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 Oggetto del messaggio: Legge anticorruzione, il Pdl fa quadrato contro ...
MessaggioInviato: sab feb 18, 2012 17:58 pm 
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Legge anticorruzione, il Pdl fa quadrato contro l’aumento delle pene.

E il governo rinvia



Vent'anni dopo l'inchiesta Mani pulite, l'Italia non ha ancora una normativa efficace contro il sistema delle tangenti. In Parlamento è in discussione dal 2010 un testo firmato Pdl-Lega, bollato come "acqua fresca".

Ma i tentativi di renderlo più incisivo incontrano la strenua resistenza dei berlusconiani. Che minacciano di mettere in difficoltà l'esecutivo di Monti


Vent’anni dopo l’inizio dell’inchiesta Mani pulite, l’Italia non si è ancora data una legge anticorruzione davvero efficace. E mentre si moltiplicano gli allarmi sui danni miliardari che il sistema delle mazzette infligge all’economia e al fisco, il Pdl fa quadrato per evitare che le pene vengano inasprite e che i politici coinvolti nelle inchieste vengano tenuti lontani dal Palazzo. In parlamento è chiara “la volontà del Pdl di bloccare ogni modifica che riguardi i reati di corruzione, concussione e simili”, spiega a ilfattoquotidiano.it Angela Napoli, deputata di Fli in Commissione giustizia della Camera.

Prima di passare la mano ai tecnici di Mario Monti, il governo Berlusconi ha respinto in blocco tutte le proposte che potevano rendere più efficace il contrasto al malaffare politico-amministrativo. “Per esempio l’incandidabilità dei politici coinvolti in inchieste giudiziarie, l’unificazione dei reati di concussione e corruzione, la confisca dei beni ai corrotti, l’introduzione di controlli effettivi sugli appalti e in particolare su quelli con procedura d’urgenza stile Protezione civile”, elenca Napoli. Una selva di emendamenti bocciati senza appello dall’asse Pdl-Lega.

In Parlamento, infatti, giace da quasi due anni un disegno di legge presentato da il 4 maggio 2010 da un plotone di ministri dell’ex maggioranza: Alfano, Maroni, Bossi, Calderoli e Brunetta. Dopo essere stato approvato in Senato il 15 giugno 2011, è attualmente all’esame delle commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera. Doveva arrivare in aula il 27 febbraio, ma il nuovo Guardasigilli Paola Severino ha chiesto più tempo per esaminare il testo e formulare i pareri del governo, che pare intenzionato a rafforzare la normativa. E’ netta però la sensazione che dietro il rinvio ci sia anche l’esigenza di sondare gli umori del partito berlusconiano.

Del resto lo aveva detto chiaro, il 26 gennaio, il vicecapogruppo de Pdl Osvaldo Napoli. Di fronte alla proposta di allungare i tempi della prescrizione per il reato di corruzione, aveva messo in guardia il Pd dal “porre all’ordine del giorno questioni che possono mettere in gravissima difficoltà il governo”. I “tecnici” di Monti, insomma, possono toccare le tasse e le pensioni, ma rischiano di cadere sul campo se a finire sotto attacco sono i reati dei colletti bianchi. Tutto questo mentre la Corte dei Conti denuncia che la corruzione costa allo Stato 60 miliardi di euro all’anno, e soltanto 75 milioni vengono recuperati in Tribunale.

Per Angela Napoli, il testo arrivato alla Camera è un “puro manifesto” senza alcuna efficacia, mentre Donatella Ferranti, capogruppo del Pd in Commissione giustizia, lo definisce “acqua fresca”. Non è solo il gioco della politica visto che Greco, il gruppo anticorruzione del Consiglio d’Europa al quale l’Italia aderisce, il 27 maggio 2011 contestava la governo Berlusconi di non aver soddisfatto ben 14 delle 22 richieste rivolte al nostro paese in materia di leggi anticorruzione. Greco sottolinea in particolare che la lunghezza dei processi, combinata con le regole sulla prescrizione, fa sì che solo un numero minimo di processi arrivi a condanne definitive. A fronte di un livello di corruzione che sbatte il nostro paese nei bassifondi delle classifiche internazionali.

