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MessaggioInviato: lun set 18, 2006 08:47 am 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:02 pm
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CAMPANIA / DISCARICHE NEL MIRINO<BR><BR>Le ecoballe di Bassolino<BR><BR>di Riccardo Bocca<BR><BR>Contratti tagliati su misura per l'impresa dei Romiti. Obblighi trascurati dal commissario. Tutte le accuse dei pm sullo scandalo rifiuti  <BR>Truffa ai danni dello Stato, abuso d'ufficio, frode nelle pubbliche forniture, attività di gestione dei rifiuti non autorizzata. Sono le pesanti accuse che i pm Giuseppe Noviello e Paolo Sirleo della Procura di Napoli rivolgono al presidente della Regione Campania. Non solo. Nell'avviso di conclusione delle indagini, depositato l'8 settembre, ci sono altri 27 nomi di primissimo piano. A partire da Pier Giorgio e Paolo Romiti, amministratore delegato e dirigente di Impregilo Spa, accusati degli stessi reati di Antonio Bassolino oltre che di inadempimento nelle pubbliche forniture. E ancora: nell'elenco della Procura compaiono l'ex vicecommissario per l'emergenza rifiuti in Campania Raffaele Vanoli (falso ideologico, abuso d'ufficio, truffa e frode) e l'ex subcommissario Giulio Facchi, sospettato di compartecipazione nella frode. Il tutto mentre da un altro procedimento in corso risulta che la commissione guidata dal preside della Facoltà di Architettura di Napoli, Alfonso Gambardella, avrebbe "attestato fatti non corrispondenti al vero", collaudando un impianto per la produzione di combustibile derivato dai rifiuti.<BR><BR>È questo l'ultimo atto di un'incredibile vicenda iniziata otto anni fa. Una storia in cui negligenze e malafede si sposano con l'alibi di salvare la Campania dal disastro rifiuti, e nella quale sono oggi coinvolti tutti coloro che avrebbero dovuto garantire il corretto svolgimento delle operazioni. Per comprendere come sia successo, bisogna partire da un'ordinanza del 31 marzo '98 firmata dall'attuale presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, allora ministro dell'Interno nel primo governo Prodi. Un tentativo di risolvere il drammatico problema dell'immondizia in due mosse: incentivare la raccolta differenziata e bruciare parte dei rifiuti restanti per produrre energia. "Il tutto", spiega l'ingegnere Paolo Rabitti, autore delle perizie per i magistrati napoletani, "costruendo appositi impianti per separare la parte combustibile dei rifiuti (Cdr), che sarebbe stata convogliata in nuovi inceneritori". Un progetto ambizioso, spiega il perito, che all'inizio pare andare a buon fine. Gli impianti costruiti tra il 2001 e il 2003 sono infatti sette: tre più grossi nella provincia di Napoli (Caivano, Giugliano e Tufino) racchiusi in un bando, e altri quattro sparsi per la regione (Santa Maria Capua Vetere, Casalduni, Battipaglia e Pianodardine). Tutti approvati dalla stessa commissione e con gli stessi parametri: precedenti realizzazioni delle imprese, qualità del progetto, tempi di realizzazione e prezzo al chilo di rifiuto trattato.<BR><BR>In teoria, una macchina perfetta. Nei fatti, un pasticciaccio brutto centrato su una delle società in gara: la Impregilo di Pier Giorgio Romiti (con le controllate Fibe e Fisia), per l'occasione in associazione temporanea d'imprese con le tedesche Babcock ed Evo. La sua proposta, scrive la commissione, è assai poco entusiasmante. Nel senso che "la documentazione fornita presenta molte e diffuse carenze". Di più: "Nel complesso, la soluzione progettuale proposta appare non adeguatamente sviluppata, né sufficientemente supportata da dimensionamenti ed elaborati grafici". Parole che a buon senso dovrebbero portare all'esclusione di Impregilo, eppure a vincere è proprio la società dei fratelli Romiti. "Per una semplice ragione", sostiene Rabitti: "L'appalto è stato congegnato in modo che il prezzo fosse determinante, per cui Impregilo avrebbe comunque sbaragliato i concorrenti, anche senza alcuna referenza. E persino se il valore tecnico del progetto avesse avuto punteggio zero". <BR><BR>Con queste premesse i magistrati hanno già di che lavorare. Ma giorno dopo giorno, in un'inchiesta durata circa due anni, la loro attenzione viene attirata da altri particolari. Primo fra tutti, l'obbligo stabilito in gara di bruciare la parte combustibile dei rifiuti dentro impianti già esistenti, in attesa che venissero costruiti i nuovi inceneritori. Detta così, una richiesta ragionevole, banalmente logica, ma che nel caso della Campania assume un'importanza capitale. Se fosse stata rispettata, infatti, avrebbe evitato di intasare la regione con le cosiddette 'ecoballe', quantificabili in circa 3 milioni di tonnellate. Per questo il bando chiedeva alla società aggiudicatrice un impegno formale, che è stato controfirmato per Impregilo da Paolo Romiti. Dopodiché tutto è andato come non doveva. Nel senso che gli inceneritori non sono entrati in funzione, e Impregilo altrove non ha bruciato quasi nulla. Un comportamento logico, spiega Rabitti nella relazione del settembre 2005: "Il prezzo proposto dalla società", dice, "era economicamente sostenibile, ma solo se non si considera l'obbligo immediato di smaltire la parte combustibile dei rifiuti". Tradotto: se Impregilo avesse smaltito tutto in impianti altrui, avrebbe pagato un costo non sostenibile. "Anche perché", aggiunge il consulente dei pm, "non avrebbe goduto dell'incentivo di 183 lire al kilowatt indicato dal cosiddetto Cip6, provvedimento interministeriale per incentivare l'uso di energie alternative".