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MessaggioInviato: ven mag 18, 2007 23:56 pm 

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RIFIUTI / I CONTI DEI COMMISSARI DI GOVERNO<BR><BR>Discarica piena di euro<BR>di Marco Ratti<BR><BR>In cinque regioni l'emergenza ha inghiottito 1.800 milioni. In Campania quasi la metà delle spese. Che per un quinto vanno in stipendi, uffici e telefoni  <BR>A Serre i cittadini sono pronti alle barricate per impedire che l'immondizia del Salernitano finisca nella discarica di Valle della Masseria. Il sindaco Palmiro Cornetta guida la rivolta contro il decreto del governo: l'ennesima protesta popolare mentre la situazione in Campania continua a precipitare, trasformandosi da disastro ambientale in allarme sanitario. Con il caldo si moltiplicano i roghi di immondizia che disperdono diossina nell'aria e nei terreni. Ma un'epidemia c'è già: è quella dei conti pubblici. Perché per tamponare il problema fino al 2005 si sono già spesi 856 milioni di euro nella sola Campania, senza che la normalità si sia avvicinata.<BR><BR>La Corte dei conti con una relazione monumentale ha cercato di capire come siano stati utilizzati i fondi gestiti dai commissari straordinari del governo in tredici anni di ordinaria emergenza. Risultato: per ripulire Campania, Puglia, Calabria, Sicilia e Lazio a fine 2005 se ne erano già andati 1.800 milioni di euro. Di questi, quasi 400 milioni ossia 800 miliardi di vecchie lire erano stati impiegati per pagare stipendi e uffici. Una montagna di soldi sommersa dalla spazzatura, senza che gli obiettivi siano stati neppure lontanamente sfiorati. Un esempio per tutti: la raccolta differenziata nel 2003 sarebbe dovuta essere il 35 per cento della produzione totale dei rifiuti urbani, ma a fine 2005 il dato nazionale era del 24,3, scendendo dal 38,1 del Nord al 19,4 del Centro e precipitando all'8,7 al Sud.<BR><BR>L'occhio del ciclone è in Campania, dove sono stati bruciati più di 850 milioni fino al 2005. Dal '94 a oggi, ai vertici della struttura si sono alternati il prefetto Guido Improta, i governatori Antonio Rastrelli, Andrea Losco, Antonio Bassolino, un altro prefetto, Corrado Catenacci, e dallo scorso ottobre il capo del dipartimento della Protezione civile, Guido Bertolaso. Insomma, uomini di destra e di sinistra, grand commis e superprefetti ma al termine di ogni 'reggenza' l'esito finora è stato sempre lo stesso: nuova proroga dello stato di emergenza perché il problema non era stato risolto. Anzi, secondo la Corte la situazione si è aggravata negli anni: il mancato coinvolgimento delle amministrazioni locali ha portato con sé una valanga di ricorsi che ha paralizzato l'attività dei commissari. E le procedure poco trasparenti per l'affidamento degli appalti hanno esposto le stesse società pubbliche al rischi di infiltrazioni camorristiche.<BR><BR>Eppure, chi lavora per l'emergenza non si è fatto mancare proprio nulla. Nel 2005 la struttura commissariale era composta da 101 persone, anche se a fine 2006 un'ordinanza della presidenza del Consiglio ha fissato il tetto massimo a 70 dipendenti. I magistrati contabili fanno notare che "nel corso degli anni si è prodotto un aumento rilevantissimo delle indennità e dei compensi ai commissari, vicecommissari e subcommissari", arrivando a superare i 10 mila euro mensili. Inoltre, la mancanza di controlli interni ha consentito gravi irregolarità. Con i telefoni pagati dal commissario, i dipendenti si sono concessi qualche lusso di troppo: tra il '99 e il 2003 le chiamate, escluse le ricariche, hanno inghiottito 724.680 euro, "e non sono poche quelle internazionali o verso i numeri speciali". E non è tutto. Secondo un documento dell'Ispettorato generale della Ragioneria dello Stato, "il commissario ha proceduto al rimborso delle spese sostenute dal subcommissario per raggiungere la sede di servizio (Napoli), senza tener conto che il compenso corrisposto era onnicomprensivo" e quei soldi, quindi, non gli erano dovuti. Il tutto, per un totale di 35 mila euro di biglietti aerei e spese pasti per oltre 7 mila. E nell'attribuzione di incarichi