata” di Junker, per intenderci, ma devo dire che questo insistere con il capro espiatorio della Commissione europea è insopportabile! La stragrande maggioranza delle politiche, anche quelle comunitarie, è stata usurpata dal vertice degli Stati membri, che prendono delle decisioni e poi sicuramente non le applicano. Quindi si finisce col passare da un summit all’altro a presentare nuovi piani - l’ultimo è di questa settimana, quello dei 10 mila euro per ogni immigrato che un paese riceve - proprio perché le decisioni precedenti, per esempio la riallocazione dei 160 mila migranti in due anni, sono pure state approvate ma non sono mai state applicate.

Abbiamo quindi una deriva inter-governativa drammatica a livello europeo. Ovviamente tutti si stanno allineando su questa strada. Io invece credo che, per quanto impopolare e minoritario possa essere, noi dobbiamo tenere alto il metodo comunitario quanto più possibile. Certamente delle riforme sono necessarie, ma appunto delle riforme in termini di avanzamento dello strumento comunitario e non di deriva intergovernativa. Esattamente l’opposto di quello che sta succedendo.

Persino dopo Brexit il vertice dei capi di Stato, nonostante l’articolo 218 del trattato dica che a negoziare è la Commissione, hanno fatto sapere che in realtà negozieranno loro indicando un “inviato speciale” e che non venisse in mente alla Commissione di allargare qualche potere. A metà del percorso della costruzione europea, l’immigrazione NON è una competenza comunitaria, per essere chiari, così come NON lo è la difesa delle frontiere esterne. Quindi ogni volta che si invoca l’Europa sarebbe bene dire nomi e cognomi di chi stiamo invocando, altrimenti credo che il dileggio rispetto all’Europa continuerà. La tesi federalista è sempre stata piuttosto impopolare e lo è in modo particolare di questi tempi, per questo secondo me richiede, oggi specialmente, una capacità di tenuta che non sarà sicuramente semplice. Insomma, non stiamo andando per la maggiore, ammesso che l’ipotesi spinelliana abbia mai avuto momenti di grande popolarità. Forse negli anni ’80, non so, ma dagli anni ‘90 sicuramente non più. Ma questa, credo, sia la linea da tenere e per questo mi sento più vicina all’intervento di ieri di Dastoli piuttosto che a chi dice: “va beh però accomodiamoci un attimo, vediamo di mettere una qualche pecetta da qualche parte”.

Infine, credo che la crisi dell’integrazione europea, ma anche la crisi dei rifugiati e dei migranti, sia una delle crisi più gravi dell’Unione Europea, perché attiene ai valori fondamentali e al perché stiamo insieme. Da questo punto di vista, politicamente, mi sembra persino più grave della crisi finanziaria, passata o futuribile.
Cosa succederà in Turchia non lo so, ma so che, nel disperato tentativo di frenare i flussi, è stata appaltata ad un Paese terzo la soluzione del problema. Il senso è: teneteveli; a che condizioni, come, dove, non vogliamo sapere. E soprattutto non vogliamo neanche sapere cosa sta succedendo all’interno della Turchia. Stiamo chiudendo tre occhi, il naso, e tutto quanto, salvo poi che ad un certo punto la realtà esplode. Al di là che il colpo di stato sia stato sventato o non sventato, al di là dei 1500 arresti e un centinaio di morti, rimane il fatto che questa è l’espressione non di una “forza turca” ma di una “fragilità turca”; il che dovrebbe preoccupare tutti quanti. E se fate un giro nel Mediterraneo, certamente l’Egitto non gode di ottima salute, di stabilità economica e democratica, così come un po’ di attenzione - non per fare la Cassandra - deve essere rivolta anche all’Algeria, che non sta andando benissimo diciamo. La crisi del petrolio fa sì che i bilanci di questi Paesi, che vivono di sussidi e non producono nulla salvo gas, siano tutti dimezzati, e saranno costretti a ridurre i sussidi — e in Algeria c’è il sussidio per la casa, per la sanità, per la scuola, per i trasporti e per tutto quello che volete - e immaginatevi cosa vuole dire un Paese di 40 milioni di abitanti, senza prospettive di occupazione, in queste condizioni. Non apro neanche il dossier Egitto, recentemente un pochino più esplorato.

Questo solo per dirvi: noi siamo in Italia, qui c’è un’Europa “fragilizzata” per i motivi che ho detto, al sud, al nostro sud, è un susseguirsi di drammatiche fragilità.

