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MessaggioInviato: mer ott 30, 2002 17:46 pm 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:03 pm
Messaggi: 2488
Allegato: Scienza e Ricerca<br>Questo allegato avrei dovuto postarlo prima di Chianciano, ma penso che sia sempre meglio tardi che mai, per cui lo posto adesso. <br> <br>SCIENZA E RICERCA IN ITALIA <br> <br>Il problema della ricerca scientifica è stato sempre sottovalutato in Italia, dai governi di centro, ma anche da quelli di sinistra (vedi documento Violante, sul sito Scienza e ricerca in Italia, del forum www.ulivo.it). <br>Il problema va quindi affrontato a fondo, ed in modo, oserei dire, rivoluzionario. <br> <br>LA SITUAZIONE IN EUROPA <br>Tra l’altro, l’Italia soffre in maggior misura di mali che, sia pure in misura minore, affliggono tutta la ricerca europea (http://www.the-elso-gazette.org/magazines/asp), e qui mi riferisco soprattutto alla fuga dei cervelli (massiccia verso gli USA) e la competitività a livello mondiale. Naturalmente, la mia esperienza è concentrata soprattutto sull’aspetto in cui ho passato tutta la mia vita lavorativa, cioè la ricerca biologica e, in parte, biomedica, di base, sugli altri aspetti della ricerca, in particolare sulla ricerca applicata, posso solo dare brevi cenni. <br>La Commissione Europea ha pubblicato una bozza d’intenti per il periodo 2002-2006, per un investimento di 17 bilioni di euro cioè un aumento dei fondi ben del 17%, paragonabile al 15% di incremento dei fondi USA per gli istituti per la salute pubblica (NIH). <br>Molto viene proposto di spendere per aiutare la carriera dei giovani ricercatori in tutti gli Stati europei. (Elso, 4 marzo 2001). <br>Lo scopo, anche per il Parlamento europeo, è quello di cercare di formare un’area europea di ricerca, e favorire la mobilità dei ricercatori al suo interno (Elso, 5 maggio 2001) <br>Il Commissario europeo Busquin ha affermato in un convegno che occorrono 50.000 nuovi ricercatori l’anno per i prossimi dieci anni, per ché l’Europa possa diventare competitiva. Mentre l’Europa ha un gran numero di laureati e post-doc, questo non si traduce in un maggior numero di ricercatori: 5,5 per mille abitanti, contro il 9,3 del Giappone e 8,1 degli USA (Elso 6 giugno 2001). <br>Gli unici paesi europei che hanno saputo fare un rapido e grande balzo in avanti (Elso n.10 giugno 2002) sono stati la Finlandia, l’Irlanda e la parte Finnica del Belgio: la situazione di questi paesi dovrebbe quindi venire da noi particolarmente studiata, in quanto ottenuta con un’accurata politica degli investimenti nella scienza, nella tecnologie e nelle infrastrutture per promuovere l’utilizzo delle nuove tecnologie. <br> <br>IL QUADRO ITALIANO <br>Per l’Italia la situazione è ancora più critica; ed è ben illustrata dal libro “Cervelli in fuga”, storia di venti ricercatori emigrati dall’Italia, pubblicato nel giugno 2001(Avverbi Edizioni, Roma), per iniziativa dell’Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani (ADI). <br>Piero Angela, nell’introduzione afferma che “la meritocrazia in Italia funziona solo per i calciatori”. <br> <br>In Italia manca la coscienza politica che la ricerca scientifica porta anche sviluppo economico, afferma Andrea Musacchio, direttore dell’unità di biologia strutturale all’istituto di Oncologia Europea di Milano, tornato in Italia dopo numerosi anni trascorsi ad Heidelberg ed a Boston. <br>In Italia andiamo sempre peggio, a cominciare dal CNR, cui mancano i finanziamenti anche per il completamento dei progetti di ricerca in corso, come ha annunciato il direttore Lucio Bianco. <br>Edoardo Boncinelli, direttore della “International School for Advanced Studies” a Trieste spiega che quasi tutti i fondi del CNR vengono spesi in stipendi, e malgrado abbia nel passato sostenuto progetti ambiziosi, è difficile riuscire a fare buona ricerca con solo gli spiccioli. <br>Inoltre, sottolinea Boncinelli, in Italia mancano le strutture che possano costituire un’attrattiva per i giovani che desiderano tornare dall’estero: manca la fiducia nelle nuove generazioni (Eldo n. 11 otobre 2002). <br> <br>QUALI PROSPETTIVE? <br>Non penso, a questo punto di avere la bacchetta magica e di saper