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MessaggioInviato: mer mag 02, 2007 00:07 am 

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L'ispettore vede nero<BR><BR>di Francesco Bonazzi e Gianluca Di Feo<BR><BR>Pochi uomini, senza auto né computer. Nell'Italia delle morti bianche e dei lavoratori clandestini i controlli su aziende e cantieri ripartono dall'anno zero <BR><BR>Il problema spesso sono addirittura i francobolli: non si possono mandare le contestazioni alle imprese perché mancano i soldi per spedirle. La beffa è che nel 2001 le Poste hanno emesso 50 mila francobolli commemorativi dedicati alle vittime del lavoro. Vista la situazione, sarebbe stato meglio se lo Stato li avesse girati direttamente agli ispettorati del lavoro. E se mancano perfino i valori bollati, figurarsi i computer, le macchine fotografiche o i rimborsi benzina: presenze ancora rare in uffici dove spesso tocca muoversi con il tram o la bicicletta. <BR><BR>Gli straordinari o l'attività nei weekend sono un'eresia; al pari degli anticipi per le missioni, tutte a carico di un singolo ispettore che poi a fine mese in busta paga trova a stento 1.200 euro. Così, da Trapani a Trento i presunti sceriffi del lavoro, invocando l'anonimato, ripetono la stessa litania: il racconto di una situazione desolante, con una burocrazia che obbliga anche le persone più motivate a vivere come Fantozzi e impedisce di compiere il proprio dovere. Eppure questi sono gli uomini e le strutture che dovrebbero combattere il lavoro nero e le morti bianche: due problemi che sono diventati un'emergenza sociale. E che il presidente Giorgio Napolitano ha imposto con caparbietà all'attenzione del Paese. Un solo dato fra tutti: in media un'azienda viene sottoposta a verifica ogni trent'anni. Troppo poco per servire da deterrente. <BR><BR>Ora, dopo avere toccato il baratro nei primi mesi del 2006 con un ulteriore calo dell'attività, finalmente arrivano i nostri. Come nei film western, negli uffici stremati da anni di assedio giungono i rinforzi: nuovi plotoni di reclute, pc portatili, persino dei telefoni cellulari. Arrivano nuovi funzionari, sta finalmente nascendo una banca dati (sì, finora non ne esisteva una), si sta mobilitando tutta la pubblica amministrazione per sostenere le verifiche. Merito di provvedimenti approvati, ma mai concretizzati, dal ministro Roberto Maroni e adesso realizzati dal suo successore, l'ex sindacalista rosso Cesare Damiano. Trecento uomini in più rafforzeranno nelle prossime settimane i ranghi dell'ispettorato del ministero (oggi sulla carta sono 2.889) e del reparto specializzato dei carabinieri (oggi 443). Se a questi si aggiungono i 2.150 ispettori registrati nell'organico dell'Inps e dell'Inail, si arriverà presto ad un totale previsto di 5.783 persone. <BR><BR>Tanti, pochi? Mario Notaro, il cinquantenne milanese arrivato dal privato per dirigere il servizio ispettivo, non ne fa una questione di organici. A 'L'espresso' spiega che "l'importante sono i mezzi, a cominciare dai soldi", per fare più indagini e avere la possibilità di formare e incentivare il personale. Qualche cifra è utile a capire che il gioco vale la candela anche da un punto di vista meramente economico. Nel 2006, l'attività ispettiva ha riguardato quasi 290 mila aziende: in oltre 180 mila sono emerse irregolarità; i lavoratori totalmente in nero sono risultati 122.483 e lo Stato ha potuto recuperare contributi evasi per un miliardo e mezzo di euro. E visto che Notaro garantisce, dati alla mano, che "ogni singolo euro investito nelle ispezioni alla fine ne rende quaranta", allora non servono degli scienziati per capire che c'è poco da inventarsi. Basterebbe usare parte dei soldi recuperati per auto-alimentare un circuito virtuoso.