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MessaggioInviato: lun dic 26, 2005 11:18 am 
Il programma de L’Unione per gli Italiani all'estero<br>Il programma de L’Unione per gli Italiani all'estero <br> <br>1. Una scelta strategica <br> <br>2. L’Unione: servizio e dialogo <br> <br>3. Le premesse ideali e politiche <br> <br>4. Le indicazioni programmatiche <br>A) Voto e rappresentanza <br>B) Lingua, cultura e informazione <br>C) Diritti e solidarietà <br>D) Relazioni economiche, commerciali e professionali <br> <br>1. Una scelta strategica. <br> <br>L’impegno per i diritti e le esigenze degli italiani all’estero rappresentano per L’Unione una scelta strategica per assicurare ai connazionali all’estero, nelle nuove condizioni del mondo, la tutela politica, sociale, economica, giuridica che la Costituzione repubblicana garantisce a tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro residenza. <br>L’attenzione per i diritti e per le problematiche sociali e culturali non si ferma, tuttavia, ai cittadini italiani all’estero. Per l’entità e le caratteristiche che la nostra emigrazione ha avuto nel corso di oltre un secolo essa si estende anche sulla più vasta realtà delle persone di origine italiana, che in diverse parti del mondo sono oggi diverse diecine di milioni. <br>Questo impegno trova ragioni di ulteriore motivazione nel contesto internazionale nel quale l’Italia è chiamata ad operare. Il collegamento con la vasta diaspora che il nostro Paese ha nel mondo consente di corrispondere a un complesso di fondamentali interessi, come: <br> <br>· l’esigenza di collocarsi nella globalizzazione non in modo ideologico ed astratto, ma dinamico e critico e, soprattutto, in collegamento con la rete dei soggetti che ne possano rappresentare contesti reali, contraddizioni e potenzialità; <br> <br>· l’opportunità di individuare le forze che possano favorire una nuova internazionalizzazione dell'Italia, già perseguita e impostata dai governi di centro – sinistra. La presenza nelle aree mondiali di maggior peso politico ed economico di comunità di origine italiana consolidate, integrate e in grado di pesare sulla vita dei paesi di appartenenza costituisce un riferimento di grande valore per la proiezione mondiale dell’Italia; <br> <br>· la possibilità di trovare un significativo riferimento per la transizione che il paese sta vivendo, soprattutto riguardo all’esigenza di integrazione di centinaia di migliaia di migranti che lo scelgono come primo o stabile approdo del loro percorso di liberazione dal bisogno. <br> <br> <br>2. L’Unione: servizio e dialogo. <br> <br>Una strategia di attenzione e di valorizzazione della presenza di origine italiana nel mondo deve superare l’atteggiamento di distacco e di rimozione che la cultura e le classi dirigenti del nostro paese hanno tradizionalmente avuto verso l’emigrazione. Il riconoscimento del voto per corrispondenza contribuisce a fare uscire gli italiani all’estero da una condizione di tutela e di cittadinanza dimezzata, nel senso di favorirne l’inserimento in una dialettica civile e politica piena ed autonoma, che li renda partecipi e protagonisti degli orientamenti che li riguardino. <br>In questa direzione, L’Unione orienterà i suoi sforzi in una duplice direzione: favorire questa più diretta e libera partecipazione degli italiani all’estero alla vita civile e politica italiana, sostenere decisamente il processo di integrazione nei paesi di residenza. Per questo, L’Unione si impegnerà a sviluppare il ruolo di servizio e la costante ed attiva presenza tra le nostre comunità che già l’Ulivo negli ultimi anni ha avviato. <br>E’ una scelta che nasce dalla convinzione che sia giusto operare in termini di coalizione e di unità per ridurre drasticamente il tasso di frammentazione e di concorrenzialità partitica esistente nel quadro politico nazionale, che in ambienti tanto diversi da quello italiano, spesso abituati a lunghe esperienze bipolari o addirittura bipartitiche, rischierebbe di creare confusione tra i connazionali e preoccupazione presso le autorità locali. <br>L’Unione, inoltre, si porrà come attento interlocutore e fattore di valorizzazione delle diverse espressioni del mondo associativo e sindacale, che rappresentano un’inestimabile ricchezza democratica e che vanno sostenute nel loro sforzo di rinnovamento e di rilancio. <br> <br> <br>3. Le premesse ideali e politiche. <br> <br>Questi sono i più importanti presupposti ideali e politici sui quali L’Unione fonda la sua proposta programmatica per gli italiani all’estero: <br> <br>· Perseguire una grande politica di rilancio dell’immagine, della cultura e del ruolo dell’Italia nel mondo, che può essere di beneficio al paese e di sostegno all’identità ed al prestigio delle nostre comunità. <br>Il centro – sinistra ha saputo ridare, dopo la grave crisi degli inizi degli anni ’90, dignità all’Italia e credibilità alle sue classi dirigenti a livello internazionale. Oggi questi risultati si sono praticamente dissolti dopo la prova di governo del centrodestra, che si è caratterizzata per: <br>- mancanza di autonomia nei rapporti internazionali, che si è manifestata nell’atteggiamento acritico verso l’amministrazione statunitense e dal sabotaggio della politica estera e di sicurezza comune dell’Unione Europea; <br>- per la forte personalizzazione degli atti