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MessaggioInviato: gio mag 06, 2004 07:51 am 
Bertinotti e la Sinistra Europea<br>A colloquio con Fausto Bertinotti <br> <br>Bertinotti e la Sinistra Europea <br> <br>conversazione di Fausto Bertinotti con Felice Besostri <br> <br>Nei preossimi giorni a Roma nascerà il "Partito della Sinistzra Europea", una formazione transnazionale cui aderisce per l'Italia il Partito della Rifondazione Comunista e che si pone come punto di riferimento nonviolento per i movimenti pacifisti e antiliberisti del continente in un rapporto esplicito di dialogo-sfida con il "Partito del Socialismo Europeo". Si tratta indubbiamente di una novità politica di rilievo a sinistra, della quale i socialisti europei debbono tenere conto raccogliendo l'invito a un confronto più serrato sui grandi temi attualmente sul tappeto, tra cui quello di un'Unione Europea costituzionalmente fondata su chiari valori di democrazia e laicità, giustizia e progresso sociale, pace e tolleranza, multilateralismo e cooperazione internazionale. Di seguito proponiamo ai nostri lettori il testo di un'intervista rilasciataci in esclusiva da Fausto Bertinotti sulle ragioni e le prospettive del "Partito della Sinistra Europea". <br> <br> <br>Felice Besostri: Nel Parlamento Europeo e nell'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa già da tempo si sono formati gruppi del tipo Sinistra Unita, quale è il salto di qualità che si vuol compiere con la costituzione il prossimo maggio di un partito europeo della sinistra alternativa? <br> <br>Fausto Bertinotti: Con la costituzione del Partito della Sinistra Europea ci proponiamo di dare avvio alla costruzione di una forza della sinistra di alternativa in Europa. Si tratta, quindi, allo stesso tempo di un primo traguardo e di un punto di partenza. La costituzione di un soggetto politico, anche se nella forma meno cogente dei partiti nazionali, è, naturalmente, tutt’altra cosa rispetto a un semplice coordinamento delle rappresentanze parlamentari eletti nei singoli Paesi. Il salto di qualità è, quindi, proprio la decisione di dare una prima fisionomia a un soggetto politico unitario in cui i comunisti e forze della sinistra che non sono comuniste si riconoscono. Tale reciproco riconoscimento si fonda sulle discriminanti che il movimento ha posto in questi anni, ovvero il rifiuto della guerra e delle politiche neoliberiste. <br> Con questa impresa cerchiamo di colmare un ritardo grave nella capacità di fornire una risposta coordinata e unitaria alle lotte sociali e alla grande mobilitazione per la pace che sono cresciute in tutta Europa. Per dirla in altro modo, con la costruzione del Partito della Sinistra Europea ci proponiamo di iniziare a colmare la distanza tra la grande e irruenta crescita dei movimenti e la debolezza della risposta politica a quella straordinaria crescita. Naturalmente, non intendiamo minimamente riproporre lo schema classico del rapporto tra i partiti e i movimenti per il quale i primi si propongono meccanicamente come l’espressione istituzionale dei secondi; parliamo, invece, di una formazione politica della sinistra di alternativa che riesca a interloquire e a farsi carico della radicalità della prospettiva della costruzione di un nuovo mondo possibile. Perché sentiamo l’urgenza di questa nuova fase ? Provo a spiegarlo con due esempi concreti. Contro la guerra si sono svolte manifestazioni straordinarie e il movimento per la pace è veramente stato egemone, tanto da far parlare autorevoli mezzi di informazione della nascita di una nuova potenza mondiale. Eppure non si è stati in grado di promuovere uno sciopero generale su scala europea. Certamente, questo riguarda una responsabilità specifica dei sindacati europei, ma qualcosa avrà a che fare con questo anche la mancanza di una sponda politica che su scala continentale facesse propria questa rivendicazione. <br> Contro l’attacco alla previdenza pubblica, la resistenza nei vari Paesi europei è eccezionale (basti vedere quanto è successo in Italia, Germania, Francia, per fare solo pochi esempi). Eppure, è evidente che tale attacco è stato concertato a livello europeo mentre la risposta si è rinchiusa esclusivamente all’interno dei singoli Paesi. Anche qui, una sponda politica su scala europea è fondamentale per rispondere al livello dell’attacco che le controparti sferrano. <br> <br>Felice Besostri: Si tratterà di un vero e proprio partito europeo transnazionale o