<BR><BR>Notaro invoca più fondi, nel futuro prossimo, per potere indagare. E più incisività nelle sanzioni, che fino a pochi mesi fa erano davvero irrisorie. Racconta un ispettore del Nord: "Ci sono piccoli imprenditori che quando andiamo a trovarli hanno già pronti in cassa un migliaio di euro messi lì per la multa. E c'è chi te li darebbe su due piedi per togliersi il fastidio, convinto che tanto per decenni non torniamo". Nelle norme che il governo sta preparando parecchie punizioni verranno quintuplicate. Il modello, comunque, c'è già. La legge '36 bis', varata da Pierluigi Bersani lo scorso agosto, offre un grimaldello contro l'illecito nei cantieri dove si muore quasi ogni giorno: si sequestra tutto finché l'imprenditore non mette ogni cosa in regola e paga la supermulta. <BR><BR>Una sorta di bomba al neutrone: ogni dipendente senza assunzione costa da 5 mila a 12 mila euro; più 150 euro per ogni giorno di presenza irregolare e altri 3 mila euro se sono scaduti i termini per il versamento dei contributi. Sanzioni pecuniarie a parte, la chiusura del cantiere irregolare è un tale shock economico che, in media, nel giro di dieci giorni i lavoratori vengono tutti magicamente regolarizzati. Basterà per debellare il vizio italico del lavoro nero? Perché si tratta di un fenomeno di massa: i dati del Comando carabinieri tutela del lavoro evidenziano un 60 per cento di aziende irregolari, concentrato per il 41 per cento nel Nord e per il 34 al Sud.<BR><BR>Il reparto dell'Arma è un osservatorio privilegiato per analizzare l'Italia dei dipendenti fantasma. Il colonnello Luciano Annichiarico spiega che i suoi uomini sono tutti specialisti: diplomati (spesso con preferenza per geometri), scelti con un concorso dopo almeno cinque anni di servizio e formati nelle discipline del lavoro. Insomma, uniscono all'esperienza di investigatore la conoscenza della materia. E, soprattutto, possono contare sul supporto di tutta la rete nazionale dei carabinieri per raccogliere informazioni o chiedere sostegno negli accertamenti. <BR><BR>I risultati? Nel 2006, 443 carabinieri hanno svolto 23.746 ispezioni, intervistando 118 mila lavoratori: 35 mila di loro erano 'irregolari' e sono piovute multe su 14.218 aziende, recuperando oltre 100 milioni di euro. In pratica, una media annuale da Stakanov: 53 ispezioni e 250 mila euro 'fatturati' per ogni militare in servizio. "La nostra opera esalta il ruolo sociale del carabiniere: l'utente finale della nostra attività è il lavoratore. È lui che tuteliamo", dichiara il colonnello Annichiarico, che spiega come oggi i suoi uomini sono a disposizione dei dipendenti anche per accertare se il salario è inferiore al dovuto. <BR><BR>Insomma, una missione globale che ha conquistato l'ex sindacalista rosso Damiano: la scorsa settimana il ministro ha incontrato in Toscana i quadri dell'Arma, altri summit sono previsti in tutta la Penisola. Ma se i carabinieri ottengono risultati simili, perché tenerne solo 443? In realtà, anche qui i rinforzi sono in arrivo: 60 entro l'estate. Rinforzeranno le pattuglie sul territorio e permetteranno di creare una centrale di analisi, che possa studiare il fenomeno e indirizzare meglio i controlli. Sta anche per partire una banca dati, che sarà gemella di quella degli ispettori ministeriali.<BR><BR>Perché oggi quasi tutti gli uffici del ministero, per fare una verifica sulla situazione Inps o Inail di un'azienda o di un dipendente, devono mandare fisicamente un funzionario: non esiste nessuna connessione informatica tra enti previdenziali, assicurativi e ministero. E così si perdono giornate preziose. Solo negli ultimi mesi Damiano è riuscito a portare al 46 per cento la percentuale di ispettori impegnati nei controlli: prima il 70 per cento non si muoveva dagli uffici, spesso dotati di un'unica linea telefonica. Entro il 2008 il ministro conta di elevare a una quota del 60 per cento le missioni operative.