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 Oggetto del messaggio: STEFANO FOLLI = FA' RIFLETTERE GLI ZUCCONI DEL PD ...
MessaggioInviato: ven lug 22, 2016 12:21 pm 

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La rottamazione grillina che batte il renzismo
"Per Matteo Renzi e il suo partito il risultato è molto negativo.
È soprattutto un pessimo risultato per il “renzismo” inteso come ambizioso disegno volto a rimodellare l’Italia definendo i contorni di un partito personale costruito sul carisma del leader"

Di STEFANO FOLLI
20 giugno 2016

STAMANE la vittoria dei Cinque Stelle a Roma sarà su tutti i siti web e sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo. È una vittoria prevista ma clamorosa, anche nelle proporzioni. La capitale d’Italia verrà amministrata da una forza che pretende di essere un movimento e non un partito e che esiste da pochi anni. Beppe Grillo, assente durante la campagna, è piombato nella notte ad abbracciare Virginia Raggi e forse a sovrapporsi a lei. Quello che accadrà è un enigma avvolto in un rebus, ma i Cinque Stelle hanno vinto con un colpo di scena anche a Torino, il che raddoppia la loro responsabilità. Hanno gli occhi del mondo addosso e sono di fronte al passaggio cruciale della loro breve esistenza. Se intendono diventare qualcosa di diverso dal fenomeno protestatario e un po’ folkloristico che sono stati fin qui, salvo poche eccezioni, da oggi non dovranno sbagliare. Sapendo che le scelte possono essere impopolari e richiedono la capacità di riunire una classe dirigente.

DI SICURO sono scelte che turbano il raccontino manicheo dei buoni contro i cattivi. Per Matteo Renzi e il suo partito il risultato è molto negativo. È soprattutto un pessimo risultato per il “renzismo” inteso come ambizioso disegno volto a rimodellare l’Italia definendo i contorni di un partito personale costruito sul carisma del leader. Perdere Roma è grave, ma per mille ragioni inevitabile. Perderla con uno scarto percentuale così significativo è spiacevole, dimostra che Giachetti è stato un candidato dignitoso ma debole e fuori contesto. Tuttavia ciò che rende grave la sconfitta e apre un capitolo carico di incognite nel centrosinistra è la parallela caduta al Nord.

Fassino, uno dei fondatori del PD, era in vantaggio di circa undici punti al primo turno e nonostante questo Torino ha da oggi un sindaco a Cinque Stelle. Torino, non solo Roma. La Capitale sconta un dissesto amministrativo di anni, il capoluogo del Piemonte è un’altra storia. Fassino ha adempiuto ai doveri del suo mandato con esperienza e serietà, come dimostra la realtà di una città ben gestita e sotto questo profilo non paragonabile a Roma. Eppure l’esito del voto è il medesimo al Nord come al Centro: vince l’alternativa “grillina” con le sue ricette vaghe, i mille No e le prospettive di “decrescita felice”. E se mettiamo nel canestro anche Napoli, dove De Magistris è stato confermato senza problemi, abbiamo una dorsale dell’anti-politica, della protesta e del malessere sociale che abbraccia mondi lontani e diversi da Nord a Sud, uniti da un senso di insofferenza e di rivolta contro il vecchio assetto. E infatti De Magistris, che non é “grillino”, ha assorbito e riproposto molti dei temi populisti cari ai Cinque Stelle. I quali sotto il Vesuvio quasi non esistono, mentre il PD — come è noto — è completamente scomparso dalla contesa.

Quanto a Milano, Sala ha prevalso di misura. Nonostante questo, nessuno può davvero pensare che dal laboratorio milanese sia uscita la ricetta vincente per dimenticare Roma, Torino e Napoli. È un dato che rende meno drammatica la notte del Pd, ma non basta a costruire un’ipotesi rassicurante: troppo poco per riconciliare il centrosinistra con il suo elettorato, tanto meno per individuare le coordinate del famoso “partito di Renzi” su cui il premier ha puntato le sue carte a partire dalle elezioni europee del 2014. Così come non è sufficiente il successo di Merola a Bologna, terreno tradizionalmente favorevole, a garantire sullo stato di salute del Pd. Perché queste elezioni, pur nella diversità dei luoghi e delle situazioni, dimostrano che il Partito Democratico ha bisogno di essere ripensato dalle radici.
Travolto dai Cinque Stelle a Roma e a Torino, inesistente a Napoli, perdente a Trieste, vittorioso alla fine a Milano (e vedremo poi le altre piazze, alcune — come Varese — positive per il Pd). Un bilancio abbastanza misero per alimentare le prospettive renziane, il sogno del partito “di sistema” capace di tenersi l’ala sinistra e al tempo stesso di sfondare, novello Tony Blair, verso il centrodestra. Questo scenario non si è verificato e se Renzi conserverà Milano lo deve alla lealtà di Pisapia, che ha permesso di incollare a Sala buona parte dei voti di sinistra.