esterni, tornando alla relazione della Corte, "si è riscontrata la totale assenza di pubblicità, concorrenza e trasparenza". <BR><BR>C'è poi uno spreco nello spreco: quello dei fannulloni di Stato, spesso obbligati a essere tali da un meccanismo nato per non funzionare. Parlando dei lavoratori che dovrebbero "coadiuvare nella raccolta differenziata", nel luglio 2004 il commissario affermava: "Se di questi 2.316 duecento lavorano, è un miracolo. Gli altri non fanno niente e me lo contestano". Secondo la Corte, quindi, "al cittadino è stata chiesta una maggiorazione della tariffa per lo sviluppo della raccolta differenziata, che è invece stata utilizzata a fini assistenziali, con un costo di circa 65 milioni di euro all'anno". In pratica, invece di separare plastica, carta e altre sostanze riciclabili, trasformando le scorie in risorsa e abbattendo l'incidenza di sostanze inquinanti nelle discariche, con quei fondi si sono alimentate clientele e finanziati posti inutili. Tanto che, scrivono i giudici, molte assunzioni sarebbero illegittime. <BR><BR>E non si tratta di peccati di gioventù o di una macchina da rodare. No, scorrendo le 182 pagine del rapporto, si scopre che il tarlo che ha impedito al sistema di funzionare sta nelle fondamenta, visto che mancano ancora le strutture operative indispensabili allo sviluppo del ciclo integrato dei rifiuti. In particolare, gli ambiti territoriali ottimali, che avrebbero dovuto essere la sede per le scelte amministrative, stentano a decollare. E dei 18 consorzi di bacino, di cui fanno parte tutti i comuni campani, cinque sono stati commissariati in quanto inadempienti. Anche qui con un carico di nullafacenti da mantenere. In un'audizione al Senato del 14 febbraio di rappresentanti dei consorzi, si legge: "La situazione che ho trovato al mio arrivo era quella di un consorzio che non svolgeva alcuna attività da 16-18 mesi e quindi abbiamo 256 persone che non hanno nulla da fare". <BR><BR>Ma i problemi sono anche di altro genere. I bandi di gara per l'affidamento della progettazione esecutiva, costruzione e gestione degli impianti di preparazione di combustibile derivato dai rifiuti (cdr) e di due termovalorizzatori hanno previsto la procedura ristretta. Un'impostazione che ha avuto molte pecche. Innanzitutto, "fu attribuita scarsa rilevanza alla qualità tecnica dell'impiantistica proposta". In altre parole, non hanno potuto vincere le soluzioni più efficienti, ma quelle più competitive quanto a prezzi e tempistica. Alle imprese, tra le altre cose, è stato dato il diritto di scegliere dove realizzare gli impianti. Un modus operandi che, secondo una relazione sulla Campania alla commissione parlamentare d'inchiesta del gennaio 2006, "avrebbe reso possibili situazioni speculative, che dovevano essere evitate anche perché avrebbero costituito la vera fragilità del sistema, rendendolo facile preda delle infiltrazioni della criminalità". A tutto questo si aggiunga che "il combustibile cdr prodotto non è risultato a norma", tanto che in alcuni casi la magistratura penale ha formulato le ipotesi di truffa e frode in pubbliche forniture e molto di questo combustibile, a causa della sua scarsa qualità, non potrà essere bruciato nei termovalorizzatori. Alla fine i contratti sono stati sciolti all'inizio del 2006, "in un momento in cui anche l'affidataria (che continua a gestire provvisoriamente il ciclo dei rifiuti, ndr) aveva manifestato interesse alla risoluzione del contratto".<BR><BR>La conclusione dei giudici è drammatica: le soluzioni sono state varate solo quando diventavano un affare d'oro per le aziende. La Corte scrive: "Si ricava l'impressione che solo nel momento della coincidenza degli interessi pubblici con quelli privati, e assecondando sostanzialmente questi ultimi, la parte pubblica si sia attivata per porre fine a una situazione sempre più insostenibile". Nell'attesa di uscire dall'emergenza, i camion della nettezza urbana macinano più soldi che immondizia. Quando poi a pesare sui conti non sono i biglietti dei treni: 60 milioni di euro sono stati spesi per i convogli ferroviari che hanno portato i rifiuti in Germania. E questo solo per il periodo compreso fino a marzo 2004: denaro finito letteralmente nella spazzatura. n<BR> <BR>Telefoni bollenti<BR> <BR>1,8 miliardi di euro È la spesa complessiva per l'emergenza rifiuti nelle cinque regioni commissariate fino a tutto il 2005. Il commissariamento in Campania e Puglia cominciò nel 1994; in Calabria nel 1999; in Sicilia e Lazio nel 1999.