<BR><BR>Se dal centro qualcosa si muove, non bisogna però credere che il governo abbia in mano tutte le carte per giocare una partita così delicata. Basta parlare con qualche sindacalista per capire che quegli assessori regionali al Lavoro che periodicamente accusano Roma di lassismo e latitanza, meglio farebbero a dare la sveglia ai loro colleghi che amministrano la sanità locale. Perché sono loro a dovere impedire le vittime sul lavoro. Gli ispettori del ministero e i carabinieri, sotto questo profilo, hanno competenze ridotte ai cantieri edili. A tutto il resto dovrebbero pensare le aziende sanitarie locali. Generalizzare è sbagliato, visto che ci sono regioni all'avanguardia (al solito Umbria, Toscana ed Emilia Romagna), ma il buco nero dei controlli contro le morti bianche è proprio nella mancanza di uomini, mezzi e competenze presso le Asl. <BR><BR>Nessuno sa con esattezza quanti inviati delle Asl girino effettivamente per le aziende. Ma Paola Agnello Modica, responsabile Cgil per la sicurezza sul lavoro, cita un caso emblematico: "alla Asl numero 1 di Milano, ogni operatore del servizio di prevenzione dovrebbe seguire 1.200 imprese e 7.600 lavoratori". A girarle tutte fisicamente in un anno non ce la farebbe neppure Valentino Rossi travestito da Pony express. Agnello Modica , però, crede che il problema non sia solo quello delle verifiche e delle sanzioni: "La legge sanitaria del 1978 è stata tradita. Le Asl pensano solo a spendere soldi tra ospedali, cliniche convenzionate e montagne di farmaci. La prevenzione sui luoghi di lavoro sembra non interessi più a nessuno".<BR><BR>Secondo una stima dell'Inail, l'istituto previdenziale che assicura gli infortuni professionali, la mancata prevenzione pesa ormai per il 3 per cento del Pil ovvero oltre 40 miliardi di euro l'anno. Nel triennio 2003-2005, l'Inail ha registrato 961.163 infortuni e una media di 1.328 morti l'anno. E questi sono solo i dati ufficiali. Perché è lo stesso istituto a segnalare che ogni anno ci sarebbero almeno altri 200 mila incidenti non denunciati e altre migliaia di vittime che fingono di essersi ferite a casa o per strada. Insomma, un'epidemia con costi sociali altissimi. E una sensibilità ancora debole: nemmeno le supermulte creano una cultura della sicurezza, soprattutto quando i lavoratori sono immigrati che ignorano tutte le regole, anche quelle a loro tutela. Con situazioni che sfiorano la provocazione. Come quel cantiere per il restauro di una palazzina a Roma proprio davanti alla sede dell'ispettorato centrale e del comando dei carabinieri: per tre volte militari e funzionari civili si sono alternati nei controlli. Eppure affacciandosi alle finestre continuavano a vedere in diretta quei manovali sul tetto senza casco o con le funi di sicurezza slacciate. E quando sempre nella capitale sono scattate le verifiche sulla costruzione di 35 grandi edifici, solo in un caso è stato trovato tutto in regola. Un barlume di speranza: l'azienda era di due giovani imprenditori napoletani, decisi a spendere di più pur di rispettare la legge.<BR><BR>---------------<BR><BR>E Treviso fa muro<BR><BR> Più controlli sul lavoro? No, grazie. Cronache da Treviso, profondo Nord del miracolo industriale, dove il potenziamento degli ispettori contro il lavoro nero è stato accolto con uno sbarramento preventivo di politici e imprenditori. Nel distretto del capitalismo emergente, dove accanto alle fabbriche prosperano coltivazioni di radicchio e vigne da prosecco, fino allo scorso anno le verifiche su 83 mila aziende con 371 mila occupati erano affidate a una manciata di ispettori. L'organico ne elencava 21, ma a uscire per i sopralluoghi erano in dieci. Dieci per una provincia dove nel 2006 ci sono stati 20 mila infortuni sul lavoro con 23 morti. Nello scorso autunno arrivano i rinforzi: 24 ispettori in due ondate, tutti neo-assunti e pieni di buona volontà. La prima accoglienza viene da Giancarlo Gentilini, potente vicesindaco leghista con fama di sceriffo: "Mandateli al Sud, qui non servono perché le società sono in regola". Poi un mese fa è scesa in campo Unindustria, l'associazione degli industriali trevigiani: "Basta controlli vessatori. Gli ispettori si concentrano sempre più, in assenza del riscontro di effettivo lavoro sommerso, nell'accertamento di meri errori formali". Gli imprenditori, a parole, invocano più verifiche ma