Infine, non so se su questo abbiamo tutti la stessa opinione, ma la questione demografica, se non viene affrontata anche dal punto di vista politico, ci “sorprenderà” perché una delle modalità di questi tempi è che siamo sempre “sorpresi”. Sul terrorismo comincio finalmente a sentir dire in giro, non solo da me ma anche altri, benché ancora pochi, che la matrice è sunnita-wahhabita e che quello delle alleanze acritiche con le monarchie del Golfo è un problema reale. Però le monarchie del Golfo sono i nostri alleati preferiti, sono i nostri alleati storici, mentre l’asse del male per alcuni continua a rimanere l’Iran. Insisto: la matrice ideologica del terrorismo è wahhabita-sunnita, non è riconducibile ai Fratelli musulmani. Però questa è un’analisi che dovrebbe portare poi ad una ridiscussione delle alleanze, o comunque ad un “reset” di alleanze storiche, cosa che nessuno è pronto a fare per mille altre ragioni.

Il problema demografico è un problema sociale, ma anche politico. Noi siamo un continente che si è unito nella disgrazia post-guerra e che si disunisce ed esplode nel benessere. E’ veramente incredibile: siamo un continente che si è fatto la guerra fino allo sterminio, non molto di più di 60 anni fa. Allora l’Inghilterra era distrutta, noi pure, la Francia anche, la Germania non ne parliamo e il progetto europeo - l’unione nella disgrazia - ci ha portato in 60 anni ad essere il continente più ricco al mondo. Abbiamo diritto e dovere di brontolare, però stando a tutti gli standard possibili in termini di educazione, welfare, speranze di vita, e persino economia, l’Europa è il continente più ricco al mondo, ma attraversa un drammatico declino demografico. Non solo l’Italia, ma anche la Germania, la Spagna, il Portogallo, la Bulgaria, tutti questi Paesi sono coinvolti in un declino demografico incredibile. E ad esempio, parlando dell’Italia fra il 2030 e il 2050, se continuano questi trend demografici non si sa chi pagherà le pensioni, per essere chiari.

In tutto il mondo eravamo un miliardo nel 1815, 2 miliardi nel 1930, 7 miliardi nel 2013, 10 miliardi nel 2050 e la popolazione mondiale cresce al ritmo di 1 milione di persone ogni 4 giorni, però molto localizzati, principalmente in parti di Asia e Africa. Guardando alla costa Sud del Mediterraneo, negli anni ‘50 erano 70 milioni di abitanti più o meno, l’anno scorso erano 430 milioni di abitanti e la prospettiva è di 600 milioni da qui al 2050. E prospettive di sviluppo economico, a quei ritmi, ovviamente non ce ne sono. Lo dico perché questa mia testardaggine - spesso derisa – questa mia ossessione per l’emancipazione femminile non solo è un tema di diritti che a me sta molto a cuore, ma è anche un grande tema politico perché una delle leve per governare in qualche modo questo fenomeno altrimenti non governabile - perché non si può pensare di costruire un muro in mezzo al Mediterraneo - è proprio quella dell’emancipazione femminile.

Già adesso solo 1 su 10 dei migranti africani tenta la strada europea. Gli altri 9 si arrangiano, si fa per dire, all’interno del continente africano anche tra paesi poverissimi, creando una serie di tensioni che noi non vogliamo vedere perché sono distanti. Credo che alcuni scontri in Sudafrica e in altri paesi siano eloquenti su questo.

Chiudo dicendo che se questo è il panorama - da una parte un’Europa non all’altezza per ragioni politiche e dall’altra una regione di instabilità, per usare un eufemismo - siamo arrivati ad un punto in cui non vogliamo neanche comprendere qual è il nostro vero interesse europeo e nazionale. Questo non vuol dire che non ho critiche da fare alla Commissione Europea, dico solo che ne faccio una questione di priorità di responsabilità e che non posso cominciare dalla coda. L’ho già detto molte volte quello che penso su questa storia dei “burocrati europei che si occupano della grandezza delle banane etc.” L’occuparsi della lunghezza delle banane o delle mele è normalmente una richiesta degli Stati membri a protezione dei loro prodotti. Lo so per esperienza, come per la protezione dei pesci: non è che non si sapesse il da farsi, è che per ragioni politiche bisognava inventarsi dei “pesci di carta”, come li chiamavamo allora, per dare delle quote soddisfacenti per la conferenza stampa del ministro di turno. I pesci non c’entravano veramente niente, ma c’entrava la “politica”, si fa per dire, del Ministro della pesca.