suggerire soluzioni. <br>Posso però riportare alcuni interessanti interventi del nostro forum dedicato che, anche se i problemi non li risolvono, li inquadrano in modo chiaro. <br>Posso iniziare elencando alcuni punti, sui quali meditare: <br>1. A parte l'ovvia necessità di un aumento dei finanziamenti alla ricerca di base, secondo quali criteri questi finanziamenti dovrebbero venir distribuiti? <br>2. Per uscire dal drammatico problema delle lobby accademiche, non sarebbe forse utile istituire comitati che comprendano almeno una parte di illustri nomi di ricercatori non italiani? <br>3. In che modo dare il dovuto spazio e la dovuta autonomia ai giovani ricercatori, riconoscendo e premiando le idee migliori, indipendentemente dal grado e dall'anzianità del proponente? <br>4. per quel che riguarda il reclutamento nelle università e nei centri di ricerca, l'attuale sistema lo sposta molto in là nel tempo (i neo-reclutati sono spesso già anziani) e la selezione, soprattutto nei concorsi a livello locale, è spesso nelle mani di pochi potenti. <br>Esiste una possibilità di uscire da questo circolo chiuso? <br>5. In che modo favorire la tendenza dei giovani ricercatori a trascorrere un periodo di specializzazione all'estero, garantendo nello stesso tempo ai migliori una congrua collocazione nell'ambito della ricerca italiana, in modo da incentivarne il ritorno? <br> <br>Interessante, infine, è il contributo di un giovane ricercatore italiano che attualmente lavora a Parigi: si tratta ovviamente di un contributo personale, ma che può fornire spunti interessanti. <br> <br>Da "giovane" ricercatore italiano all'estero mi permetto di tornare a fare una capatina su questo forum approfittando del fatto che stiamo ripartendo sull'onda della ricerca di un programma Ulivista sul tema "Università e Ricerca". <br>Come forse ho già detto altre volte nei miei post qui sul forum, nella mia non lunga esperienza in questo ambiente ho potuto vivere sulla mia pelle le classiche situazioni di cui il sistema "ricerca" in Italia è afflitto: mancanza di meritocrazia, assoluta impossibilità di carriera per i non "predestinati". ….I concorsi per l’assunzione di giovani ricercatori dovrebbero seguire regole che eliminino le possibilità di spartizioni e decisioni "a priori" fatte, a volte, a stretto giro di telefonata (eh si miei cari, oggi le commissioni per i concorsi si organizzano "by phone"). Concorsi fatti a livello nazionale con dei criteri stabiliti a livello nazionale per giudicare i titoli dei candidati sarebbero un buon "ritorno" all'antico, a patto che siano annuali e con contingenti più o meno definiti e stabili ogni anno. Inoltre, sostituzione delle prove scritta e orale con un breve seminario incentrato sulla attività di ricerca svolta; passata, presente e futura. Aumento del peso specifico della valutazione dei titoli, con valori preventivamente stabiliti a tavolino a livello nazionale. Esistono degli indicatori della produzione scientifica e quant'altro che, opportunamente corretti, possono essere facilmente utilizzati…… Le regole devono essere stabilite preventivamente e devono valere per tutti in maniera uguale. Insomma, oggi le singole commissioni possono decidere se il titolo X deve valere 1 oppure 10 a seconda se il "predestinato" ha quel titolo oppure no. Ed infine, rendendo titolo preferenziale l'avere percorso almeno un anno consecutivo all'estero e dando un valore di importanza crescente a questo titolo al crescere del periodo trascorso all'estero. …. <br>Cosa fare quindi, anche per rendere più appetibile il rientro ai ricercatori italiani all'estero ed incentivare anche i ricercatori stranieri a venire in Italia? <br>Primo e questo viene prima dell'aumento dei finanziamenti, che pure è indispensabile, reclutare i giovani migliori. <br>Quindi, una cosa interessante potrebbe essere l'incentivazione della crescita di una giovane équipe. Infatti se abbiamo reclutato dei bravi e volenterosi giovani dobbiamo dare loro indipendenza scientifica e possibilità di organizzarsi il proprio gruppo di ricerca. <br>Uno dei punti che spesso viene maggiormente visto come un limite al rientro per il rientro è proprio l'impossibilità di avere fondi dedicati per la creazione