solo contro il "vero lavoro nero". Su un punto hanno ragione: i neo-ispettori faticano a uscire dalle mura cittadine. Non ci sono auto di servizio: per le trasferte con la propria vettura il rimborso mensile è di venti euro. Non sono previsti straordinari, turni notturni o festivi. C'è un solo computer collegato a Internet e un'unica linea telefonica. E mancano persino le dotazioni anti-infortunistiche per entrare nei cantieri: gli ispettori dovrebbero essere i primi a violare le leggi. "Accuse infondate", ha replicato il direttore provinciale del Lavoro Sandro Orlandi. Ma la Cgil ha elencato tutto punto per punto in un dossier. Che resta finora senza smentite concrete. <BR><BR>(30 aprile 2007)<BR>© 1999-2007  Gruppo Editoriale L'Espresso Spa


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MessaggioInviato: mer mag 02, 2007 00:15 am 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:02 pm
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Il lavoro è vita<BR><BR>Livia Turco<BR><BR>Cari Epifani, Bonanni e Angeletti,<BR><BR>oggi l'Italia riparte dal lavoro. Da una nuova dignità del lavoro, dove siano di casa il rispetto della persona e l'attenzione ai suoi bisogni nelle diverse fasi della vita. Dove si possa contare su un sistema di tutela della sicurezza e della salute, quale elemento primario del diritto al lavoro. Il lavoro è vita, non può diventare morte o malattia. Eppure nell'Unione Europea ogni cinque secondi si registra un infortunio sul lavoro e ogni due ore un infortunio si conclude con la morte di un lavoratore.<BR><BR>Una strage che disonora le nostre Nazioni e che deve finalmente trovare una risposta capace di interromperla fino a bloccarla del tutto entro pochi anni.<BR><BR>Il nostro Paese può fare molto. Abbiamo le competenze e la volontà. Nell'affermazione del diritto alla salute dei lavoratori possiamo anche rivendicare alcuni primati che mi sono stati ricordati pochi giorni fa da un grande amico, Antonio Pizzinato, già vice presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sugli infortuni sul lavoro. È stato lui a rammentarmi che la prima Clinica europea del lavoro fu istituita proprio in Italia, a Milano, nel 1905. E che fummo sempre noi italiani, tra i primi, a promuovere un legame costante tra medicina del lavoro e lavoratori fino alle grandi lotte sindacali degli anni '70 con le esperienze di Medicina Democratica e le nuove valutazioni sulla sicurezza e la salute dei lavoratori. Cui seguì l'istituzione dei "servizi di medicina del lavoro", assunti poi come riferimento nella grande riforma sanitaria del 1978 con la quale la tutela della salute dei lavoratori entra tra i grandi compiti della sanità pubblica.<BR><BR>Oggi queste conquiste ci potrebbero apparire scontate, ma furono invece oggetto di dure lotte sindacali e di piattaforme rivendicative precise, sostenute da oltre 200 ore di sciopero in tutto il Paese.<BR><BR>Poi arrivò la tragedia del 13 marzo 1987, quando 13 lavoratori persero la vita nella stiva in fiamme della gasiera «Elisabetta Montanari», in manutenzione nel porto di Ravenna senza adeguate misure di sicurezza. Fu il più grave incidente sul lavoro dal dopoguerra. E l'emozione che suscitò diede il via alla Commissione d'inchiesta presieduta da Luciano Lama e dalle cui risultanze scaturì, sette anni dopo, la legge 626 che per la prima volta fece della sicurezza del lavoro un quadro sistematico di norme e indirizzi cogenti per tutte le imprese, pubbliche e private.<BR><BR>Ma sul lavoro si muore ancora. E quasi sempre non per imperizia o per tragica fatalità ma perché il lavoratore non è adeguatamente protetto dai rischi, perché in molte parti del Paese l'attività ispettiva e di vigilanza è ancora troppo incerta ed episodica e perché ai controlli e alle sanzioni sfuggono troppe aree e tipologie di lavoro. <BR><BR>Ma anche per una concezione della prevenzione ancora troppo limitata alla prevenzione dell'evento avverso e non invece alla presa in carico complessiva della tutela della salute del lavoratore.