Penso che il tener ferma la questione europea cercando di allargare lo sguardo - che è nel nostro DNA: siamo nati Radicali spinelliani per questo -, sia un compito molto difficile, probabilmente penalizzante a medio termine. E se noi non riusciamo, per difficile che sia, a trasformare il racconto pubblico sull’immigrazione in un racconto che, pur non negando i problemi, sia in prospettiva positiva per il nostro paese, anche dal punto di vista economico, io credo che rischiamo che queste che sono iniziative razionali si scontrino fatalmente con la pancia e con la paura. E sono poche le voci che lo dicono: sottovoce lo dice un po’ Confindustria, i Sindacati non lo so, lo dicono un po’ di ONG, ma certamente non la classe politica.
Quindi tra le attività da intraprendere c’è quella del racconto pubblico, dobbiamo aver voglia di affrontare Salvini, oppure qualche altro esponente politico che in fondo è uguale a Salvini, forse solo un po’ più educato. Fa impressione questo paese schizofrenico dove se tu fai un giro nel Nord Italia una volta usavano i cartelli “Nuclear Free” adesso usano i cartelli “Immigrant Free”, poi vai nelle cascine e sono tutti del Bangladesh, tutti pakistani. E non c’è un aiuto domestico che non sia di passaporto non italiano, per ragioni che non voglio troppo approfondire ma che sono evidenti – e possibilmente in nero, che così li paghiamo meno. E credo che uno dei nostri compiti, e spero di poter dare una mano anche da questo punto di vista non solo in Europa ma anche qui, sia il tentativo di trovare testimonial, sponsor, di trovare qualche strumento che ci aiuti a cambiare il racconto che si fa del fenomeno immigrazione, non solo perché è nostro dovere proteggere i rifugiati ma anche nostro vero “interesse” a medio termine. Per ora non è così, e basta accendere qualsiasi rete televisiva per constatarlo, ma noi non riusciremo a vincere sul piano legislativo se non riusciamo a sconvolgere, anche con dati alla mano, quella che è la grande bugia di questo paese e la grande bugia dell’intera classe politica. E credo che questo, non so se si chiami diritto alla conoscenza, sia uno dei compiti impopolari che ci dobbiamo tutti assumere, Radicali Italiani compresi.

Voglio solo aggiungere due parole sul Brexit, perché abbiamo fatto una ricerca i cui risultati sono drammatici ma anche esilaranti. Nella governance europea di cui si è detto, come vedete, è invalso l’uso del referendum nazionale. Questo è un problema veramente gigantesco perché si tratta di referendum a metà tra il consultivo e il plebiscito. Credo che la lungimiranza dei costituenti italiani vada sottolineata: come sapete da noi il referendum è vincolante, solo abrogativo ma esclude materie di bilancio e fiscali, amnistia, indulto e trattati internazionali. Dal punto di vista democratico, io sono abbastanza perplessa: perché sul Brexit votano solo gli inglesi? La loro uscita impatta anche noi, tutti noi. Innanzi tutto avremmo le intere istituzioni europee occupate dal negoziato Brexit per x anni. Io ricordo quando andò via la Groenlandia nel 1985 fu un incubo: tutte le risorse istituzionali erano dedicate a questo. Immaginatevi un po’ la Brexit. Però rimane il fatto che se le materie sono tutte aperte a referendum nazionali, senza vincoli o limitazioni, e diventano poi politicamente vincolanti, perché quello inglese non lo è legalmente ma lo è diventato politicamente, poi diventa un problema. Un’analisi che abbiamo fatto come European Council of Foreign Relations dà come possibili o in preparazione 38 referendum nazionali. Questo solo per farvi immaginare il tipo di disgregazione possibile, in una situazione in cui mi pare stia tornando la calma piatta dopo lo shock Brexit e in cui sono previste, per l’anno prossimo, tre elezioni non da poco: Germania, Francia, Olanda e non escluderei l’Italia. Elezioni in cui il tema “capro espiatorio europeo” avrà la maggiore. Se non si fa nulla, come mi pare i capi di Stato e di Governo abbiano deciso, cioè che non è il momento delle visioni ma del realismo lento pede, credo che non sarà un buon 2017, soprattutto se si mette in moto questo meccanismo di referendum nazionali su qualunque materia, anche di competenza europea.

Da - http://www.radicali.it/comunicati/20160 ... radicali-i


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 Oggetto del messaggio: Partito radicale Dizionario di Storia - (2011)
MessaggioInviato: ven lug 29, 2016 06:51 am 

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Partito radicale
Dizionario di Storia (2011)

Partito radicale (PR) Formazione politica italiana, espressione della sinistra liberale, sorta nella seconda metà del 19° sec. e poi, in forme nuove, nel 1955.