Il governo Berlusconi è caduto proprio mentre le commisioni della Camera si preparavano ad affrontare il tema più delicato del disegno di legge, quello relativo ai reati e alle pene. L’articolo 9 predisposto da Alfano e dagli altri ex ministri prevede aumenti di pena contenuti (massimo un anno) per reati come la corruzione e il peculato. Nell’ultima seduta, la pidiellina Jole Santelli ha proposto (invano) lo stralcio della parte penale dal resto del provvedimento. “E’ stato un tentativo di bloccare qualunque tentativo di modifica dei reati”, commenta Angela Napoli. “Non mi meraviglia, date le inchieste che coinvolgono diversi esponenti di quel partito. Ma mi pare che anche il Pd sia tiepido, perché non è esente da vicende del genere”. E la Lega di Umberto Bossi? “Fa finta di voler affrontare l’argomento, ma quando stava al governo con il Pdl, e con una solida maggioranza, avrebbe potuto proporre una legge anticorruzione più severa. Invece ha contribuito ad affossare tutti gli emendamenti”.

Tra le proposte per “indurire” il testo, Donatella Ferranti mette al primo posto l’allungamento dei tempi di prescrizione per il reato di corruzione: “Ora è di sette anni e mezzo dal giorno in cui il reato è commesso”, spiega. “O si aumenta la pena, o si stabilisce che i termini siano sospesi dopo la sentenza di primo o secondo grado, come succede in altri paesi”. Corruzione e concussione “vanno unificate, deve essere introdotto il reato di traffico d’influenze, che poi è il giro di favori delle varie ‘cricche’ emerse dalle inchieste, bisogna aumentare le misure interdittive dai pubblici uffici”. E ancora, “evitare le deroghe alle norme sugli appalti per i lavori urgenti, una maggiore trasparenza della pubblica amministrazione, norme che blocchino il cumulo di cariche”. Nonché – altra richiesta di Greco – una tutela speciale per i dipendenti della pubblica amministrazione che denuncino i colleghi o i superiori “infedeli”.

Sono in gran parte le “raccomandazioni” che arrivano da chi studia questi temi, a partire da Avviso pubblico, la rete degli enti locali contro le mafie, che con Libera ha raccolto oltre un milione di firme per sollecitare interventi legislativi contro la corruzione, a cominciare dalla confisca dei beni sul modello di quello che già avviene per i mafiosi (qui il Dossier corruzione di Avviso pubblico).

“Dopo Mani pulite le leggi sono cambiate in peggio”, denuncia il coordinatore nazionale Pierpaolo Romani. “Penso alle riforme dell’abuso di ufficio, con la maggioranza di centrosinistra, e del falso in bilancio, con quella di centrodestra”. Quanto al disegno di legge attuale, “prevede norme discutibili, come quella che affida al governo la stesura delle regole sull’incandidabilità, senza distinzione tra controllati e controllori”. Ma al di là dei codici, “i partiti hanno grandi responsabilità. E’ stato il presidente della commissione antimafia Beppe Pisanu a dire che 45 candidati alle ultime amministrative erano ‘indegni’. Non mi risulta che qualcuno di loro si sia tirato indietro”.

Vent’anni dopo Mani pulite, l’Italia non ha ancora una legge efficace contro la corruzione. E continuerà a non averla per un bel po’. Perché se passasse il testo Alfano, resterebbe “acqua fresca”. Se, come più probabile, la Camera dovesse introdurre alcune delle modifiche richieste, il testo dovrebbe tornare nuovamente al Senato. L’anno prossimo la legislatura finirà e sarà la “volontà politica” di portarlo a termine a stabilirne la sorte.

da - http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02 ... ia/191994/


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 Oggetto del messaggio: Maurizio Paniz fa chiudere il sito della memoria sul Vajont
MessaggioInviato: sab feb 18, 2012 18:00 pm 
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L’avvocato Maurizio Paniz fa chiudere il sito della memoria sul Vajont

Il gip del tribunale di Belluno ha oscurato tutte le pagine.

La causa sarebbe diffamazione nei confronti dell'avvocato bellunese e del suo collega Scilipoti.

Paniz aveva, infatti, sporto denuncia dopo aver letto alcune frasi che lo dipingevano, a suo dire, in maniera poco lusinghiera



Questa volta gliela perdoneranno malvolentieri i bellunesi a Maurizio Paniz. Forse non pensava neanche lui, diplomatico per atteggiamento, ma non per carattere, che la denuncia potesse arrivare alla chiusura del sito internet vajont.info, il muro del pianto costruito nel ricordo di un genocidio senza precedenti. Quello chiamato Vajont, appunto. “Si tratta dell’ennesimo sito civetta di un signore che ha continuato a diffamare per anni gli ex sindaci di Longarone, Gioacchino Bratti e Pier Luigi De Cesaro e successivamente anche il loro legale, cioè il sottoscritto. Finalmente, a fronte di tante sentenze e tanti tentativi, il giudice ha deciso di inibire ai provider di ospitarlo”, ha detto l’avvocato. Per poi precisare: “Ho denunciato l’autore, non ho chiesto la chiusura del sito”.