<BR><BR>È forse questa la maggiore novità del testo unico approvato dal Governo e ora all'esame del Parlamento che non a caso pone l'Asl quale ente di coordinamento dell'insieme delle attività di prevenzione, ispezione e controllo. E nuovo è anche l'approccio che stiamo seguendo nella definizione di un Patto con le Regioni per la promozione della salute e la prevenzione nei luoghi di lavoro. <BR><BR>Ne anticipo alcune linee portanti: creazione di un sistema informativo nazionale integrato che elimini l'attuale dispersione delle conoscenze; predisposizione di piani triennali locali con verifica costante dei risultati in termini di riduzione degli infortuni e delle malattie legate al lavoro; vincolo del 2% del Fsn a partire dal 2008 per la prevenzione e la tutela della salute dei lavoratori a fronte di una spesa attuale inferiore all'1%; potenziamento organici e più formazione specifica per i servizi delle Asl; moltiplicazione delle ispezioni, passando dalle attuali 75.000 a un totale di 250.000 l'anno (pari a un'ispezione a settimana per ispettore).<BR><BR>Ma oggi siamo di fronte anche a un'altra sfida che potrebbe vederci nuovamente all'avanguardia: la considerazione del lavoro quale determinante importante della salute dell'uomo e della donna, secondo quanto enunciato dall'Oms con la Carta di Ottawa del 1999. <BR><BR>Il lavoro quale elemento dell'equilibrio psico-fisico della persona e della sua affermazione sociale e civile. Il lavoro che entra nella sfera del benessere del cittadino, divenendo parte essenziale del programma per "la salute in tutte le politiche", comprese quelle del lavoro. Una sfida per la quale le donne, in particolare, possono fare molto. Mutuando anche l'esperienza straordinaria delle lotte storiche per una diversa attenzione alla donna lavoratrice e alle sue specifiche esigenze, per la prevenzione dell'aborto, per un diverso equilibrio tra lavoro e famiglia, per il primato della persona rispetto alla produzione. Battaglie che hanno animato tante contrattazioni territoriali e che hanno portato all'istituzione dei consultori e a una diversa consapevolezza dei diritti sociali nel loro complesso. <BR><BR>Di tutto questo parleremo a Torino il 25 e 26 giugno nella prima grande conferenza nazionale su salute e lavoro. Ma oggi è il 1 maggio e vorrei che nei nostri cuori questa bella festa fosse dedicata per primi a quei lavoratori e alle loro famiglie che nel lavoro non hanno trovato gioia e soddisfazione ma dolore e sofferenza. E a loro rinnovare una promessa: «mai più».<BR><BR>Pubblicato il: 01.05.07<BR>Modificato il: 01.05.07 alle ore 10.36   <BR>© l'Unità.


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MessaggioInviato: mer mag 02, 2007 00:15 am 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:02 pm
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Senza lavoratori non c'è futuro<BR><BR>Guglielmo Epifani<BR><BR>Il 1° maggio di quest'anno tiene insieme il filo della memoria e quello del futuro. Sessant'anni fa in questo giorno si consumava a Portella della Ginestra il primo eccidio di lavoratori del dopoguerra. Caddero braccianti, contadini, giovani e meno giovani, sotto le armi degli uomini del bandito Giuliano, mossi da potenti interessi del latifondo agrario e, come poi ha ricostruito la ricerca alle fonti, anche stranieri del tempo. Uomini interessati a colpire, insieme con la Cgil, la sinistra politica italiana.