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 Oggetto del messaggio: NELLE CARCERI NEGATO IL DIRITTO ALL'AFFETTIVITA'...
MessaggioInviato: dom ott 05, 2008 00:59 am 

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Nelle carceri italiane negato il diritto all'affettività


Davide Madeddu


È una pena accessoria non scritta. Ossia l'affettività negata dal carcere. Perché la porta che si chiude alle spalle del detenuto lascia fuori anche la possibilità di coltivare gli affetti. E nega, quindi, ai detenuti anche la possibilità di avere incontri anche intimi o sessuali con i propri partner.

Riccardo Arena di Radio carcere spiega: «Il problema non è quello che funziona ma quello che non c'è. Si fa prima a dire cosa c'è e come si va avanti, con sale colloqui sistemate in cameroni dove tutti sono assieme. È chiaro che l'intimità sparisca». Non è tutto. «La pena ha come effetto, scontata in questo modo, quello di distruggere anche le famiglie. Diciamo pure che la mancanza di affetto e affettività tra detenuti e parenti è una pena accessoria non scritta ma veramente grave».

Inutili, a sentire Arena, che è avvocato penalista, i paragoni con altri paesi. «Siamo lontani anni luce dalla Spagna. Eppoi bisogna pure dire che allo stato delle cose non ci sono neppure gli spazi perché a questo aspetto pochi hanno dato importanza».

Una situazione che, come spiega anche Vittorio Antonini, ergastolano e presidente dell'associazione Papillon di Rebibbia «ti porta ad innamorarti dell'insegnante piuttosto che del volontario o della volontaria perché all'interno delle carceri manca la cosiddetta vita normale».

Un esempio per spiegare anche quanto avvenuto poco tempo fa a Pisa dove un'insegnante di settant'anni è stata denunciata da un ispettore della polizia penitenziaria per essere stata sorpresa con un detenuto quarantenne.

«È la natura del carcere, la costrizione e la negazione di questa fetta di normalità - prosegue Antonin - che fa nascere queste cose». Ornella Favero, direttore responsabile dell'agenzia di informazione "dal e sul carcere" www.ristretti.it non ha dubbi: «L'Italia è dietro altri paesi anni luce. Le sale per i cosiddetti colloqui intimi esistono anche in Albania, negli Stati uniti e in alcuni stati dell'America latina - dice - solo l'Italia non prevede la tutela di questo importante aspetto della vita».

Per affrontare il problema con cui devono convinvere le migliaia di detenuti distribuiti nelle diverse carceri d'Italia Ornella Favero non usa giri di parole. Non fosse altro per il fatto che la sua associazione e la sua rivista agenzia da anni affrontano e ne discutono. «Non è la prima volta che nella nostra redazione si parla di sesso - dice - , ma la cosa triste è che passano gli anni, passano le discussioni, ma nulla cambia».

«La proposta di legge sugli affetti, sul "diritto all'intimità", elaborata nella Casa di reclusione di Padova nel 2002, giace mai calendarizzata, e per dirla rudemente "non gliene frega niente a nessuno" o quasi». Situazione che però non scoraggia i volontari: «Ma noi insistiamo testardamente a parlare dei disastri prodotti dalla privazione del sesso nelle persone, e manteniamo viva l'attenzione su un Ordinamento penitenziario che mette le famiglie al centro del percorso di reinserimento del detenuto».

Da qui il quesito che pone il direttore di Ristretti orizzonti: «La domanda, assolutamente elementare, è allora la seguente: ma quali famiglie? Quelle sfasciate dalla galera? Di tutto questo abbiamo discusso recentemente in redazione».

Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, l'associazione che si occupa della difesa dei diritti dei detenuti, ricorda quando «siamo andati vicini a trovare una soluzione». «Era il periodo del governo D'Alema e sottosegretario era Franco Corleone e Alessandro Margara- spiega Gonnella - e in quel periodo si cercò di otterenere una regolamentazione più elastica dei rapporti tra conviventi o coniugi in sale chiuse e senza controllo visivo». Progetto che però viene stoppato da una sentenza del Consiglio di Stato.