Se è per questo il sito – e diventa difficile credere che nessuno lo abbia chiesto al gip – non è già più accessibile. Oscurato. E non solo per la frase che riguardava Paniz e il collega parlamentare Domenico Scilipoti, ma per tutto quello che il sito rappresenta, cioè fotografie, interviste e rappresentazioni teatrali, come quella tenuta a febbraio dai ragazzi di uno dei paesi della comunità ancora sconvolta dal ricordo del disastro. La rappresentazione “Chi si ricorda del Vajont?”, era basata sul film del 2001 del regista di Renzo Martinelli e sul monologo teatrale del 1997 dell’autore Marco Paolini. No, forse questa volta Paniz non ha molto da esultare, anche perché tocca in maniera sbagliata le corde di coloro che poi dovrebbero andare a eleggerlo.

Strano, perché in queste cose Paniz difficilmente sbaglia. Non è un caso che per un periodo Silvio Berlusconi, tutte le volte che lo sentiva in tivvù, andava in brodo di giuggiole. Più di una volta lo avrebbe voluto capo del suo collegio di avvocati, ma Paniz, 62 anni, juventino e presidente del club bianconero alla Camera, ex alpino, ex presidente del Rotary, ex povero figlio di contadini, ha avuto la sfortuna di vedere la sua stella all’apice mentre quella del Cavaliere spariva all’orizzonte. Gli è mancato solo di sintonizzarsi nel fuso orario giusto, ce lo saremmo trovato ministro della giustizia, o giù di lì.

Anche i suoi detrattori, e non ce ne sono pochi in giro, dicono che ne abbia sbagliate veramente poche in vita sua, perché non è tipo da dire o con me o contro di me. Magari lo pensa, ma con un sorriso e un finto distacco smorza qualsiasi pensiero pericoloso.

Se non hai pelo sullo stomaco, non puoi da una scrivania e una segretaria malpagata arrivare a costruire un palazzo con 40 persone, tra avvocati e praticanti, pronti a scattare in piedi appena varchi la porta e un 740 che fa essere l’avvocato, con oltre un milione e mezzo di euro, nella classifica dei paperoni del Parlamento.

No, serve tutto, per arrivarci. Voglia smisurata di prestigio e danaro, preparazione. E soprattutto serve non dimenticare da dove arrivi. E questa volta, invece, pare che il navigatore satellitare lo abbia portato fuori rotta. Quello che ha fatto vuol dire, non solo in maniera metaforica, tentare di cancellare la memoria. Memoria drammatica, tragica, ma che sta lì, insieme alle croci dei quasi duemila morti (1910, dicono, ma è un dato che manca di certezza) al cimitero che si trova alle porte di Longarone.

Tutto nelle valli del Bellunese riporta alla memoria di quel 9 ottobre 1963, quando la frana staccatasi dalla montagna scivolò nel bacino della diga e scatenò l’inferno. I genitori lo hanno raccontato ai figli, i nonni ai nipoti. È l’immagine che ti segna una vita. Duemila morti, tutti parenti, amici. Amici degli amici. Gli occhi che hanno visto si portano le immagini di una guerra combattuta ad armi impari.

Difficile che questa volta se la cavi con un sorriso, l’avvocato Paniz. L’ha fatta più grossa di quello che avrebbe dovuto. Già non ha mai entusiasmato i bellunesi, forse anche per invidia. L’uomo, dal niente, si è costruito una fortuna. Un self-made man, come dicono gli anglofoni. Ma per arrivare a tanto, di piedi ne ha dovuti pestare. Bravo, in aula, lo è sempre stato. Suggestivo più che giuridicamente impeccabile. Pronto a tirare fuori dalla manica, rigorosamente allacciata da gemelli in oro, l’asso che non ti aspetti. Come quando per Berlusconi ha cercato di stravolgere ogni linea difensiva ufficiale, quella di Longo e Ghedini e ha candidamente ripetuto che sì, il presidente era davvero convinto che Ruby fosse la nipote di Mubarak.

Non ci ha creduto nessuno. Si è rassegnato anche Berlusconi alla fine. Così come nessuno, questa volta, crederà al fatto che non abbia piacere nel vedere quel sito oscurato. Una medaglia professionale, probabilmente, a discapito di un’umanizzazione che forse, per una volta, era necessaria.

da - http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02 ... nt/192004/


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