di governo, spesso criticati anche fuori dai confini nazionali da organi indipendenti come l’Economist, il Time ed il New York Times; <br>- per la discutibile statura dei suoi gruppi dirigenti. <br>Nelle scelte di ampio respiro assunte dal centro - sinistra vanno considerate la convocazione dell’incontro dei parlamentari di origine italiana, la realizzazione della Prima Conferenza degli Italiani nel Mondo e, soprattutto, le modifiche della Carta fondamentale, che hanno consentito di iscrivere per tre volte il nome degli italiani all’estero nella nostra Costituzione. <br> <br>· Sospingere verso livelli sempre più elevati il percorso di integrazione delle nostre comunità in modo che partecipino in forma sempre più ampia alla formazione delle classi dirigenti dei paesi di residenza. <br>Questo processo non va semplicemente evocato in termini retorici, come fanno di continuo alcuni esponenti del centro – destra, ma sostenuto con una costante ed intelligente tessitura di alleanze politiche e di accordi diplomatici e con l’adozione di politiche culturali, formative e commerciali che rafforzino l’identità e il protagonismo delle nostre comunità d’origine. Esso, inoltre, va collocato in una dimensione interetnica ed interculturale affinché lo sviluppo sociale si accompagni all’acquisizione di valori condivisi di convivenza e di rispetto della persona. <br> <br>· Contribuire non solo a recuperare un concetto alto di italianità, indebolitosi a seguito della crisi dello stato nazionale e dell’affermazione di nuovi modelli culturali che hanno preso il sopravvento sulla grande tradizione culturale italiana, ma anche a modificarne i contenuti, in modo che possa rispecchiare più adeguatamente la molteplice e variegata presenza di tutte le persone portatrici di comuni valori e radici culturali, in qualunque parte del mondo essi vivano. <br>Anche su questo punto non si può non marcare una distinzione con alcuni esponenti del centro – destra e, in particolare, con le posizioni del Ministro per gli italiani nel Mondo. Egli, infatti, insistendo su un messaggio di italianità tradizionale e nazionalistico mantiene un approccio ormai anacronistico rispetto alla reale condizione delle nostre comunità, fortemente integrate nei contesti locali. Nello stesso tempo, esclude di fatto un dialogo con le nuove generazioni, che hanno verso il paese di origine un rapporto più aperto e dinamico. <br>Un’impostazione di tal genere, per altro, limita anche la rappresentazione all’estero dell’Italia, che non è più soltanto un paese portatore di una secolare e prestigiosa cultura, ma anche un sistema complesso e moderno capace di interagire su molteplici piani. Ne è una prova la diaspora che coinvolge i settori intellettuali e scientifici, costretti all’espatrio dalla storica carenza di risorse nel campo della ricerca scientifica italiana, e che trovano in molti paesi avanzati ospitalità ed occasioni di lavoro e di affermazione. La rete degli scienziati e dei ricercatori, anzi, se attivata e collegata con il sistema della ricerca italiana, può essere una concreta dimostrazione delle potenzialità collegate ad un rapporto aperto e dinamico. L’idea di identità che L’Unione assume è, invece, quello di un orizzonte articolato ed ampio, che non si limita al sedimento storico accumulato nell’ambito “metropolitano”, ma comprende le esperienze ed i valori costruiti attraverso l’impegno e il cambiamento di coloro che in tutto il mondo discendono da una comune radice culturale e che hanno avuto modo di misurare i loro orientamenti con quelli di altro segno e di altra origine. <br> <br>· Superare un’interpretazione statica e propagandistica degli italiani nel mondo come “risorsa”, evitando da un lato distorsioni economicistiche, dall’altro idealizzazioni lontane dalla realtà. <br>Le nostre comunità non sono pezzi di mercato tendenzialmente orientati verso i prodotti ed i servizi del nostro sistema produttivo. Esse devono essere più complessivamente considerate, oltre che per il beneficio che possono arrecare alla nostra bilancia dei pagamenti, per il fertile patrimonio di esperienze, di cultura, di valori, di relazioni umane e professionali, di stimoli di rinnovamento che possono offrire alla società italiana. <br>Nello stesso tempo, è necessario superare una visione semplicistica della “risorsa”, intesa come fluente sorgente di benessere. Il riferimento a due delle situazioni più dolorose degli ultimi tempi – l’esposizione al terrorismo ed alla guerra di comunità inermi e il coinvolgimento di strati sociali diffusi nell’acuta crisi che alcuni paesi del Sud America attraversano - basta a provare il contrario. Per questo, le potenzialità delle comunità di origine italiana non possono essere adeguatamente valorizzate se non sono collegate ad una serie di impegni politici e culturali chiaramente ispirati da orientamenti di pace e di sicurezza, di solidarismo, di cooperazione internazionale e di sostegno allo sviluppo dei paesi arretrati o in difficoltà, di centralità della cultura e della formazione, di impulso alla realizzazione di reti comunicative, di affermazione di valori identitari aperti e relazionali, di costruzione di interculturalità. Anche su questi punti, le differenze e, talvolta, le distanze con il centro – destra sono notevoli. <br> <br>· Coniugare l’impegno verso le persone interessate