Il Pd ha bisogno di una rifondazione ideale e di un modo meno aspro di intendere la leadership. Il che non significa una trattativa di basso livello con la minoranza bersaniana. Ovvio che il premier-segretario deve attendersi qualche atto poco amichevole da parte di quel segmento del partito che è stato trattato con malcelato disprezzo negli ultimi due anni. Ma la rifondazione ideale presuppone un orizzonte assai più ampio. Temi, prospettive, ricerca di un nuovo rapporto con la base sociale e gli elettori; un rinnovamento che non sia solo la resa dei conti con gli avversari interni per promuovere il proprio gruppo di potere... c’è solo da cominciare. Il congresso del Pd potrà essere l’occasione propizia per segnare il cambio di passo, alla ricerca di un più equilibrato assetto interno. Ma nulla sarà possibile senza idee e suggestioni calate nel solco del riformismo europeo, fondate su una visione non solo propagandistica dell’Italia di oggi e del suo disagio, sullo sfondo di una ripresa economica troppo fragile e di ingiustizie percepite come intollerabili.

Il governo non corre rischi. Ma sarebbe grave se l’analisi si limitasse a tale considerazione. Questa volta è indispensabile un bagno nel realismo. A lungo, il premier si è protetto dietro uno scudo: l’assenza di alternative. Un centrodestra berlusconiano troppo debole e diviso fra moderati e “lepenisti” alla Salvini. E un movimento Cinque Stelle chiassoso ma immaturo e poco credibile come forza di governo. In parte è ancora così, ma sempre meno. Le elezioni comunali dimostrano che una forma di alternativa prende forma nelle città. Sarà incapace di esprimere, come si usa dire, una cultura di governo? Vedremo. La storia insegna che le alternative politiche con il tempo si creano sempre, per cui è pericoloso cullarsi nelle illusioni. Da stanotte anche il referendum costituzionale di ottobre diventa un’insidia da non sottovalutare. Non c’è un nesso diretto fra il voto amministrativo e la consultazione sulla riforma, salvo uno: la popolarità di Renzi è in calo insieme alle fortune del suo Pd. Per cui una certa retorica del rinnovamento, con il vezzo di dividere gli italiani fra riformisti e conservatori, rischia di essere irritante e poco utile. Anche rispetto alla strategia referendaria sarà opportuna una riflessione.

© Riproduzione riservata 20 giugno 2016

Da - http://www.repubblica.it/speciali/polit ... ref=search


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 Oggetto del messaggio: Anche Ugo Magri ci invita a riflettere ...
MessaggioInviato: mer lug 27, 2016 10:42 am 

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Parisi in campo, Fi irritata. Ma Berlusconi lo spinge
L’ex Cavaliere non ha gradito il lavoro dei colonnelli quando era in ospedale
Ex manager Stefano Parisi si propone come federatore del centro destra, un ruolo nel quale ha l’appoggio dello stesso Berlusconi

22/07/2016
Ugo Magri Roma

Il centrodestra ha un nuovo ambizioso protagonista: l’ex candidato sindaco a Milano, Stefano Parisi. Che ieri mattina sulla «Stampa» si è proposto quale «rigeneratore» di un’area troppo divisa per poter vincere. L’uomo fa sul serio. Subito dopo l’estate lancerà una convention programmatica aperta «a chi ci sta», senza preclusioni, per parlare a un popolo moderato stanco di risse e personalismi. L’uscita di Parisi ha avuto un forte impatto su quel mondo, anche perché da giorni circolava voce di suoi colloqui con Berlusconi, in particolare di una lunga chiacchierata a cena domenica 10 luglio, nel villone di Arcore. All’ex premier Parisi sta simpatico perché in campagna elettorale non ha mai baciato la pantofola di Salvini, mostrandosi uomo di temperamento. Inoltre, l’idea di rimettere insieme i cocci del centrodestra è un vecchio cruccio del Cav (che ha causato ben 4 scissioni in 5 anni). Su suggerimento di un Gianni Letta tornato in auge, Silvio ha proposto a Parisi di fare il coordinatore nazionale «azzurro», con una mission disperata: rifondare Forza Italia con nuovo nome, nuova organizzazione e nuovo personale politico.

Timori di golpe
Già, perché Berlusconi è come il suo amico Erdogan, non si fida più dei colonnelli. Mentre lui era sotto i ferri del chirurgo, alcuni gerarchi di Forza Italia rilasciavano interviste della serie: «Adesso tocca a noi». «Ora vi sistemo io», è stato invece il pensiero di Silvio convalescente. Una dopo l’altra ha bocciato tutte le proposte di riorganizzazione interna che facevano perno su Giovanni Toti, ai suoi occhi cresciuto troppo. E sabato scorso, quando sono andati a visitarlo Brunetta e Romani, Berlusconi ha buttato lì tipo ballon d’essai: «Perché non affidare a Parisi il compito della riorganizzazione?». Dire che il gruppo dirigente ha accolto male l’idea, è un eufemismo. I più benevoli riecheggiano gli argomenti della Santanché, la quale ieri sosteneva che Parisi deve ancora giustificarsi per la sconfitta a Milano, altro che federatore. I malvagi, invece, fanno circolare la battuta seguente: «Parisi è come Passera: passerà».