di un gruppo di lavoro, prerequisito fondamentale per avviare con successo un progetto e per diventare "competitivi" nelle domande di richiesta di finanziamento. <br>Questo potrebbe essere fatto con un sistema simile a quanto avviene in Francia con i progetti ATIP del CNRS od Avenir dell'INSERM o con grant simili a quelli che in Italia vengono offerti da Telethon o dall'AIRC. <br>Si tratta di un finanziamento quinquennale o triennale (la mia preferanza personale è per i 5 anni) che assicura una somma di denaro forfettaria da destinare all'organizzazione del nuovo laboratorio, il finanziamento annuale per la ricerca, fondi per pagare un paio di persone (Borsisti o tecnici), oltre che l'eventuale stipendio del ricercatore nel caso non abbia ancora una posizione permanente. <br>Il finanziamento viene associato alla proposta di un progetto di ricerca e quindi viene valutato (nelle realtà che ho sopra citato) da esperti internazionali ed indipendenti nel settore al quale fa riferimento la proposta. Anche in questo caso viene premiata la qualità della proposta e del candidato. Nella mia esperienza e nel mio settore, i candidati che hanno ottenuto un simile finanziamento in Francia sono meritevoli e quindi il sistema funziona, anche in una realtà non molto diversa dalla nostra. <br>Penso che attivare una cosa del genere anche in Italia sarebbe una cosa molto buona che invoglierebbe al ritorno. Naturalmente ci vorrebbe una massa critica di progetti che si possono finanziare ogni anno. In Francia, tra CNRS ed INSERM vengono dati una quarantina di questi finanziamenti ogni anno (Nel mio settore). <br>Sempre nell'ottica della possibilità di creare una propria equipe, penso che sarebbe necessario un aumento dei posti di dottorato (ovvero di borse) ed un cambiamento nel modo di gestione ed assegnazione di quest'ultime. Ora come ora, i dottorati sono spartiti all'interno del collegio dei docenti ed in pratica vengono assegnati ad personam, al candidato scelto dal prof di turno. Questo a scapito di concorso etc. <br>…..Precisato che parallelamente occorre "insegnare" agli studenti a saper "valutare" i propri insegnanti, in questo modo si premierebbero i migliori docenti e le migliori realtà di ricerca, che sicuramente sono capaci di attirare più studenti e meglio formarli. <br>Penso che servirebbe ad attivare un circolo virtuoso, perché anche coloro che hanno "vivacchiato" dovrebbero svegliarsi oppure cedere all'evidenza di un lento e tranquillo percorso verso la pensione. <br>Questi penso siano i punti cardine, oltre ai più citati aumenti dei finanziamenti etc etc. Perché prima di tutto bisogna avere dei buoni ricercatori. <br> <br>Aggiungo una cosa, il meccanismo di valutazione dei progetti di ricerca deve essere basato sul peer-reviewing, utilizzando referee esteri in maggioranza (du su tre) e la finaziabilità deve essere giudicata solo basandosi sui commenti dei referee. <br>Infine, è necessaria una costante valutazione dell'attività di ricerca, anch'essa basata su indici oggettivi e validi nazionalmente. Nel nostro campo, basta fare una medline per vedere cosa produce scientificamente un ricercatore e, utilizzati i debiti aggiustamenti (la qualità delle pubblicazioni del posto dove egli sta, la posizione che occupa sui lavori) penso che sarebbe ora che i docenti venissero in qualche modo "giudicati" dai discenti e che questo giudizio sia preso in conto. <br>Lo scopo di una valutazione attenta è chiaro. Mentre l'utilizzo del peer-reviewing su progetti di ricerca servirebbe a garantire in un certo senso che il denaro vada ai migliori gruppi, una valutazione in seno all'istituto od alla facoltà potrebbe servire a distribuire le risorse che normalmente finiscono "a pioggia" o che sono divise comunque sulla base di accordi "locali". Inoltre la valutazione potrebbe essere punto integrante per passaggi di carriera, nei concorsi ricercatore-associato ed associato-ordinario fino a pensare a provvedimenti che prevedano, in caso di basso score, l'impossibilità di prendere interni in tesi di laurea, dottorandi e di continuare a insegnare una certa materia (come estrema ratio). <br> <br>Annarosa Luzzatto


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