da condizione di disagio sociale e verso le comunità coinvolte in situazioni di crisi economico-finanziaria devastante con la costruzione di una cittadinanza forte e solidale. <br>Si verifica una tendenza a riprodurre nel tessuto delle nostre comunità le contraddizioni che si manifestano nelle diverse aree del mondo, alle quali esse sono naturalmente esposte. Solo il centro – sinistra è nella condizione di dialogare costruttivamente nello stesso tempo con i governi e le forze politiche più attenti alla ricerca di soluzioni solidali e con i movimenti critici della globalizzazione disponibili a concorrere a grandi obbiettivi di riforma economica e sociale. Solo il centro – sinistra, dunque, può tentare di conciliare il dinamismo delle comunità insediate nelle società avanzate del mondo con il bisogno di solidarietà di quelle collocate in aree marginali e di crisi. <br>L’asse intorno al quale tentare di annodare questi complessi rapporti intrecciando sviluppo, diritti e atti di solidarietà è quello di una comune cittadinanza che riesca a dare risposte alle attese di vita fondamentali come all’impulso di iniziativa e di miglioramento, al bisogno di giustizia come all’aspirazione ad una sempre maggiore libertà. <br>In questo senso, nonostante le difficoltà che il processo di unificazione e di allargamento dell’Unione europea ha conosciuto in questi ultimi tempi, va intensificato l’impegno per il conseguimento di una sempre più matura cittadinanza europea, che tuteli i diritti di cittadinanza non solo di chi è nato, ma anche di chi risiede e lavora da un congruo tempo in uno degli stati membri. Per questo, si esprime un orientamento favorevole alla scelta del voto per le formazioni politiche locali in occasione delle elezioni europee, se questa opzione corrisponde alla libera scelta dell’elettore. <br> <br> · Collocarsi chiaramente nel campo dei costruttori di pace, soprattutto di fronte alle tragiche contraddizioni della presenza militare in Irak, alla persistente tensione della questione israelo-palestinese, al livello gravissimo raggiunto dagli attentati terroristici. <br>Nessun dubbio può esistere sia nella condanna senza appello del terrorismo sia nella solidarietà verso tutti i Paesi che hanno subito atroci attentati indirizzati a popolazioni inermi. La preoccupazione che si manifesta riguarda, semmai, la parzialità e l’inefficacia di una risposta al terrorismo costruita prevalentemente con atti di forza, senza un’attenta ed efficace bonifica politica, sociale e culturale dei serbatoi di odio che si sono accumulati nel passato più recente. L’aumento delle tensioni con il mondo arabo, per altro, rischia di elevare ulteriormente la spirale del terrorismo e di alimentare diffusi orientamenti xenofobi, che finirebbero con il rafforzare le forze più conservatrici e retrograde dei diversi paesi. L’anello più sensibile della conflittualità etnica diventerebbe fatalmente la legislazione predisposta per gli stranieri e, in particolare, per gli immigrati, che dall’11 settembre in poi – ad esempio –, per la naturale esigenza di rafforzare le misure di controllo, ha subito una regressione preoccupante in quasi tutti i paesi occidentali. Il mondo dell’immigrazione ha, dunque, un interesse diretto a fare in modo che la pace sia il presupposto naturale dello sviluppo delle società moderne e dell’affermazione di principi di tolleranza, di incontro e di reciproca comprensione, dai quali dipendono la condizione reale di milioni di migranti e le prospettive di miglioramento della loro vita. <br> <br> <br> <br>4. Le indicazioni programmatiche. <br> <br>L’Unione si propone di costruire la sua proposta programmatica sulla base di una larga consultazione che da un lato dovrà coinvolgere coloro che in diversi campi operano a contatto con le comunità italiane all’estero, a partire dalle espressioni del mondo associativo e sindacale, dall’altro potrà vedere la partecipazione diretta dei rappresentanti delle stesse comunità, che saranno chiamati ad esprimere le esigenze fondamentali delle rispettive realtà ed a comporle in un quadro generale realistico e compatibile. <br>Le indicazioni qui riportate, dunque, rispondono all’intento di offrire una base di discussione e di approfondimento. Esse saranno ridefinite alla fine di un percorso di intenso e costruttivo dialogo con i protagonisti diretti della vita delle nostre comunità. <br>Queste iniziali proposte saranno raccolte in quattro punti fondamentali: <br> <br>A) Voto e rappresentanza; <br>B) Lingua, cultura e informazione; <br>C) Diritti e solidarietà; <br>D) Relazioni economiche, commerciali e professionali. <br> <br>A conclusione, saranno svolte sommarie considerazioni sul percorso organizzativo che si potrà seguire per sviluppare L’Unione all’estero, sapendo che la marcata diversità delle situazioni ambientali impegnerà ad uno sforzo di ricerca di soluzioni specifiche e dotate di un elevato tasso di autonomia, allo scopo di corrispondere quanto più è possibile ad un’esigenza di concretezza e ad una richiesta di democraticità. <br> <br>A) Voto e rappresentanza. <br> <br>Il voto per corrispondenza è per la democrazia italiana una prova originale e complessa, che vede l’inedita partecipazione di alcuni milioni di cittadini italiani, sparsi in ogni parte del mondo, spesso con scarsi collegamenti con la società d’origine, anche