«La legge prevede che ci sia un controllo visivo mentre il regolamento proprio questo aspetto non lo prevedeva e il Consiglio di Stato aveva rimarcato la necessità di modificare quindi la legge». Risultato? «Non si è fatto più nulla e oggi, con quello che sta succedendo, pensare che possiamo stare al passo con gli altri paesi diventa veramente un'utopia».

Luigi Manconi, presidente dell'associazione A Buon Diritto ed ex sottosegretario alla Giustizia avrebbe una proposta: «Il problema è che vanno trovate soluzioni logisitco residenziali che possano per un verso il rispetto della norma generale e per l'altro garantire la possibilità di una vita affettiva ancorchè limitata» perché, aggiunge «non esiste ragione al mondo o norma che prevede questa sorta di mutilazione della sessualità, non esiste norma che preveda una castità coatta e per contro è agevole dimostrare in termini scientifici che una vita di relazione anche sessuale è un contributo fondamentale all'identità e all'equilibrio del recluso e reclusa».



Pubblicato il: 03.10.08
Modificato il: 03.10.08 alle ore 17.11
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 Oggetto del messaggio: L'amore in una cella, una testimonianza
MessaggioInviato: dom ott 05, 2008 01:01 am 

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L'amore in una cella, una testimonianza

Davide Madeddu


È il dramma che non si racconta. Che tutti vivono in silenzio dentro la cella: quello di non poter toccare la pelle di una donna o anche di sentirne solo la voce anche lontano dal chiasso della sala colloqui. Elton Kalica, detenuto albanese racconta il suo dramma e i problemi in un lungo intervento pubblicato proprio da Ristretti Orizzonti, e scritto al termine di una sorta di tavola rotonda sul sesso, amore negato e carcere. Una lettera dura, cruda e diretta in cui Elton Kalica racconta il suo dramma, rimane in carcere dieci anni, che è poi quello che accomuna buona parte dei detenuti presenti nelle carceri d'Italia.

(d.m.)


«Qualche mese fa, leggendo dei giornali provenienti dall'Albania, il mio paese, mi sono imbattuto in una notizia che ho subito raccontato ad un detenuto italiano, che ha reagito in un modo che ho trovato assai singolare. Dico questo perché, nonostante i dieci anni passati in un carcere italiano, a volte mi trovo in difficoltà a capire certi comportamenti delle persone che ho intorno. La notizia in questione riguardava una protesta messa in atto dai detenuti delle carceri albanesi in seguito ad una circolare del Ministero che riduceva l'orario del cosiddetto "colloquio intimo".

«In tutte le carceri del Paese, dopo aver appreso la notizia, i detenuti hanno cominciato a manifestare la loro contrarietà sbattendo le pentole contro le sbarre e chiedendo il ripristino del vecchio orario. Il colloquio intimo è un istituto ereditato dal precedente regime comunista e che, in questi quindici anni di liberismo, è riuscito a sopravvivere e non è mai stato messo in discussione, eccetto questa modifica dei tempi che, secondo il governo, è stata imposta dal sovraffollamento, e quindi le stanze dell'intimità costruite per ospitare i condannati e le loro famiglie non bastano più per tutti. Da qui la decisione di portare la durata dei colloqui intimi a otto ore invece delle sedici previste precedentemente. Quando ho fnito di tradurre l'articolo, il mio compagno detenuto mi ha detto: "Che schifo, io di fronte alle guardie non farei mai all'amore con mia moglie", lasciandomi perplesso cucinare qualcosa per pranzare insieme, e vi è anche un letto matrimoniale in modo che se si vuole si può fare all'amore.