<BR><BR>Prima e dopo Portella una lunga scia di sangue segnava capi lega, capi braccianti, uomini che appartengono alla tragica e grande epopea dei caduti per la democrazia e il lavoro. La Sicilia assumeva così la forma di una terra in cui si cercò in tutti i modi di fermare l'anelito al cambiamento e alla giustizia sociale senza riuscire né a intimidire né a fermare - se non nella logica brutale delle armi - il processo di riscatto e di liberazione delle classi subalterne. <BR><BR>Il presente e il futuro li portiamo invece a Torino, città simbolo di lavoro e lavoratori che non si rassegnano al declino produttivo, alla chiusura di imprese e attività e che intendono essere protagonisti di un rinnovato progetto per il Paese. <BR><BR>«L'Italia riparte dal lavoro» vuol dire che senza il ruolo centrale e riconosciuto del mondo del lavoro non esiste una vera via di uscita dai problemi del Paese. Dietro tante aziende che si riorganizzano, i segni della ripresa industriale, della produttività e degli investimenti anche se non mancano situazioni molto difficili come per esempio quello della Bertone c'è il ruolo fondamentale e decisivo di chi, giorno dopo giorno, spesso in condizioni di precarietà, ne assicura la possibilità concreta. <BR><BR>In questo quadro il 1° maggio di Torino esprime due precisi messaggi: verso l'impresa, perché riconosca e valorizzi il lavoro, la sua dignità, i suoi diritti; verso il governo perché operi nel segno della proposta e della richiesta delle tre confederazioni in materia di politica di sviluppo, di welfare, di coesione e di politiche di redistribuzione del reddito. <BR><BR>Le prossime settimane diranno se i confronti aperti sui temi dello sviluppo, delle pensioni, del mercato del lavoro, del valore dei redditi dei pensionati avranno questo esito o meno. Ma già da oggi è chiaro che senza la consapevolezza di questa esigenza di equità e coesione, la situazione del Paese è destinata a galleggiare.<BR><BR>Oggi ricorderemo ancora una volta i tanti morti e feriti a causa degli incidenti sul lavoro. Lo farà, ne siamo certi, anche il presidente Napolitano. E lo faremo dicendo quello che più di ogni cosa può aiutare davvero a vincere questa sfida: non si consideri la morte sul lavoro come una fatalità, un male necessario, qualcosa che riguarda lavoratori e impresa. No. Si assuma finalmente questo dramma come una grande e tragica questione nazionale, come uno dei tratti distintivi della qualità della nostra democrazia e della nostra comunità nazionale.<BR><BR>Pubblicato il: 01.05.07<BR>Modificato il: 01.05.07 alle ore 10.38   <BR>© l'Unità.


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MessaggioInviato: mer mag 02, 2007 14:25 pm 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:05 pm
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Il 1° maggio di quest'anno tiene insieme il filo della memoria e quello del futuro. Sessant'anni fa in questo giorno si consumava a Portella della Ginestra il primo eccidio di lavoratori del dopoguerra. Caddero braccianti, contadini, giovani e meno giovani, sotto le armi degli uomini del bandito Giuliano, mossi da potenti interessi del latifondo agrario e, come poi ha ricostruito la ricerca alle fonti, anche stranieri del tempo. Uomini interessati a colpire, insieme con la Cgil, la sinistra politica italiana.<BR>..............................<WBR>.................<BR>CaroArlecchino.Già da qualche settimana,nella la trasmissione(chi l'à visto)Un parente della strage <BR>Portella della Ginestra,ha voluto vederci chiaro, sembra che vi siano coinvolti servizi segreti USA, e Britannici, e pure i nostri, il quella strage.Vogliono vederci chiaro Ora.<BR>Ciao<BR>Paolo11


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MessaggioInviato: mer mag 02, 2007 17:15 pm 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:04 pm
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I primi risultati sulla lotta al lavoro nero possono essere di incoraggiamento per continuare sulla via intrapresa dal nuovo governo.<BR><BR>E sui telegiornali si dovrebbe dare più risalto a queste notizie che alle scemate che cercano di dare discredito a questo governo.<BR><BR>Io questa notizia l'ho letta sul sole24ore e quando leggi una cosa ci dai maggiore attenzione di quando viene detta alla velocità della luce nel telegiornale direttamente dal conduttore ...... il messaggio non passa.<BR><BR>La gente non si rende conto del buon lavoro in questo senso che sta facendo il governo, gli ispettori del lavoro e le forze dell'ordine tranne i diretti interessati (le imprese) che stanno iniziando a mettersi pian piano in regola.<BR><BR>Bisogna porre rimedio perché si rischia di fare un buon lavoro nei vari campi da quello del debito, delle liberalizzazioni, della lotta al nero ed all'evazione, riconosciuto in ambito internazionale, ma in Italia c'è il rischio che nessuno se ne accorga.<BR><BR>Saluti Perrynic