a causa dell’incuria e della dimenticanza dello stato, alla vita politica del paese e alla definizione degli equilibri di governo. <br>Il presupposto essenziale è costituito dalla correttezza e dalla regolarità delle operazioni di voto e dall’offerta di un’adeguata ed equilibrata informazione sui dati fondamentali della situazione italiana. Da questi elementi dipenderà la credibilità di questa delicata affermazione di cittadinanza. <br>Il motivo di maggiore preoccupazione risiede nel persistente e forte scompenso, quantificabile intorno ai due milioni di posizioni (700.000 registrati solo nell’AIRE e 1.3000.000 compresi solo negli elenchi consolari), che ancora si manifesta tra i dati ufficiali dell’AIRE e quelli risultanti dagli elenchi consolari. Le soluzioni finora adottate per realizzare un corretto elnco degli elettori hanno consentito progressi ancora non sufficienti a garantire questo fondamentale diritto ad un numero soddisfacente di elettori. La soluzione proposta dal Governo di colmare le lacune con una gigantesca operazione di mailing, che porterebbe a congelare la situazione di coloro che non rispondono ad una lettera dei consolati, non è convincente se non è accompagnata da un programma specifico di informazione, sostenuto da risorse certe ed adeguate, e dal coinvolgimento di associazioni e patronati, che vivono ogni giorno a contatto diretto con le nostre comunità. Il tempo che resta è ormai brevissimo: senza decisioni concrete ed immediate il diritto di voto, di fatto, sarà negato a milioni di cittadini. <br>Prioritariamente va affrontata l’emergenza che da alcuni anni si manifesta in America Latina in ordine alle richieste di cittadinanza. Anche se la tumultuosa domanda è sospinta da ragioni sociali di domanda di lavoro, è in ballo un fondamentale diritto che non può essere eluso o rinviato di anni. La risposta vera risiede nell’impegno di riorganizzazione e di qualificazione della rete diplomatico – consolare, che rappresenta un’indifferibile esigenza generale e che proprio in America Latina può dare i suoi migliori risultati, favorendo il decentramento e la verifica di idoneità degli uffici esistenti, l’apertura di nuovi, la revisione delle piante organiche con aumenti di organico ragionevoli e con il ricorso per quanto possibile alle risorse locali, la semplificazione delle procedure. <br>Sullo sfondo, comunque, resta il problema della riforma della legge sulla cittadinanza, soggetta a sollecitazioni di segno contraddittorio, sulla quale è opportuno aprire una riflessione ad ampio raggio, anche per superare le situazioni più anacronistiche che si sono determinate con il passare del tempo. <br>La delicata opera di informazione dei titolari del voto è appena agli inizi. La pur necessaria corrispondenza inviata dai consolati, che sconta l’imprecisione degli indirizzi, non sembra sufficiente. Si tratta di avviare, dunque, un’opera più sistematica di comunicazione tramite convenzioni con i Patronati, il coinvolgimento delle associazioni, il ricorso alla stampa ed ai micromedia locali, non solo di lingua italiana. Per questa vasta iniziativa di informazione preventiva occorrono – lo ripetiamo - risorse adeguate e certe. <br>Una seconda dimensione dell’impegno informativo riguarda l’esigenza di questi milioni di potenziali elettori di avere le informazioni essenziali sulla vita civile e politica italiana. In questa direzione si deve migliorare la presenza e la qualità di Rai International, favorire convenzioni della Rai con emittenti straniere, attivare la rete di presenza italiana nel mondo (Istituti di Cultura, Università, scuole pubbliche, Camere di Commercio, patronati ecc.). Vanno inoltre urgentemente definite le regole di trasparenza e di “par condicio” da seguire per un’attività informativa rivolta ad una platea tanto vasta e differenziata, senza escludere anche la creazione di uno specifico organismo di garanzia sull’uso degli strumenti pubblici di comunicazione in occasione delle campagne elettorali. <br>Per quanto attiene alla formazione delle liste, l’orientamento di fondo comune alle forze de L’Unione è quello dell’unità e della semplificazione. Esse si impegnano ad operare per favorire la maggiore aggregazione possibile dei soggetti che si presenteranno al voto, riconducendo allo schema di un chiaro e sereno rapporto bipolare il confronto programmatico ed elettorale. Le scelte concrete relative alle liste e alle candidature saranno ispirate da un criterio di flessibilità, allo scopo di aderire alla specificità delle situazioni ambientali e delle quattro ripartizioni nelle quali la Circoscrizione Estero è stata suddivisa. Per le candidature, l’orientamento è quello di evitare automatismi e meccaniche trasposizioni di partito, favorendo, invece, sulla base della più ampia e democratica consultazione, le espressioni più autorevoli e riconosciute delle nostre comunità. <br> <br>La prossima elezione di rappresentanti diretti dei cittadini italiani all’estero nel Parlamento nazionale costituisce un punto di svolta che induce da un lato a fare un primo bilancio della vita e della funzione degli istituti di rappresentanza delle comunità (COMITES e CGIE), dall’altro a riorganizzarne collocazione e ruoli. <br>Anche senza ignorare forme di disaffezione e di distacco diffusi nelle comunità, è possibile esprimere un giudizio