di una confederazione di partiti? <br> <br>Fausto Bertinotti: Per le cose dette in precedenza, è chiaro che l’obiettivo è quello della costituzione di un soggetto politico europeo e non quello di una confederazione di partiti. Certamente, siamo in una fase di costruzione di un progetto che necessita, pertanto, di una fase di avvio e di un rodaggio. Per questi motivi, la discussione sullo statuto è assai delicata. Per fare un solo esempio, almeno per tutta una prima fase, si converrà che le decisioni debbano essere prese all’unanimità. In secondo luogo, è chiaro che i singoli partiti rimangono i titolari esclusivi delle decisioni che si assumono al livello dei singoli Paesi. Occorre prendere atto, infine, della complessità esistente tra le varie forze comuniste e della sinistra di alternativa. Per consentire l’avvio concreto di questo processo si è scelto di distinguere tra un nucleo di partiti che saranno promotori della nascita del nuovo soggetto politico della sinistra europea e altri che parteciperanno in veste di osservatori e di invitati. Questa differente scala non è impedente a un successivo allargamento, al contrario è la condizione necessaria per contemperare l’esigenza di avviare concretamente la costruzione del Partito europeo e quella di rendere chiaro che il processo è aperto a una fase di successivo allargamento. Così come è chiarissimo che il processo avviato non entra minimamente in conflitto con la rappresentanza unitaria nel GUE al Parlamento di Strasburgo. <br> <br>Felice Besostri: Una volta nella contrapposizione tra riformisti e rivoluzionari non era in discussione la meta finale, una società socialista, ma soltanto il metodo: quello della conquista graduale del potere per via democratica o, invece, rivoluzionaria, cioè violenta. Il rifiuto della violenza riguarda soltanto la stessa quale strumento per la conquista ed il mantenimento del potere o ha una portata più vasta? Che ne è delle lotte di liberazione nazionale e della resistenza popolare ad un'aggressione od un'occupazione militare straniera od ad un colpo di stato? <br> <br>Fausto Bertinotti: La vera novità dell’avvio del nuovo secolo è l’irrompere sulla scena mondiale del “movimento dei movimenti” che ha innovato profondamente le culture politiche. Questa innovazione ha tante facce e sarebbe troppo lungo tratteggiarne quelle che ci appaiono più significative. Per la discussione che ci riguarda più da vicino in questa intervista, va messa la nonviolenza come pratica attiva e radicale. Il movimento ha saputo reagire alla repressione brutale di Genova senza cadere nella trappola repressione/violenza/nuova repressione, sottraendosi a quella spirale. Contemporaneamente non ha minimamente “diplomatizzato” la critica. L’esperienza del “train stopping” segnala bene questa capacità di coniugare la radicalità dell’opposizione alla guerra, che può portare anche alla disobbedienza contro leggi o decisioni del potere ingiuste. <br> Per questo motivo, il movimento non è rimasto prigioniero della coppia guerra terrorismo. Ha saputo anche qui sottrarsi alla scelta di stare con l’uno contro l’altro (qualsiasi “uno” avesse scelto) proprio perché ha maturato un’altra scelta. <br> Noi ci ritroviamo in questa linea di pensiero e di azione. Pensiamo che sia un’innovazione feconda anche per chi, come noi non ha smesso di proporsi la prospettiva della trasformazione sociale, per dirla in termini classici, della rivoluzione. Anche qui uso per brevità un’espressione sommaria. Con la critica alle esperienze del 900 abbiamo maturato ciò che non vogliamo più essere; con l’approccio della cultura e della pratica della nonviolenza cominciamo a prospettare il nuovo che vogliamo costruire e la dimensione mondiale è la sola ipotesi su cui possiamo costruire questa nuova idea della politica come trasformazione. Anche qui la nonviolenza ci sembra non solo una prospettiva giusta ma anche l’unica in grado di poter prospettare un’alternativa credibile. Un esempio, nei decenni scorsi si pensava alla pace come risultato dell’equilibrio delle forze, una pace terribile, fondata sull’equilibrio del terrore, una pace per grande parte del pianeta apparente, perché infinite erano i conflitti locali in cui le superpotenze si misuravano per interposta persona, con milioni di vittime, specialmente nel sud del mondo, ma, dicevano, pur sempre una pace. Oggi le cose non sono più così. <br> Nel momento in cui la potenza è una e ha sviluppato il massimo