<BR><BR>855.985.279 euro È la spesa nella sola Campania per l'emergenza rifiuti dal 1994 alla fine del 2005. Una stima sostiene che a oggi la somma sia arrivata a un miliardo di euro. Trasporto e smaltimento dei rifiuti all'estero fino al 2004 sono costati 67 milioni di euro. 282.129.870 euro Sono le spese per far funzionare la struttura del commissario di governo per l'emergenza rifiuti in Campania. Comprendono gli stipendi, le indennità, gli affitti delle sedi e tutto ciò che non riguarda gli interventi diretti per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti <BR><BR>724.680 euro<BR><BR>La bolletta del telefono delle strutture del commissariato per l'emergenza ha costi mostruosi. I giudici della Corte dei conti hanno evidenziato un numero elevato di chiamate all'estero e a numeri speciali.<BR><BR>37.548.287 euro Sono le spese per stipendi e indennità del personale impegnato in Campania nelle strutture del commissariato per l'emergenza rifiuti. Comprendono indennità a commissario, dirigenti, prefetti, subcommissari, personale amministrativo, commissioni, comitato di rientro e vigilanza.<BR> <BR>da espressonline.it


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MessaggioInviato: gio mag 24, 2007 22:41 pm 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:02 pm
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L'indagine del L'Espresso «Crescita dei tumori a livello di epidemia» <BR><BR>Sempre di più i veleni che si disperdono nell'aria, nell'acqua e nel terreno: dal traffico all'inquinamento. <BR><BR>Le angoscianti statistiche  <BR> <BR> <BR><BR>ROMA - «In Italia la crescita dei casi di tumori è a livelli da epidemia». <BR>Così «L'Espresso», in un articolo che sarà pubblicato nel numero in edicola venerdì. Basta guardare i numeri «e confrontare i dati degli anni Ottanta con le analisi più recenti- segnala il settimanale- tra il 15 e il 20% in più i casi di linfomi e leucemie; i mesoteliomi che esplodono (più 37% nelle donne e più 10 negli uomini); poi la mammella (più 27), il cervello (tra l'8 e il 10), il fegato (tra il 14 e il 20)». Se si guarda ai bambini, «la statistica diventa angosciante- aggiunge l'Espresso- il confronto tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Novanta mostra risultati spietati». Usando come campione la Regione Piemonte, «si scopre un'impennata del 72% del neuroblastoma, del 49% nei tumori del sistema nervoso centrale, del 23% per le leucemie». <BR><BR>Dove aumentano i casi di cancro? «In tutta Italia- indica l'articolo- con una concentrazione micidiale in 54 aree che comprendono 311 comuni». Queste zone di crisi «disegnano una radiografia della Penisola avvelenata che corre da Pieve Vergonte, un paese all'ombra della fabbrica Enichem nel profondo Nord della provincia di Verbania, alla punta inferiore della Sicilia, con Gela e il suo petrolchimico voluto da Enrico Mattei per regalare un futuro industriale all'isola». Una «via Crucis che segna sempre nuove tappe, perchè traffico automobilistico e impianti di riscaldamento diffondono minacce crescenti nei centri urbani congestionati, perchè proliferano ovunque nuovi strumenti tecnologici di cui si ignorano i danni a lungo termine e perchè la devastazione dei suoli provocata da discariche clandestine immette nella catena alimentare sostanze nocive che finiscono sulla tavola degli italiani». <BR><BR>I VELENI - Addirittura, riferisce 'l'Espresso', secondo il ministero dell'Ambiente i veleni che si disperdono nell'aria, nell'acqua e nel terreno «partono da una galassia di 9 mila piccole Seveso, intorno alle quali rischiano la contaminazione dai sei agli otto milioni di abitanti». Ma l'onda lunga di questa contaminazione, «attraverso l'inquinamento delle falde