complessivamente positivo, soprattutto se si considera che in particolare i COMITES hanno dovuto subire la pratica limitativa e burocratica del MAE e la limitatezza e il cronico ritardo dei fondi necessari a garantirne la vita. <br>Queste serie difficoltà, tuttavia, non possono indurre in alcun modo a seguire l’onda di posizioni sostanzialmente qualunquistiche, ma debbono spingere a moltiplicare gli sforzi per perfezionare questi insostituibili strumenti di organizzazione e di animazione democratica delle comunità. <br>Lo stesso concetto di comunità resta in un limbo di artificio e di astrazione se non viene inteso come entità complessa ed articolata sul piano sociale, culturale e politico, capace di sviluppare un dinamismo legato alla vita associativa, all’intervento dello Stato e delle Regioni italiane, all’attività della rete degli enti di servizio e di promozione della cultura e degli scambi, ai flussi di informazione, alla rete di relazioni comunicative, tradizionali e/o avanzate. Questo complesso sistema, anche per il livello di integrazione e di cultura raggiunto dalle diverse generazioni di italiani all’estero, non può essere più inquadrato negli schemi paternalistici e clientelari che l’hanno finora sorretto. Esso deve ispirato da un principio di autonomia e ruotare intorno a un perno di autogoverno credibile ed efficiente. Occorre scommettere, dunque, nonostante i loro limiti e la difficile prova affrontata, sulle istanze di confronto democratico e di autogoverno in funzione da alcuni anni, che vanno rilanciate, sostenute, riformate. <br> <br>La prossima formazione di una delegazione parlamentare, inoltre, induce a ridefinire in modo più preciso la collocazione e la funzione del CGIE, che ha assorbito finora in modo prevalente le funzioni di interfaccia delle istituzioni italiane, in particolare del Governo e dei due rami del Parlamento. <br> <br>Le esigenze di fondo possono essere così riassunte: <br> <br>a) dare respiro ed allargare il rapporto di legittimazione democratica di questi organismi. Finora il vincolo di partecipazione è rimasto confinato ad una percentuale ristretta di votanti sul totale dei cittadini aventi diritto, che a loro volta costituiscono una base ancora più limitata della comunità di origine italiana. I COMITES, come organismo di rappresentanza di base, debbono invece poter raccogliere le istanze dell’intera comunità, oriundi compresi, anche per gettare un ponte verso le nuove generazioni che sono più sensibili a richiami culturali, professionali o di modelli di vita piuttosto che all’esercizio di una formale cittadinanza. <br>L’assunzione del voto per corrispondenza per il rinnovo di COMITES e CGIE potrebbe già essere una molla efficace per una maggiore partecipazione. Così, la previsione di alcune incompatibilità, la limitazione della rielezione a due mandati, l’indicazione di quote per donne e giovani potrebbero concorrere a rendere più fluido il ricambio, ad evitare fenomeni di “cristallizzazione” e ad articolare qualitativamente la rappresentanza. <br> <br>b) Rafforzare il ruolo di rappresentanza diretta e generale dei COMITES, dotandoli di risorse adeguate a sviluppare una reale iniziativa di animazione della comunità di riferimento. <br>La legge approvata nel corso della corrente legislatura ha raccolto solo in parte le proposte di riforma avanzate dal CGIE. Se ne è distaccata soprattutto per quanto riguarda i poteri e l’autonomia dei COMITES e la possibilità di interloquire direttamente con le autorità locali. Essi debbono essere messi nella condizione di sviluppare la loro funzione di raccordo delle iniziative inerenti ai processi di integrazione e di costruzione di rapporti interculturali. Essi, inoltre, hanno competenza nella rilevazione delle esigenze della comunità e nella definizione della proposta per la formazione dei Piani Paese. Per questo occorre adeguare le risorse finanziarie necessarie al loro funzionamento, per fare in modo che passino da un regime di ordinaria amministrazione a una possibilità concreta di realizzazione di iniziative. <br> <br>c) Riconsiderare il ruolo del CGIE, in quanto la presenza di parlamentari provenienti dall’estero copre lo spazio dei rapporti con il Governo ed il Parlamento finora ad esso riservato. La sua funzione, tuttavia, resta essenziale per corrispondere ad alcune fondamentali esigenze, che altrimenti non troverebbero adeguata risposta. Prima di tutto, infatti, è opportuno pensare ad una presenza in ambito nazionale per realizzare un maggiore coordinamento dei COMITES e dare loro una voce unitaria, per concorrere a definire i Piani Paese e, soprattutto, per relazionarsi alle autorità nazionali in tema di promozione della comunità, di integrazione e di interculturalità. Un secondo livello di operatività è l’espressione di proposta e di pareri obbligatori riguardo alle politiche assunte dalle istituzioni italiane. Una terza dimensione di intervento è la partecipazione alla Conferenza permanente Stato-Regioni-CGIE. <br>Come si vede, non si tratta di una funzione di semplice raccordo tra COMITES e delegazione parlamentare, ma di un’istanza di rappresentanza generale che, proprio per questo, deve essere aperta anche ai non cittadini, la maggioranza, e meritevole di avere una piena legittimazione, anche attraverso l’elezione diretta. <br> <br>B) Lingua, cultura, informazione. <br> <br>Il