<BR><BR>In questa prospettiva, i magistrati censurano il comportamento dell'allora commissario all'emergenza rifiuti Antonio Bassolino, presidente ds della Regione, il quale nel giugno 2000 firma il contratto con la società vincitrice. Un atto dove saltano proprio le righe sull'obbligo immediato di smaltire il combustibile derivato dai rifiuti. E non è tutto. Secondo i pm Noviello e Sirleo, si arriva al paradosso che nemmeno il Cdr, il combustibile derivato dai rifiuti e stipato in ecoballe, sarebbe davvero Cdr. Il suo "valore qualitativo", scrivono, è "difforme dalle specifiche (indicazioni, ndr) di cui al decreto ministeriale del 5 febbraio 1998". Inoltre, la parte organica che avrebbe dovuto essere stabilizzata, e resa inodore, non può essere utilizzata per eventuali "recuperi ambientali" (riempimento di cave e simili) come richiesto in fase di gara. Il che, dice il consulente Rabitti, porta a un'unica conclusione: "I sette impianti costruiti non servono a nulla: si limitano a dividere in due flussi i rifiuti in ingresso, da smaltire comunque nelle discariche".<BR><BR>Alla stessa conclusione, sono giunti nell'aprile 2004 altri due consulenti della Procura, Mauro Sanna e Massimo Falleni, i quali hanno segnalato la non conformità del materiale prodotto. A ruota è seguito il sequestro degli impianti, e quindi è spuntata un'altra novità. I progetti esecutivi delle costruzioni, scrivono i magistrati, sono "difformi dagli atti di gara". Mentre a loro volta gli impianti realizzati sono diversi "dai progetti esecutivi". Un tourbillon di variazioni che Rabitti analizza così: "Nei progetti iniziali, che per contratto non potevano essere cambiati, era previsto un flusso d'aria sotto i rifiuti per sollevarne la parte leggera, considerata un buon combustibile. Nel progetto esecutivo è stato invece sistemato un separatore meccanico, e in corso d'opera sono stati modificati altri particolari, peggiorando sensibilmente le prestazioni".<BR><BR>Perché? Com'è successo? E che vantaggio aveva Impregilo a peggiorare i propri impianti? Una risposta certa potrà uscire solo dall'eventuale processo. Resta il fatto che il tipo di inceneritore pensato da Impregilo non aveva bisogno di Cdr conforme al contratto, si legge nelle perizie; dunque sono stati costruiti impianti che separassero giusto il secco dall'umido. Inoltre, il contratto prevedeva che gli impianti di separazione sarebbero passati dopo un decennio alla Regione Campania, mentre gli inceneritori sarebbero rimasti a Impregilo. E qui stava il vero business, in quanto la società dei Romiti si sarebbe fatta pagare lo smaltimento del Cdr, oltre a quello di altri rifiuti campani e non.<BR><BR>Resta da spiegare, a questo punto, il comportamento delle autorità, che stando ai pm avrebbero chiuso un occhio. Per ogni impianto, si legge infatti nelle carte, è stata nominata una commissione di collaudo in corso d'opera, guidata in sei casi su sette da un preside di facoltà di Ingegneria o Architettura delle università campane. A costruzione avvenuta, gli impianti sono entrati in funzione, a volte con un certificato di collaudo provvisorio, a volte con quello definitivo, vedi quelli della provincia di Napoli e di Santa Maria Capua Vetere. E proprio in uno di questi impianti, a Tufino, la Procura ha trovato l'inghippo. "La commissione" guidata da Alfonso Gambardella, preside della facoltà di Architettura di Napoli, "attestava fatti non corrispondenti al vero", si legge nell'ordinanza di custodia cautelare per uno dei collaudatori. Garantiva cioè che "l'affidataria avesse ottemperato a tutti gli obblighi derivanti dal contratto" anche se non era vero. Per questo, col decreto 245 del 30 novembre 2005 "il contratto tra affidataria e il commissario è stato risolto", causa "accertata inadempienza contrattuale". Ma nonostante ciò, il 26 gennaio 2006 veniva depositato il certificato finale di collaudo con esito positivo.<BR><BR>Ora il giudice delle indagini preliminari dovrà scegliere se procedere o meno sul fronte Bassolino e coimputati. Nell'attesa, va considerato un ultimo fatto. Ovvero che, dopo il blocco degli impianti, Impregilo si è più volte rifiutata di occuparsi dello smaltimento. E questo malgrado il contratto, sottoscritto dall'ex commissario Bassolino, la obbligasse a farlo a sue spese, anche in caso di fermo. Una clausola che il governatore e i suoi collaboratori avrebbero volutamente trascurato, "omettendo di promuovere e sollecitare iniziative volte a garantire il rispetto del suindicato obbligo". Da parte loro, i legali dell'ex commissario replicano all'intera vicenda: "Bassolino ha solo firmato ordinanze per le quali si è avvalso dei pareri delle strutture tecniche e legali del commissariato per l'emergenza rifiuti". Della serie: se ho sbagliato non è colpa mia. <BR><BR>da espressonline


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