che portano l'acqua nelle nostre case, della catena alimentare, delle nubi tossiche che si spostano coi venti, riguardano, di fatto, tutti noi». «Chi vive in una città inquinata ha un 25% di rischio in più di avere un tumore al polmone, chi fuma ha un rischio del 900% in più- sintetizza all'Espresso Annibale Biggeri, epidemiologo dell'Università di Firenze- tuttavia, al traffico e all'inquinamento siamo esposti tutti e quindi, benchè il rischio individuale sia basso, l'impatto dell'inquinamento sulla salute pubblica è tutt'altro che irrilevante. E contrariamente al fumo è anche involontario». <BR><BR>Secondo le stime di Paolo Crosignani, epidemiologo dell'Istituto dei tumori di Milano, nel capoluogo lombardo «dei circa 900 tumori al polmone all'anno, più di 200 sono da attribuire alle polveri generate dal traffico e dai riscaldamenti- riferisce l'Espresso- ma il rapporto più allarmante è stato presentato l'anno scorso dall'Ufficio ambientale dell'Organizzazione mondiale della sanità di Roma, che nelle 13 città più grandi d'Italia ha stimato 8 mila morti all'anno per gli effetti cronici dell'inquinamento atmosferico, di cui una parte non irrilevante viene giocata dai tumori ai polmoni (750 casi all'anno) e alle vie respiratorie, leucemie da benzene e linfomi».<BR><BR>ONDE ELETTROMAGNETICHE - Ce n'è anche per le onde elettromagnetiche. «L'aumento delle leucemie infantili potrebbe essere collegato all'esposizione cronica ai campi elettromagnetici, sia a quelli ad alta frequenza dei ripetitori radiofonici e televisivi, sia a quelli a 50 Hertz delle linee elettriche- scrive l'Espresso- il condizionale, in questo caso, è d'obbligo». Per verificare questa ipotesi Pietro Comba, direttore del reparto di Epidemiologia ambientale dell'Istituto superiore di sanità, «sta conducendo uno studio su 354 abitanti di Longarina (Ostia Antica) le cui case distano meno di cento metri da un elettrodotto- riferisce il settimanale- una prima parte dell'analisi ha riscontrato un piccolo aumento di tumori, sia leucemie, al pancreas e allo stomaco, nella popolazione più vicina alla linea elettrica». Fra qualche mese saranno disponibili anche i dati sugli altri disturbi. E passando ai campi ad alta frequenza, «qualche sospetto aleggia anche sull'uso intensivo dei telefonini, sospettati dei tumori al cervello, al nervo acustico e alle ghiandole salivari, e sui quali è in corso lo studio Interphone, coordinato dall'Agenzia del cancro di Lione e di cui si aspettano i risultati per la fine dell'anno». <BR><BR>AREE A RISCHIO - Aree siderurgiche e chimiche, porti e raffinerie: qui si concentrano gli eccessi di mortalità per malattie respiratorie, per tumori alla laringe e ai polmoni, al fegato, alla vescica, leucemia e linfomi, riferisce l'articolo. «Lo raccontano gli studi sempre più numerosi sulle acciaierie di Genova, Piombino e Taranto, sui petrolchimici siciliani di Gela, Priolo e Augusta- elenca il settimanale- così come sulle raffinerie di Sarroch, Porto Torres e Portoscuso in Sardegna». La mappa d'Italia »si riempie di zone rosse- si legge nell'articolo- alcune retaggio di scelte industriali che appartengono al passato, altre invece ancora attive». Quante? «Le aree critiche destinate alle bonifica, sono 54 a livello nazionale, per un totale di 311 comuni- elenca Comba all'Espresso- a queste si aggiungono migliaia di altri siti che compongono una fitta geografia del rischio, fatta soprattutto da impianti chimici, siderurgici, discariche e siti di produzione dell'amianto». La faccenda «è terribilmente complicata- riconosce l'Espresso- anche dal fatto che, in genere, il tumore colpisce decenni dopo l'esposizione pericolosa, e questo non facilita il lavoro». Il caso esemplare è l'amianto, «che può provocare il mesotelioma quarant'anni dopo- spiega Benedetto Terracini, decano degli epidemiologi ambientali e direttore di Epidemiologia & Prevenzione- l'Italia, pur avendo bandito nel 1992 questa fibra, continua ad avere un migliaio di morti l'anno». Secondo il Registro nazionale mesoteliomi, i morti dovrebbero cominciare a calare fra cinque-dieci anni, ma dal 1970 a oggi l'amianto ha falciato almeno 30 mila vite, conclude l'Espresso. <BR><BR>24 maggio 2007<BR> <BR>da corriere.it