possibile della violenza immaginabile, la nonviolenza non è solo la scelta giusta, è la scelta necessaria. <br> Quando in un solo giorno 110 milioni di persone, nel mondo, scendono contemporaneamente a manifestare contro la guerra vuol dire che c’è una realtà in campo del tutto nuova con cui occorre fare i conti. <br> La guerra non è stata fermata e quindi abbiamo subito una sconfitta. <br> Ma questo movimento non è rifluito né è rassegnato. Il nuovo movimento per la pace possiede un passo lungo e può quindi proporsi come l’alternativa alla guerra. Nella sua crescita, quantitativa e qualitativa c’è anche il bandolo per l’uscita dalla crisi della politica. <br> Rispetto, infine, al tema delle lotte di liberazione nazionali, la nostra posizione è chiarissima. <br> La solidarietà a una causa non smette di essere valida anche se chi si batte per essa utilizza mezzi che noi consideriamo ingiusti. Semmai è anche compito nostro dimostrare che la scelta della nonviolenza è non solo auspicabile ma anche quella maggiormente efficace, oggi nel mondo globalizzato, per raggiungere gli obiettivi di liberazione. <br> Per questo, guardiamo con grande interesse alle nuove esperienze di lotta che si sono affacciate in questi ultimi anni e a quanto esse insegnano di nuovo a tutti noi. <br> La rivoluzione zapatista ha utilizzato le armi ma non una cultura armata anzi, esattamente il suo contrario, così grandi movimenti di massa, penso a molte esperienze specialmente nel continente indiano, di disobbedienza civile, alle lotte contadine. <br> La stessa resistenza palestinese, nel momento in cui è stata capace di proporre una proposta di pace “due Stati per due popoli” ha espresso questa carica di pacificazione attiva. <br> La guerra e il terrorismo cercano di stravolgere e distruggere queste esperienze. <br> La guerra fa un salto di qualità perché si torna a presentarsi come ideologia, quella della dottrina Bush della guerra infinita e indefinita, della guerra preventiva. Allo stesso tempo, il terrorismo è un progetto lucido che si sviluppa nella sfera autonoma della politica. L’uno e l’altro utilizzano il fondamentalismo come alimento: per questi motivi, la coppia guerra – terrorismo rischia di trascinare l’intera umanità in una guerra di civiltà. <br> Il terrorismo utilizza le contraddizioni determinate dai profondi squilibri e dalle situazioni di ingiustizia presenti ma non si propone di superarli; la guerra infinita viene presentata come risposta alla violenza del terrorismo ma l’uno e l’altro, in realtà, procedono in realtà secondo un proprio autonomo progetto. La guerra infinita è lo strumento con il quale la globalizzazione neoliberista mostra il suo volto duro e cerca di reagire alla crisi i cui si dibatte inasprendo il proprio sistema di dominio, il terrorismo vuole, a sua volta, affermarsi come progetto di dominio e, in questo modo, si infiltra nei conflitti e cerca di permeare a sé i movimenti di lotta. L’uno e l’altro si alimentano dell’instabilità. <br> Guerra e terrorismo vanno rifiutati non solo per i mezzi distruttivi che utilizzano ma per i fini che propongono, per i modelli sociali che vogliono imporre. <br> Insomma, la solidarietà attiva nei confronti dei movimenti di liberazione non dipende solo dal fatto che questi usino o no la forza per raggiungere i propri risultati. Noi pensiamo, però, che la prospettiva della nonviolenza, vista come processo e come acquisizione progressiva, accumulo di esperienze e di pratiche innovative, rappresenti oggi la linea di azione più efficace in un mondo in cui il monopolio della violenza è detenuto dalla guerra e dal terrorismo. Il compito nostro è contribuire a questo processo. Qui c’è una grande responsabilità e si gioca una grande sfida per l’Europa. <br> <br>Felice Besostri: Dopo la caduta del muro di Belino come simbolico crollo dell'intero sistema sovietico e comunista, la sinistra, tutta la sinistra, si deve ripensare: su quale terreno si dovranno intrecciare i percorsi del PSE e della nuova formazione europea, di cui Rifondazione è una delle forze promotrici? Si riprodurrà sotto altre forme l'antica contrapposizione tra socialismo democratico e comunismo? <br> <br>Fausto Bertinotti: Lo scorso secolo ha visto il più grande tentativo di scalata al cielo nella storia dell’umanità. Ma questo tentativo ha subito una sconfitta storica. Noi dobbiamo indagare i motivi di questa sconfitta. Non possiamo limitarci a criticare le degenerazioni delle società del