Questo tipo d colloquio in Italia non esiste e, mentre spero che qualcuno in questo Paese capisca il sentimento di scontento dei detenuti albanesi per riflettere sull'importanza dell'amore in carcere, mi ritrovo a discutere con detenuti che, per un senso di pudore, di amore in carcere non ne vorrebbero nemmeno parlare. Di certo non condividerò mai questo modo di pensare, poiché io invece dell'amore voglio proprio parlare, perché ritengo che dietro la mancanza dell'amore in galera si nascondono tormenti e si alimentano frustrazioni che non covano nulla di rieducativo, ma fanno soltanto danni. La questione secondo me sta tutta nel modo in cui si affronta da anni il problema degli affetti per i detenuti. C'è chi vede gli affetti come una necessità spirituale oppure come un bisogno strettamente sentimentale, altri li considerano come qualcosa che il condannato perde insieme alla sua libertà. Personalmente, vedo l'affetto come un miscuglio di sentimento d'amore e di necessità carnale, di cui l'uomo ha un continuo e fondamentale bisogno, indipendentemente dal posto in cui si trova. Sono sicuro che, se interpellate, molte persone daranno più importanza ai sentimenti, e forse diranno che se non ci sono i sentimenti della necessità carnale si può fare benissimo a meno.

Con molta probabilità anch'io se dovessi fare una mia "graduatoria" di quello che conta di più per me, tra il sentimento d'amore per una donna e il sesso, sceglierei naturalmente di mettere al primo posto il sentimento, però in un quadro generale delle mie esigenze immediate, di quello di cui mi hanno privato in anni di galera, se dovessi fare la stessa graduatoria, metterei il sesso prima di tutto, e se affermassi che mi basta il sentimento, direi una bugia». «Quello che non capisco di alcuni detenuti italiani è che, finché sono in carcere, rifiutano di avanzare qualsiasi richiesta di apertura verso una norma che permetta di fare sesso con la propria partner. Però appena si esce in permesso premio, la prima cosa che tanti fanno è proprio cercare una donna per fare all'amore. C'è anche chi ovviamente sogna un amore vero, anzi tutti sogniamo un amore vero, ma secondo me quando uno esce fuori dopo anni di carcere non va a cercarsi, perché non ne ha il tempo, una donna di cui innamorarsi, va a cercarsene una per recuperare il tempo perso, in pratica per fare sesso e basta. E questo vale anche per me. Sarei solo ipocrita, infatti, se dicessi che, se ho aspettato dieci anni prima di poter fare sesso, quando esco dalla galera posso aspettare per altri due o tre o sei mesi, finché trovo la donna giusta, finché trovo l'amore: se dovessi uscire oggi, io non aspetterei la donna giusta. Però il mio non è nemmeno un semplice istinto animale come potrebbe sembrare, perché di sicuro non cerco "un contenitore" in cui infilare il mio cazzo per vedere se funziona ancora dopo dieci anni.

Anzi, mi funzionano le mani così bene che potrei fare altri dieci anni di galera senza un "contenitore", tanto quei pochi secondi di piacere che accompagnano l'orgasmo hanno la stessa intensità, sia che lo raggiunga da solo, e sia che lo faccia nel corpo di una donna sconosciuta». «L'urgenza che esprimo dicendo di pensare al sesso si lega direttamente al danno fsico causato dalla privazione del sesso in carcere. Il contatto fsico con una donna non è un bisogno secondario di cui si può fare a meno, ma è una fondamentale necessità. Che non si limita soltanto al bisogno di scopare, ma che va oltre a tutto ciò, che risponde a un bisogno bruciante di poter abbracciare, toccare una donna, sentire la sua voce, accarezzare la sua pelle. Anche se si trattasse della prima ragazza rimorchiata al supermercato o di una prostituta, il mio desiderio personale è quello di poterla vedere nuda per qualche minuto, averla lì stesa di fronte a me per ricordarmi com'é fatta una donna. E potrei anche fare a meno di scopare, perché dopo dieci anni di galera, dopo 3650 seghe, non si ha bisogno di scopare, ma si ha bisogno di toccare il corpo di una donna, anche se non è la donna amata. Sarà anche triste, ma io considero questo semplicemente una necessità umana».