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MessaggioInviato: ven giu 08, 2007 09:18 am 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:02 pm
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Mister Monnezza<BR><BR>di Fabrizio Gatti<BR><BR>Assessore ai rifiuti e alla sicurezza, scelto dalla Iervolino per risolvere il problema. <BR><BR>Il diessino Mola tiene pulito il centro. <BR><BR>E tutela i suoi affari privati  <BR><BR>E pensare che la sindaca Rosa Russo Iervolino l'aveva detto: "Adesso è tutta responsabilità mia". Annuncio urbi et orbi nel presentare la giunta, all'indomani della sua rielezione a Napoli: "Le deleghe sono state assegnate ascoltando i suggerimenti dei forum della mia campagna elettorale". <BR><BR>Da quel giorno, 19 giugno 2006, è passato meno di un anno. Ora gli abitanti di Posillipo, via Duomo e quartieri della borghesia sanno chi ringraziare. Perché da quelle parti non c'è nemmeno un sacchetto per terra. Sarà che a Posillipo abita il governatore Antonio Bassolino. E intorno a via Duomo c'è lei, la lady di ferro che al suo secondo mandato in municipio è riuscita a risolvere il problema rifiuti sotto casa, nonché gli altri guai della città come la criminalità e il traffico davanti alle sue finestre. Non è soltanto merito del sindaco, va detto. E nemmeno del presidente della Regione. Il successo è soprattutto di un promettente assessore eletto nei Ds. Si chiama Gennaro Mola, ha 55 anni e da solo raccoglie gli assessorati alla Polizia locale, Viabilità, Parcheggi e Nettezza urbana. Insomma, dalla sicurezza all'immondizia: settori in cui Napoli ha raggiunto una popolarità che nessuna città del mondo avanzato ha saputo pareggiare.<BR><BR>Quando il prefetto Alessandro Pansa e il commissario Guido Bertolaso hanno invitato un rappresentante del Comune nell'unità di crisi, la Iervolino ha mandato il suo assessore alla monnezza. Ma le sue qualità di politico non si fermano qui. Gennaro Mola è benvoluto per essere il leader della corrente fassiniana in Campania. E per i suoi ottimi rapporti con il sindacato: tanto che in una società di cui è stato amministratore unico e socio di maggioranza, i sindacalisti sono diventati di colpo manager. Mola è apprezzato per le sue larghe intese con la destra di Alleanza nazionale. È stato in affari con Antonio Pezzella, deputato di An, ex presidente di Poste Vita e centurione in Parlamento dell'ex ministro della Salute, Francesco Storace. Ed è famoso in città per i suoi legami societari, ereditati dall'onorevole Pezzella, con due famiglie di imprenditori assolti con formula piena ma che hanno avuto contatti con la camorra. <BR><BR>Sindacato e opposizione sono un solido punto di appoggio. La maggioranza, ovviamente, sta con l'assessore. Così nessuno ha mai chiesto al sindaco le dimissioni di Gennaro Mola. E i soldi in aggiunta che gli italiani spenderanno per salvare Napoli, dovranno vedersela con il suo potente ufficio. È vero che da 13 anni in Campania la questione immondizia è affidata al commissario di governo. Ma la realizzazione dei progetti dipende dalla collaborazione dei Comuni, dalle aziende municipalizzate, dai subappalti ai privati, dai netturbini, dal criterio con cui sono stati assunti. E Mola, dal suo posto, controlla il Comune e la municipalizzata più importante. <BR><BR>Eppure l'assessore alla Nettezza urbana ha fatto davvero l'impossibile. Non è ironia. Basta passeggiare in questi giorni nel centro ricco di Napoli. Posillipo, Mergellina, Vomero. Strade pulite come quelle che nel 1994 hanno ospitato il vertice del G7 (per non scomodare i soliti paragoni nordisti con Lugano e la Svizzera). E non dev'essere stato facile far girare i camion, con le discariche ingolfate come tombini sotto il diluvio. Chi non è andato a Napoli a vedere di persona, può visitare il sito dell'Asia spa, l'Azienda servizi di igiene ambientale di proprietà del Comune. Mola è anche assessore per i Rapporti con la municipalizzata. Indirizzo: www.asianapoli.it. La prima pagina è già una fantasia: 'Napulita, la nuova raccolta differenziata per te'. Non si dice che l'unica raccolta differenziata a Napoli e dintorni riguarda solo due tipi di immondizia: quella dentro i cassonetti e quella abbandonata lungo le strade. Forse bisogna aspettare la fine dell'emergenza. Ma quando sarà? Sul sito della Protezione civile, ordinanza 3.481 del presidente del Consiglio, una delle tante, firmata il 29 dicembre 2005 da Silvio Berlusconi, c'è scritto: "Termine emergenza: primo gennaio 1900". Proprio così: 1900, ma di quale era?