Il PR nell’Italia liberale. Fondato alla fine degli anni Settanta del sec. 19° da parte di esponenti della sinistra mazziniana (A. Bertani e F. Cavallotti in primis), il PR si impegnò su temi di riforma sociale, preoccupandosi di avviare una legislazione protettrice del lavoro (1879); con Cavallotti si schierò contro l’autoritarismo crispino (1890-98), ma, ai limiti fra repubblicanesimo e socialismo, non seppe qualificarsi di fronte all’elettorato come forza politica autonoma e nettamente configurata. Sotto la guida di E. Sacchi sostenne fino al 1906 l’opera riformatrice di G. Giolitti; frantumatosi in piccoli gruppi dopo la Prima guerra mondiale, dopo la breve ma significativa esperienza del governo di F.S. Nitti, fu soppresso dal fascismo, sebbene in parte la sua ispirazione si ritrovò in quella componente dell’antifascismo che diede vita a Giustizia e libertà e al Partito d’azione.

Il PR nell’Italia repubblicana. Nel dic. 1955, per iniziativa dell’ala sinistra del Partito liberale e del gruppo degli Amici del Mondo, fu costituito il nuovo Partito radicale dei liberali e democratici italiani (PRLDI). Dopo un deludente debutto elettorale alle politiche del 1958, nelle quali aveva presentato liste comuni col PRI, si avvicinò al PSI e alla formula del centrosinistra, linea non condivisa dalla sinistra radicale di cui era portavoce M. Pannella. I contrasti interni portarono nel 1962 alla crisi del PRLDI e alla riorganizzazione del partito attorno alla sua ala sinistra (primavera 1963) con il nuovo nome di Partito radicale (PR). Guidato da Pannella, il PR si caratterizzò soprattutto per il ricorso a metodi di lotta ispirati ai principi della non violenza (disobbedienza civile, marce, digiuni), diventando punto di riferimento per movimenti quali la Lega degli obiettori di coscienza, il movimento di liberazione della donna, il movimento di liberazione omosessuale ecc. La campagna in difesa della legge sul divorzio e la vittoria dello schieramento divorzista nel referendum del 12-13 maggio 1974 indussero i radicali a considerare il referendum come un importante strumento di intervento politico e a promuovere negli anni successivi una serie di referendum abrogativi di norme civili o penali ritenute illiberali. Presentatosi per la prima volta alle elezioni politiche nel 1976, il PR ottenne l’1,1% dei voti, mentre nelle consultazioni del 1979, del 1983 e del 1987 raccolse rispettivamente il 3,4%, il 2,2% e il 2,6% dei voti. Nel 1989 il PR si trasformò in PR transnazionale, aprendo sedi in numerosi Paesi, e da allora non ha più partecipato, come tale, a consultazioni elettorali nazionali. Nelle elezioni politiche del 1992 la Lista Pannella, costituitasi per iniziativa di esponenti radicali, ottenne comunque l’1,7% dei voti; nelle successive elezioni del 1994 e del 1996 (qui nella coalizione di centrodestra) raccolse, rispettivamente, il 3,5% e l’1,9%. Nelle elezioni europee del giugno 1999 i radicali si presentarono con una propria lista, denominata Lista Bonino, giungendo all’8,5% dei consensi. Il successo riportato in tale consultazione, legato a una vivace campagna d’opinione condotta sui media, non si tradusse tuttavia in una crescita politica del movimento radicale. La Lista Bonino ottenne infatti solo il 2,2% (quota proporzionale alla Camera) nelle elezioni politiche del maggio 2001. A luglio venne quindi costituita una nuova formazione, denominata Radicali italiani, coi leader storici Pannella e Bonino, D. Capezzone come segretario e L. Coscioni come presidente. Negli anni successivi, i radicali hanno portato avanti battaglie per la laicità dello Stato, l’eutanasia, la fecondazione assistita. Sul piano politico, rottasi l’alleanza con S. Berlusconi, si sono volti verso il centrosinistra, costituendo assieme ai socialisti dello SDI la lista della Rosa nel pugno (nov. 2005), che aderì all’Unione guidata da R. Prodi. Nel 2006 Rita Bernardini subentrò come segretaria a Capezzone, il quale, in polemica con Pannella, nel 2008 abbandonò i radicali. Alle elezioni del 2008 i radicali si presentarono nelle liste del PD, ottenendo 9 parlamentari. Nel nov. 2009 hanno eletto come nuovo segretario M. Staderini.

Da - http://www.treccani.it/enciclopedia/par ... -di-Storia)/


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