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MessaggioInviato: mar mag 08, 2007 16:31 pm 
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Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:02 pm
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Cronache italiane da una Direzione Provinciale del lavoro.<BR><BR>Oggi mi è accaduto di sentire che   i proclamati maggiori controlli effettuati dagli Ispettori del lavoro sarebbero fasulli.<BR><BR>Mancano i fondi così si tagliano le linee telefoniche esterne ne resta soltanto una abilitata a chiamate esterne, si staccano i fax e si disconnettono i collegamenti internet nelle Direzioni del lavoro Italiane.<BR><BR>Mancano i soldi così si azzerano le "missioni" e gli ispettori possono muoversi soltanto a piedi e ovviamente esclusivamente nel perimetro del centro città raggiungibile a piedi.<BR><BR>Così aumentano i controlli ma per il semplice motivo che per obbedire alle richieste dal Ministero si "visitano" due tre volte la settimana gli stessi negozi.<BR><BR>Ma restano terre di nessuno regno dell'anarachia le campagne piene di extracomunitari schiavi  come le periferie con i mille cantieri edili privi delle elementari misure di sicurezza.<BR><BR>Governo dove sei?<BR><BR>sylvia


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MessaggioInviato: gio mag 10, 2007 18:21 pm 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:02 pm
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I dannati nell'inferno delle serre<BR><BR>Marco Bucciantini<BR><BR>Tre uomini camminano trascinando i piedi gonfi. Sono esausti, spossati. Sollevano polvere. Il sole è ancora caldo e brucia la terra secca. Sono in fila, muti di stanchezza, dopo dieci ore di lavoro, cominciato che era ancora buio, «pescati» alle cinque del mattino al «mercato delle braccia», ai bordi della statale 18. «Tu sì, tu no».<BR><BR>È una conta che conosciamo bene, è la conta del caporale, che «tasta» i muscoli, se il colpo d'occhio lo lascia indeciso. Tre uomini tornano a casa nel paese che non esiste. In fondo alla strada sterrata, dietro la stazione di San Nicola Varco, c'è una cartolina d'Italia, timbrata Piana del Sele, Eboli, Salerno. Uno spiazzo arido è circondato da edifici, come i fortini delle vecchie legioni. Seicento persone vivono senza luce, senz'acqua, senza servizi. Però se chiedi una gerarchia a loro, ai marocchini, agli abitanti del paese che non c'è, rispondono: «Senza una donna». Non ci sono le donne. Sono tutti uomini giovani, fra i 20 e i 40 anni, anche se sembrano tutti più grandi, la pelle invecchiata dai pesticidi, i denti distrutti, gli occhi rossi per la nutrizione di fortuna. Nella stanza di dieci metri quadrati ci sono sei letti, Abdullah sbuca da sotto le coperte. È sfinito, ha lavorato nove ore dentro la serra, «che caldo, ci saranno stati 60 gradi». È il tempo delle fragole, la coltura più pregiata e redditizia. Stanno «finendo» i carciofi, poi saranno pesche e albicocche, melanzane, pomodori. «Nei campi è durissima, ma dentro le serre è l'inferno». Per 25 euro l'ora, a nero, quando capita. «Ma io non vedo un soldo da sei mesi», si lamenta Razzak. Poi si alza e prepara un tè con la menta che i marocchini coltivano nel pezzetto d'orto del paese. Ai fornelli va solo per l'infuso, «perché nel resto ci mette troppo sale», lo burlano gli altri. Il resto, poi, è quasi sempre il tagin, piatto di carne di vitello, sugo di pomodoro, peperoncino e cipolla in quantità industriale, piselli, e cos'altro capita. «Il più bravo e Abidal», indica Khalid. L'altro ride, si alza, e comincia a preparare la cena, aprendo una cipolla che si sente l'odore anche da Napoli.