<BR><BR>Un'altra visita la merita il sito della Fibe spa (www.fibespa.it), la società del gruppo Impregilo che avrebbe dovuto realizzare il ciclo dei rifiuti in tutta la Campania. Un costoso appalto privato, smontato pezzo per pezzo dalle proteste dei sindaci contro i cinque termovalorizzatori previsti dal piano e contro le discariche che dovrebbero raccogliere i residui dello smaltimento. La pagina si apre con lo slogan: 'Per la nostra Campania più bella e più pulita'. I grafici, le spiegazioni, i disegni raccontano un paesaggio che non esiste. Come se Napoli fosse la capitale di Second Life, il mondo immaginario in voga su Internet. E i suoi amministratori, una banda di avatar.<BR><BR>L'odore del disastro aspetta appena fuori i quartieri della borghesia. Con i cumuli di sacchetti putrescenti e colorati che si fanno più alti a mano a mano che si sale verso i rioni di periferia. Fino a Scampia e Secondigliano, che a Mola hanno regalato il pieno di preferenze. Il più votato dei Ds a Secondigliano, nel 2001 e nel 2006. Secondo a Scampia nel 2001 e primo nel 2006. La conferma di una carriera in crescita. Anche se fuori dai due quartieri più turbolenti della città lo scelgono in pochi. Mola si piazza soltanto ottavo nella classifica cittadina dei candidati Ds. Ma il sindaco sceglie proprio lui per gli incarichi più delicati. Occuparsi di sicurezza: nella città appena uscita dalla guerra tra i clan di Scampia, con la criminalità che non risparmia nemmeno i turisti. E affrontare l'emergenza rifiuti: in una metropoli ormai destinata al fallimento. Rosa Russo Iervolino, dopo la presentazione della sua giunta, non ha mai rivelato quale forum le abbia suggerito il nome. Forse ha scelto Mola perché di mestiere si occupa di sicurezza e vigilanza privata. Sicuramente non perché sia un esperto di smaltimento e riciclaggio.<BR><BR>L'Asia ha 3 mila dipendenti. Da una municipalizzata così un assessore dovrebbe pretendere molto. A cominciare dall'avvio della raccolta differenziata. Invece è il caos. Un episodio fra tutti, pochi giorni fa. In una piazza vicino alla stazione Centrale c'è da raccogliere un cumulo di cartoni. Arrivano quattro ditte. Tutte incaricate dall'Asia. Nello stesso giorno. Stessa ora. Una è il consorzio Napoli 5, istituito dal commissariato di governo con l'assunzione di 362 dipendenti ed esautorato dalla giunta Iervolino. Le altre sono una cooperativa e due subappaltatrici private. "Succede spesso", rivelano i netturbini del consorzio Napoli 5. Di solito vengono pagati per non fare nulla. Da quando il Comune non li vuole, hanno perso i camion: comprati dallo Stato e regalati in blocco all'Asia.<BR><BR>Ovvio che l'assessore Ds e il sindaco non siano responsabili del passato. Ma il presente è già un bel fardello. Napoli è la lente che ingrandisce i malanni d'Italia. E proprio per questo, la sua giunta dovrebbe essere il biglietto da visita della buona amministrazione. Mola però non ha sempre i rifiuti al primo posto dei suoi pensieri. Il 31 agosto 2006 sale le scale della direzione provinciale Nuove politiche per l'occupazione. Davanti ai funzionari pubblici lui, assessore del Comune più influente della Provincia, rappresenta una società di sicurezza privata in una vertenza sindacale per un appalto in una Asl napoletana. Se il conflitto di interessi non è un problema solo per Silvio Berlusconi, dovrebbe dimettersi da uno dei due incarichi. Non lo fa e nessuno glielo chiede. La società, tra l'altro, è la Mondial Security, proprietà al 40 per cento di Carlo Buglione, finito sotto inchiesta con il fratello Antonio e insieme assolti: secondo