voto e la rappresentanza, in tutte le sue articolazioni, sono solo strumenti di relazione democratica delle comunità con il paese d’origine. Lo sviluppo e il rinnovamento di questi rapporti, soprattutto in direzione delle generazioni nate nei paesi di insediamento, del tutto prevalenti con il passare del tempo, dipenderanno dalla coerenza, efficacia e continuità delle politiche di promozione culturale che saranno adottate. Esse finora sono state realizzate al di fuori di qualsiasi visione generale, da soggetti istituzionali (Parlamento, Governo, Regioni, Enti Locali) che hanno moltiplicato e sovrapposto i loro interventi e con riferimento a strumenti frammentati e poco coordinati. Oggi vi sono almeno due importanti novità che vanno consapevolmente assunte e sostenute: l’avvio dell’esperienza dei Piani Paese, diretti a raccogliere – a livello nazionale - le esigenze inizialmente solo di ordine culturale e a inserirle in un quadro programmatico; la Conferenza Stato-Regioni-Province Autonome-CGIE, che ha il compito di coordinare in modo permanente questi diversi organismi, definendo le linee generali di intervento verso le comunità all’estero e avviando una linea progettuale che possa consentire il raccordo e luna migliore qualificazione delle azioni operative. <br>La proposta di cultura italiana, volta a soddisfare una domanda crescente sia tra le giovani generazioni d’origine che tra gli stranieri, deve superare la tradizionale declinazione monoculturale che ha portato tradizionalmente a puntare in modo quasi esclusivo sul grande retaggio umanistico-rinascimentale. Della cultura italiana occorre sapere proporre anche dimensioni più concrete ed attuali, come quelle legate alla scienza ed alla tecnologia, alle espressioni moderne del Paese, alla cultura d’impresa, in particolare nel campo delle piccole e medie aziende, alla moda ed al design, alla cultura materiale, con grande attenzione per la gastronomia, allo stile di vita. <br>Prima ancora, è tempo di ripensare, come già si è detto, il presupposto etico-culturale sul quale fondare le politiche in questo campo, allargando l’orizzonte del concetto di identità. Il punto focale di una nuova proposta non può essere esclusivamente l’affermazione di un patrimonio, per quanto illustre, fermo nel tempo, ma un progetto di relazioni interculturali e di costruzione di reti, che vale sia nel campo dei rapporti degli italiani con coloro che arrivano nel nostro paese sia nel campo dei rapporti con chi lo ha lasciato o viene dall’esperienza storica dell’emigrazione. Per questo, è tanto importante proporre all’esterno una visione aperta dell’identità quanto recuperare, soprattutto nei processi formativi, la storia dell’emigrazione italiana (non come materia, ma come nucleo tematico interdisciplinare) per trasmettere ai giovani un importante patrimonio di tolleranza, di integrazione, di interculturalità. <br>La ricerca e la proposta vanno estese anche alle manifestazioni che si sono sviluppate all’estero nel ceppo dell’emigrazione, allargando la visuale all’importante patrimonio della “cultura popolare” e/o “creola”, sviluppatasi localmente e non sempre adeguatamente considerata. <br>In funzione di questo progetto, sono urgenti il rafforzamento e la riforma degli Istituti italiani di cultura, che vanno riorganizzati in chiave di autonomia scientifica e culturale, in modo che possano aderire ai differenti contesti ambientali, e aperti alla partecipazione degli utenti. Nella riforma, va reso più diretto ed esplicito il ruolo della comunità di origine italiano come volano della proposta culturale del nostro Paese. Se la legislatura, come è probabile, si chiuderà senza la riforma di questi organismi, sarà grave la responsabilità di chi ha impedito un’attesa e giusta soluzione. <br> <br>Un fattore forte e specifico di identità è quello della lingua italiana all’estero. Essa sta vivendo la contraddizione di arretrare, con l’emergere delle nuove generazioni, nella pratica comunicativa diretta (almeno nelle vulgate dialettali) e di essere richiesta in modo crescente come lingua di cultura e professionale. Lo strumento normativo usato per sostenerne e diffonderne l’insegnamento (la legge 153) in termini sostanzialmente contributivi e con l’idea di un intervento rivolto a figli di emigrati destinati a tornare in Italia, ha fatto il suo tempo. Si avverte, soprattutto, la mancanza di una visione programmatica e d’insieme. Anche in questo caso la proposta di riforma, avanzata dal CGIE e articolata in indicazioni puntuali, è sprofondata nelle circuitazioni burocratiche del MAE e nella mancanza di volontà politica del Governo. <br>Per la riorganizzazione dell’intervento, in un’ottica di interculturalità, si può pensare a questi criteri: integrazione nelle scuole dei paesi di residenza; continuità dell’insegnamento dai livelli formativi iniziali a quelli superiori; flessibilità e adattabilità alle concrete situazioni ambientali; razionalizzazione e qualificazione del sistema di gestione pubblico/privato che si è sviluppato negli ultimi anni; costituzione di un’Agenzia interministeriale di promozione dell’offerta linguistico-culturale, capace di dare unitarietà agli interventi; sistematica politica di formazione dei docenti, soprattutto di quelli assunti localmente, e uso del contingente pubblico per politiche di