Summit ad Arcore
Il diretto interessato, per parte sua, non ha la minima intenzione di ficcarsi nel ginepraio «azzurro». Ieri sera ha snobbato il ruolo di coordinatore: non gli interessa perché ha un concetto più alto di sé stesso e di ciò che vorrebbe fare. Escluso che oggi partecipi al pranzo di Berlusconi con tutti i notabili di partito, dove si parlerà di referendum e di Comitati del no. A dire il vero, l’ex candidato sindaco non è stato nemmeno invitato. Qualcuno ne deduce che Silvio abbia ingranato la retromarcia: visto che Parisi non convince nessuno, lo molla al proprio destino come aveva fatto a Roma con Bertolaso. In realtà, si può star certi che Berlusconi tornerà alla carica. Perché il suo obiettivo è sbarazzarsi della vecchia classe dirigente, che lui vorrebbe sostituire con tanti giovani alla Di Maio (invidia moltissimo Grillo, e sta studiando insieme con Andrea Ruggeri, nipote di Vespa, un vero e proprio casting stile Sanremo). Silvio riproporrà Parisi al momento opportuno. E se proprio non dovesse riuscirci, tirerebbe fuori dal cilindro qualche altro nome. Pare ne abbia uno già in serbo, ancora segreto.

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Da - http://www.lastampa.it/2016/07/22/itali ... agina.html


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 Oggetto del messaggio: NOI Dobbiamo dare rappresentanza a milioni di moderati ital
MessaggioInviato: mer lug 27, 2016 10:48 am 

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Alfano: “Pronto a fare un soggetto politico nuovo senza gli estremi, la Lega a destra e le sinistre”
Il ministro dell’Interno: «Dobbiamo dare rappresentanza a milioni di moderati italiani»


24/07/2016
FABIO ALBANESE
GIARDINI NAXOS (MESSINA)

Alla Summer School della fondazione «Costruiamo il futuro» di Maurizio Lupi, Angelino Alfano parla da ministro dell’interno di Brexit, immigrazione, terrorismo, sicurezza. Ma l’annuncio finale, che strappa tanti applausi nell’uditorio, lo fa l’Angelino Alfano leader di partito: «Pronto a fare un soggetto politico nuovo con chi ci sta e tenendo fuori gli estremi, la Lega a destra e le sinistre». E ancora: «Noi dobbiamo dare rappresentanza a milioni di moderati italiani che non si riconoscono nella sinistra ma non possono accettare l’estrema destra di Salvini».

Lo snodo cruciale sarà comunque il referendum di ottobre (o novembre): «Noi abbiamo fatto la scelta giusta nel collaborare in questi anni con il governo Renzi. Nel futuro non abbiamo ancora preso una decisione perché dopo il referendum, per il quale noi sosteniamo calorosamente il Si, faremo un tagliando e prenderemo una decisione insieme a tutti coloro i quali avranno scelto di stare insieme a noi nel nuovo soggetto dei moderati italiani».

Angelino Alfano: “Siamo pronti per un nuovo soggetto politico moderato”

Alfano definisce la nuova creatura «area moderata liberale» e lancia l’invito a tutti: «A partire da Forza Italia e anche dal Ppe europeo» dove stanno insieme forze che in Italia sono separate. Non ne fa una questione di nome e di leader ma di programmi. Non ci vuole dentro la Lega («Non si può accettare l’estrema destra di Salvini che vuole uscire da tutto, che vuole uscire dall’Italia secondo l’art.1 dello statuto della Lega, vuole uscire dall’Europa») e nemmeno la sinistra estrema, lanciando pure bacchettate alla minoranza Pd («fa partito a sè»). Dice Alfano che «a ruspe, vaffa e pure le rottamazioni noi contrapponiamo il buon senso».

Le prime reazioni alla proposta dell’ex delfino di Berlusconi, al quale Alfano fa gli auguri per una pronta guarigione e perchè torni presto alla guida del partito, non sono proprio un invito alla collaborazione: «Chiamerò Alfano per informarlo che il suo partito, Ncd, insieme alla terribile Lega, governa la Liguria e la Lombardia - dice Maurizio Gasparri - e che recentemente anche a Milano con Parisi l’alleanza elettorale comprende Forza Italia, Lega, Ncd e altre realtà. Il vero problema non è se FI deve rompere con la Lega, visto che poi anche il partito di Alfano con la Lega è alleato. Il problema è il sostegno di Alfano a Renzi e al Pd». «Ottimo se Alfano ha a cuore i moderati, quelli però alleati col centro sinistra e che dicono sì al referendum», dice il leader dei Moderati Giacomo Portas, che alla Camera fu eletto nel Pd.

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Da - http://www.lastampa.it/2016/07/24/itali ... agina.html


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