il Tribunale di Nola, i contatti con Antonio Buglione confessati dal boss Carmine Alfieri non costituivano reato. <BR><BR>Sette mesi fa la Iervolino è alle prese con una nuova impennata di omicidi. E non si arrende davanti a chi l'accusa di aver fallito. <BR><BR>In quei giorni, a Nola la Guardia di finanza controlla un'altra società della famiglia Buglione, la Iss-International security service. Tra le irregolarità, i finanzieri scoprono che nel caveau l'istituto di trasporto denaro ha "superato il limite massimo di giacenza dei valori custoditi fino a un massimo accertato di 71 milioni 112 mila 165 euro". In cortile vengono trovati "cumuli di monete metalliche coperti con teloni di plastica... E due container aperti, colmi anch'essi di monete metalliche (euro di vario taglio)". Sembra il deposito di Paperon de' Paperoni. <BR><BR>La legge obbliga a consegnare i soldi in eccedenza alla Banca d'Italia. Giusto per mettere al riparo l'azienda dal rischio che qualche dipendente o dirigente infedele usi quel capitale per propri scopi: come comprare società, corrompere funzionari pubblici, ordinare carichi di droga, ripulire denaro mafioso. Non è sicuramente il caso della Iss. Ma Napoli, nonostante le apparenze dimesse, è la città con la più alta circolazione di contante illecito in Italia. <BR><BR>E nessuno deve abbassare la guardia. <BR><BR>La precauzione sfugge a Mola. Perché non è solo rappresentante dei Buglione. È anche in affari con loro: insieme alla Iss, Mola è socio di maggioranza nella Vigilanza partenopea, un istituto di cui l'assessore è amministratore unico. La quota l'ha comprata poco dopo la campagna elettorale da una società dell'onorevole di An, Antonio Pezzella. Il terzo socio, con Pezzella prima e con Mola poi, è un'altra agenzia di polizia privata, La vigilante, conosciuta a Napoli per avere ottenuto con la Iss importanti appalti dal consiglio regionale. E anche per essere di proprietà del figlio del testimone di nozze di uno che conta: Eduardo Contini, 52 anni, boss di Vasto, Arenaccia e Poggioreale. Per la permalosità degli interessati, va aggiunto che essere compare d'anello non è reato. Nemmeno se l'azienda dei familiari si occupa di protezione di banche e negozi. Tra marzo e aprile di quest'anno i tre soci depositano la fine, almeno ufficiale, della loro collaborazione. Il posto di amministratore unico nella Vigilanza partenopea, l'assessore Ds lo cede a un sindacalista della Cisal. Nel frattempo vengono promossi i rappresentanti di Cgil, Cisl, Cisas e Ugl. Diventano manager della società per la quale hanno accettato il licenziamento e la messa in mobilità a carico dello Stato di 130 colleghi. Nessuno si scandalizza. Nessuna segreteria nazionale. Nessun funzionario della Prefettura. Nessun assessore. Nemmeno Gennaro Mola. Che accanto al sindaco che l'ha nominato, ancora promette di salvare i napoletani dal malaffare chiamato monnezza.<BR> <BR>---------------<BR><BR>L'emergenza li fa ricchi<BR> <BR>Dieci anni fa smaltire i rifiuti urbani a Napoli e provincia costava 15 euro a tonnellata. Ora se ne spendono 130 e con il trasporto all'estero via nave il prezzo salirà a 150 euro a tonnellata. Ma il risultato è sempre lo stesso: che siano discariche o depositi di ecoballe, i rifiuti napoletani non vengono distrutti né riciclati. Restano all'aria aperta mentre una discreta raccolta differenziata conterrebbe i costi a 70-80 euro a tonnellata. Il guadagno di chi sfrutta l'emergenza napoletana sta proprio nella differenza: i subappalti, il noleggio dei camion con autisti, l'affitto dei terreni e dei capannoni dove parcheggiare l'immondizia, i mercantili e i treni per esportarla, il costo degli uffici, del personale in più, degli studi. Una spesa che la Corte dei conti ha calcolato, solo per la Campania, in 850 milioni di euro fino al 2005. "Il costo sta ulteriormente aumentando", dice Domenico Merolla, segretario regionale della Cil Ambiente, il sindacato del settore: "Contando tutte le conseguenze, oggi possiamo calcolare un costo di un milione al giorno".<BR><BR>da espressonline


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