formazione; certezza di regole e di stato giuridico per il personale assunto in loco. <br>Va richiamata l’attenzione, infine, sull’opportunità di usare la leva delle borse di studio, in particolare per alcune aree con forte densità di popolazione di origine italiana, come quelle dell’America Latina, per realizzare una decisa politica di coinvolgimento delle future classi dirigenti di quei paesi, che da un’esperienza di formazione e professionalizzazione fatta in Italia potrebbero trovare lo spunto per consolidare rapporti continuativi e reciprocamente proficui. <br> <br>L’informazione e la comunicazione, per una platea di utenti tanto vasta e dispersa, hanno certamente un valore strategico. Ancora di più dopo l’ammissione del voto per corrispondenza, che consente l’ingresso nella vita civile del nostro Paese di milioni di cittadini, distanti fisicamente e culturalmente. <br>L’intervento deve essere organizzato in una duplice chiave: in “uscita”, vale a dire dall’Italia verso le comunità, e in “ritorno”, dalle realtà di insediamento alla società italiana. <br>Nella prima direzione, si tratta di suonare una tastiera piuttosto articolata di interventi: rafforzamento e qualificazione degli strumenti di informazione pubblica e della loro programmazione, ad iniziare da RAI International, che deve assumere un più marcato profilo pluralista; più convinta applicazione della legge sull’editoria del centro-sinistra, soprattutto nella parte che riguarda l’informazione all’estero; sostegno finanziario più consistente e puntuale e supporti qualitativi per la stampa di lingua italiana all’estero; convenzioni con i media più diffusi nei paesi a più forte concentrazione di italiani; incoraggiamento alla pubblicazione di alcuni grandi giornali italiani all’estero e alla loro visibilità on line; specializzazione tematica delle agenzie di stampa per l’emigrazione; rafforzamento e coordinamento dei programmi di informazione e di formazione a distanza. <br>Per l’informazione “di ritorno”, si tratta di sviluppare convenzioni con la RAI e con le altre aziende del settore per fare emergere nella programmazione ordinaria notizie e servizi provenienti dalle comunità, contrastando sia l’idea di creare uno specifico canale sia il proposito di costituire un apposito organismo (carrozzone ?) di coordinamento, entrambi propugnati in passato dal Ministero per gli Italiani nel Mondo. Un’analoga operazione si tratta di fare con i quotidiani ed i periodici, anche ricorrendo a intelligenti forme di incentivazione. <br>Va sostenuto lo sforzo innovativo che gli istituti di ricerca e l’editoria stanno compiendo sui diversi aspetti della storia e della cultura italiana all’estero. Esse stanno costituendo una solida base sulla quale poggiare la realizzazione di un sistema museale sull’emigrazione italiana, che per un paese come il nostro non è più rinviabile. La soluzione preferibile è quella di un sistema a rete, che coordini e valorizzi le esperienze territoriali sviluppatesi in questi anni con positivi risultati e che trovi, semmai, i suoi terminali nei progetti espositivi previsti nei porti di Napoli e di Genova, storici punti di imbarco dei nostri emigranti. <br>E’ opportuno, inoltre, tentare di fare ordine nella selva di portali che si va sviluppando, aprendo – per altro – quelli finanziati con risorse pubbliche alla partecipazione diretta delle comunità. L’importante esigenza del coordinamento tra informazione nazionale e locale potrebbe trovare nella Conferenza permanente Stato-Regioni-Enti locali-CGIE il suo riferimento istituzionale ed il suo strumento operativo. <br> <br>C) Diritti e solidarietà. <br> <br>In questi ultimi anni, si sono evidenziate le condizioni di acuta sofferenza sociale nella quale versano larghi strati di nostre comunità, che dalle diffuse e ricorrenti crisi finanziarie ed economiche si sono viste erodere i fragili margini di benessere accumulati in decenni di lavoro o distruggere le iniziative economiche avviate. Fasce consistenti di popolazione, in cui larga è la presenza di italiani e di persone di origine, vivono praticamente senza protezione sociale e con scarsi sostegni alle iniziative di sviluppo. La situazione è negativa sia per gli strati sociali colpiti sia per i paesi di insediamento, che si vedono privati di un prezioso tessuto intermedio, essenziale per la loro modernizzazione e la loro crescita. Vanno sottolineate, d’altro canto, l’alterna efficacia degli interventi regionali e la mancanza di un vero coordinamento del Ministro per gli Italiani nel Mondo, che ha voluto accollarselo. <br>Per L’Unione, i casi purtroppo diffusi di emigrazione dai paesi dell’America Latina vanno ricondotti esclusivamente ad una situazione di emergenza, mentre ogni possibile sforzo deve essere concentrato sulle misure di sostegno locale, con particolare riguardo a quelle di formazione e di aiuto alle piccole e medie imprese, che hanno una funzione centrale nelle strategie di ripresa dello sviluppo. <br>Il centrosinistra, a questo proposito, è impegnato a fare in modo che si sviluppi una forte iniziativa italiana ed europea per attivare un “tavolo” internazionale con l’ONU, gli USA, i Paesi latinoamericani e i Paesi europei di maggiore apporto migratorio verso queste aree, che affronti la crisi in America Latina, crisi che ormai non è circoscritta all’Argentina, ma