cosiddetto “socialismo reale”, dobbiamo andare più in fondo e capire perché quel rovescio è stato possibile. Noi proponiamo di leggere questa sconfitta anche nel rapporto tra mezzi e fini, ovvero in quello tra la cosiddetta “presa del potere” e poi l’organizzazione statuale e della società, quindi, nel rapporto tra potere e società civile, movimenti, conflitti. Non va posto criticamente solo il tema della democrazia come pluralismo ma qualcosa ancora più profondo di questo, ovvero l’idea della rivoluzione come presa del potere. Da qui, per noi, l’idea della “rifondazione” comunista, cioè del tentativo di fondare nuovamente una nuova prospettiva della trasformazione sociale. <br> Nello scontro attuale contro la guerra e le politiche neoliberiste si costruisce l’identità di una nuova sinistra che ragiona e si muove in direzione della costruzione di una alternativa di società. <br> Qui si ripropone, quindi, una competizione e una sfida con la sinistra moderata. Pensiamo che sia fallita la prospettiva del governo della globalizzazione cercando di temperarne gli effetti, ovvero quella politica che le varie esperienze di centrosinistra hanno prodotto in Europa e non solo. Da questo non deriva la riproposizione di una contrapposizione statica tra radicali e riformisti. Innanzitutto a causa dello sviluppo impetuoso dei movimenti che sposta le posizioni e giunge ad incidere nelle scelte che si assumono fin dentro i tradizionali recinti della politica tradizionale. Per fare un solo esempio, in Italia, sulle scelte fondamentali di politica internazionale (si pensi all’opposizione alla guerra) e sullo scontro sociale (si pensi alla previdenza pubblica), non esiste una risposta unitaria delle varie forze di centro sinistra che si sgranano e una parte di queste assume le medesime posizioni della sinistra radicale. E’ questo l’effetto della crescita dei movimenti. Per questi motivi, possiamo ritenere che vi sia un confine in movimento e che le due sinistre possano tra loro intrecciare un dialogo e un confronto che non sia contrapposizione ma, allo stesso tempo, competizione, sfida e ricerca di convergenze. <br> <br>Felice Besostri: In Italia nella prossima campagna per le elezioni europee il dato politico continentale sarà oscurato dalla contesa tra Berlusconi ed opposizioni e tra il cosiddetto listone riformista e Forza Italia per la supremazia. Cosa si può fare per riportare al centro del dibattito lo scontro tra progresso e conservazione, tra destra e sinistra, come è avvenuto nelle recenti elezioni politiche spagnole e regionali francesi? <br> <br>Fausto Bertinotti: La campagna elettorale per le europee si giocherà fortemente sui temi decisivi della pace e su quelli altrettanto fondamentali del modello sociale. Le destre italiane non sono la patologia del sistema di potere in Europa. Esse rappresentano una risposta estremistica e socialmente regressiva alla crisi politica, economica e di civiltà che l’Europa attraversa e che è stata prodotta dalle classi dirigenti. Il modello costituzionale proposto ne rappresenta una cartina di tornasole. Questo progetto costituisce un salto all’indietro rispetto alle costituzioni democratiche sorte dopo la vittoria contro il nazifascismo. Al modello democratico, della sovranità che viene dal popolo e dai contenuti socialmente avanzati si passa alla costituzionalizzazione dei trattati e del mercato. <br>Crediamo che la costruzione di una sinistra di alternativa in Europa (e il congresso di fondazione del Partito della Sinistra Europea l’8 e 9 maggio a Roma ne sarà un passaggio decisivo), possa rappresentare la vera novità per la rinascita di una prospettiva per l’Europa. La stessa difesa della civiltà europea, così come si è costruita negli anni, pur nelle differenze tra i vari Paesi, ovvero il ripudio della guerra, il consolidamento di una cultura democratica diffusa, l’estensione di una rete di diritti sociali e del lavoro, passa oggi per l’affermazione di una alternativa alla guerra e alle politiche neoliberiste. <br> <br> <br>(C) Riproduzione consentita con menzione della fonte <br> ---------------- <br>L'AVVENIRE DEI LAVORATORI <br>PERIODICO SOCIALISTA FONDATO NEL 1899 <br>Redazione e amministrazione: Casella 760; 8039 Zurigo <br> <br>Newsletter della più antica testata della sinistra italiana <br>Inviata quotidianamente a centinaia di agenzie e singoli lettori in tutto il mondo <br>------------------


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