«E capisco benissimo le proteste che i miei compaesani portano avanti per riavere tutte le ore di intimità che gli sono state tolte, mentre non riesco a capire l'indifferenza con cui si vive in Italia questo problema, e la totale mancanza di richieste da parte dei detenuti di poter avere degli spazi di intimità, e mi lascia ancora più perplesso questa rassegnazione alla ineluttabilità della norma esistente che non prevede il sesso in carcere. E così, si aspetta solo pazientemente il primo "permesso premio" per "farsi un regalo" e recuperare il tempo perduto tra le braccia della donna amata, e chi non ne ha una, tra quelle di una prostituta».


Pubblicato il: 03.10.08
Modificato il: 03.10.08 alle ore 12.33
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 Oggetto del messaggio: Sanità nei penitenziari, ora è delle Asl
MessaggioInviato: dom ott 05, 2008 01:07 am 

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Sanità nei penitenziari, ora è delle Asl

Davide Madeddu



Francesco Ceraudo, presidente dei medici penitenziariCambia la gestione della sanità dietro le sbarre. Passa dal ministero della Giustizia alle aziende sanitarie il servizio medico nelle carceri italiane. I giorni scorsi, è stato attuato il processo che trasferisce la competenza per il servizio sanitario dietro le sbarre direttamente alle regioni e quindi alle Asl. «Si sta attuando quello che prevedeva una legge che ha più di dieci anni - spiega Amalia Schirru, parlamentare del Pd - che rende finalmente tutte le persone uguali, anche quelle che stanno in carcere». O meglio, il trasferimento di competenze da un ministero all'altro per la gestione e il funzionamento di un settore molto delicato: quello della medicina e assistenza sanitaria per le numerose persone che affollano le carceri italiane.

«Con la gestione del servizio sanitario in mano al ministero della Giustizia - spiega la parlamentare - il detenuto che stava male doveva chiedere l'intervento del medico che, per un motivo o per l'altro, doveva comunque rendere conto al direttore del carcere». Una situazione che, a sentire la parlamentare che è anche una delle autrici della riforma voluta l'anno scorso dal sottosegretario alla Giustizia Manconi, andava a discapito dei detenuti. «È chiaro che il medico, essendo dipendente del ministero della Giustizia, doveva sempre rendere conto del suo operato al direttore, se se, paradossalmente, una visita non veniva considerata di estrema urgenza magari si rinviava».

Una condizione che con l'entrata in vigore della riforma cambia radicalmente dato che il servizio, e con esso anche le risorse disponibili, passano dalla Giustizia alla Sanità che a sua volta delega alle regioni e quindi alle aziende sanitarie. «Con il passaggio delle competenze - prosegue ancora la parlamentare - il medico non sarà più dipendente del ministero ma dell'azienda sanitaria di riferimento». Risultato? «Se il medico decide che un detenuto ha necessità di una visita urgente dispone il trasferimento in ospedale senza doversi preoccupare di rendere conto del suo operato al direttore».

Un provvedimento che, come aggiunge la parlamentare del Pd «fa fare un passo avanti al sistema penitenziario e soprattutto elmina la distinzione tra cittadini di serie A, coloro che stanno fuori e cittadini di serie B, ossia coloro che stanno in carcere».



Pubblicato il: 03.10.08
Modificato il: 03.10.08 alle ore 12.38
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MessaggioInviato: dom ott 05, 2008 13:31 pm 

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Rimango della convinzione, che dura da tempo, che per legge, magistratura di ogni ordine e grado e politici di professione, passino ogni anno 15 giorni continuati nelle carceri italiane.

Un buon viatico per continuare la loro opera di servitori dello Stato.


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MessaggioInviato: dom ott 05, 2008 13:37 pm 

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Bella polemica astratta, teorica e gozziniana: nelle carceri sono negati ben altri diritti, a partire dalla salute e dalla sicurezza di non morire ammazzati.

P.


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MessaggioInviato: dom ott 05, 2008 16:31 pm 

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paolof,

non hai letto gli articoli che ho inserito o ci fai?

ciaooooooooo


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MessaggioInviato: dom ott 05, 2008 16:38 pm 

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Cita:
non hai letto gli articoli che ho inserito o ci fai?


???????????????????????????????????????

P.


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