coinvolge l’Uruguay, il Venezuela e rischia di estendersi ulteriormente. <br>Se un’incisiva strategia di sostegno dell’Argentina e delle altre società dell’America Latina coinvolte nell’endemica crisi finanziaria, dunque, non può che essere legata ad azioni di cooperazione e sviluppo, la situazione è talmente precaria da richiedere urgenti e sostanziali misure di sostegno sociale, che, per altro, per i cittadini italiani si inquadrano nella sfera dei diritti sostanziali di cittadinanza. <br>Il problema di fondo è quello di avviare, nel contesto delle compatibilità finanziarie indotte dai vincoli comunitari, la ricostruzione di quel minimo di tutela previdenziale quasi del tutto vanificato dalle politiche restrittive degli ultimi anni, e di dare peso ed organicità alle misure assistenziali, superando meccanismi meramente contributivi e recuperando criteri universalistici. <br>In senso contrario si è mosso il Governo in tema di misure previdenziali per gli italiani all’estero. Le propagandate misure di estensione del trattamento minimo agli italiani all’estero in realtà si sono fermate a miglioramenti parziali ed occasionali, negando nei fatti il principio della parità di trattamento. <br>Il Governo e la maggioranza che lo sostiene, inoltre, non ha fatto nessun passo avanti per accogliere la proposta di legge sulla concessione di un assegno di solidarietà legato ad obbiettivi parametri di reddito e a verificate situazioni di disagio sociale, presentata in Parlamento da un gruppo di deputati di centrosinistra. <br>Alla luce dell’esperienza di questi ultimi anni, va riconsiderato anche l’assetto organizzativo dell’INPS, che deve prevedere strutture più direttamente finalizzate al servizio verso gli italiani all’estero. <br>L’attivazione del Fondo Nazionale, aperto al finanziamento di Stato e Regioni, previsto dalla Conferenza Stato-Regioni-CGIE, può essere un utile volano di intervento per le situazioni di più acuta marginalità. In questo quadro, può essere considerata una forma di assicurazione, che, dietro pagamento di una quota annuale, consenta il ricorso all’assistenza sanitaria sul suolo italiano anche per prestazioni che vadano al di là del primo soccorso. <br> <br>Gli interventi di tutela, per altro, non vanno considerati solo rispetto alle situazioni già consolidate, ma anche con riferimento alla ripresa dei flussi di emigrazione che da alcuni anni si sono riattivati, sia pure in dimensioni e forme diverse dal passato. In questo quadro va considerata la diffusa mobilità che coinvolge un numero sempre più ampio di persone, anche dotate di elevati livelli di istruzione e di professionalità. Per essi occorre cercare le strade per estendere i diritti ed i servizi anche nel campo della sanità, della casa e dell’assistenza. <br> <br>D) Relazioni economiche, commerciali e professionali. <br> <br>Si tratta di uno dei campi dove, nonostante le positive prove di governo date a suo tempo, il centro – sinistra ha maggiore bisogno di proposte e di relazioni. L’impegno è quello di costruire una piattaforma che equilibri due aspetti: l’intervento volto a rafforzare il tessuto economico delle realtà ospitanti e il riferimento alla comunità italiana come volano di cooperazione e di scambi commerciali e professionali con gli operatori che agiscono nel sistema italiano. <br>I punti dai quali partire per questo percorso di messa a punto di proposte possono essere: <br>- il rilancio della cooperazione per lo sviluppo, che deve caratterizzarsi per equità dei risultati e trasparenza dei processi; <br>- l’impostazione e il finanziamento di programmi di formazione professionale adeguati a raccogliere la domanda, soprattutto giovanile, di professionalizazione e di inserimento di fermenti di cultura d’impresa nelle realtà economiche in via di sviluppo; <br>- il sostegno alla istituzione di uno “sportello unico per l’internazionalizzazione” in sinergia con le istituzioni economiche regionali, a sostegno delle imprese e della diffusione dell’informazione di settore; <br>- l’avvio di una specifica legislazione per la promozione dell’impresa italiana all’estero; <br>- la valutazione sull’opportunità di applicare il principio della “continuità territoriale” agli spostamenti aerei e marittimi da e per l’Italia a beneficio delle comunità italiane residenti all’estero, nel quadro delle linee strategiche fissate dal programma europeo relativo alle “Reti Transeuropee”. <br>Sul piano delle iniziative, si potrebbero indagare possibilità e proposte avviando un rapporto con ICE, SIMEST, Commissione Europea (relazioni esterne) sul ruolo delle comunità italiana nel commercio intracomunitario, per l’import-export, per il diritto di accesso alle opportunità comunitarie, ecc. <br>Si tratta, insomma, di compiere scelte sostanziali e coordinate, valorizzando gli strumenti istituzionali e privati esistenti, superando quelle di stampo corporativo e propagandistico adottate dal Ministero per gli Italiani nel Mondo con la formazione della Confederazione degli Imprenditori Italiani nel Mondo (CIM), che andrebbe invece più strettamente collegata con i programmi che le associazioni imprenditoriali hanno messo a punto in questo campo, tenendo anche presenti le novità che emergono nell’imprenditoria giovanile, cooperativa e di impianto sociale.


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