<BR><BR>A parte Abdullah, oggi gli altri non hanno lavorato. Di solito li chiamano «tre giorni alla settimana», che è un disastro, significa 300 euro al mese, che sono quelli che servono per vivere, «non resta niente da mandare giù, e io ho moglie e tre figli a Safi». Il più silenzioso è Abdul Karim, che ha il fratello camionista a Torino ma lo vede una volta all'anno. Di fronte a lui Larbi studia il dizionario dei verbi, è alle prime pagine, è curioso: «Cosa vuol dire questo?», e addita «Aborrire». Lascia perdere, non serve. Dalla prossima settimana sette insegnanti verranno ad aiutarli ad imparare l'italiano. E sette medici-specialisti si prenderanno cura di questa emergenza socio-sanitaria. I più richiesti: il dentista (ma ormai i casi sono disperati), il dermatologo (a controllare i disastri dei pesticidi).<BR><BR>La stazione di San Nicola è quella dopo Eboli, dove, com'è noto, scese Cristo. Sembra una canzone di Jannacci, un libro di Pasolini, c'è il cane sudicio che mangia la stoppia, ci sono i ragazzi che scalciano la terra di noia. Ci sono ratti lunghi 40 centimetri, c'è Redouan, il bello del paese, che prova a parcheggiare il motorino in camera. È carico di bottiglie, è andato a far la spesa, è arrabbiato: «Guardate qua, questo sono io». Si lamenta perché suo malgrado è finito nella copertina di un Cd che parla di questa gente. È a torso nudo, la schiena armoniosa di muscoli nervosi, allenati a chinarsi e raccogliere frutta, strappare erba, sostenere cassette stracariche. «Ora ti facciamo pagare i diritti d'autore», scherza Anselmo Botte, il sindacalista della Cgil di Salerno che idealmente è il sindaco del paese che non esiste. Ha piazzato la bandiera rossa della Cgil sul tetto del prefabbricato montato dal sindacato al centro del villaggio, come appoggio per dottori e insegnanti. Una citazione delle conquiste americane, dalla luna a Baghdad. La battaglia è lunga: «Questo posto doveva essere un mercato ortofrutticolo. Si sono spesi 30 miliardi di lire ma quel mercato non è mai partito. Così dagli anni novanta su questi 14 ettari si sono stanziati gli immigrati». <BR><BR>Nel 2000 erano già più di duecento, adesso sono il triplo. Il 60% della manodopera in agricoltura in questa Piana è straniera: quattromila persone, ottomila braccia, come contano i caporali. Indiani e pachistani lavorano negli allevamenti bufalini. Una manifestazione della Cgil, il 25 settembre scorso convinse la Regione a spedire i primi 50 mila euro per la bonifica del terreno e la costruzione di 5 bagni e dieci docce (un cesso ogni 125 abitanti, per capirsi). Finiti i soldi si sono arenati anche i lavori. I cessi si sono intasati, lo scolo è esploso e adesso affiora in mezzo alla «piazza». Dopo la bonifica, la mondezza è tornata ad accatastarsi, si distinguono i rottami di una Fiat 131 Mirafiori: una discarica a cielo aperto, e il lezzo conferma. Il sindacato è tornato alla carica: dalla Regione arriveranno altri 900 mila euro. Ma non deve diventare un apartheid salernitano: «Si deve costruire - sogna Anselmo - una specie di ostello della gioventù». Botte è «il compagno sanatoria». Raduna tutti e aggiorna sulle novità in fatto di leggi sull'immigrazione, flussi. Diffonde una speranza che la realtà nega: sono tutti irregolari, clandestini, senza contratto di lavoro non c'è scampo. Driis ha il permesso di soggiorno, è tornato a casa nei mesi invernali. Gli altri non possono: troppo rischioso fare andata e ritorno senza documenti. C'è chi non vede i figli da tre anni, nemmeno in foto.<BR><BR>Halim, l'intellettuale, il traduttore, laureato ad Agadir, muratore a gettone a Eboli dopo un soggiorno al Cpt di Caltanisetta («un carcere, ma qui è quasi peggio») è il cicerone della visita al paese. Saluta Hassan, il barbiere «professionista» (ce ne sono altri due che però «arrotondano» nei campi): barba e capelli - senza shampoo - a 2 euro e 50. C'è il panificio che sforna duecento pezzi al giorno (a 50 centesimi l'uno), c'è un tizio che ha risolto all'aria aperta i problemi dei cessi intasati, c'è il bar che è chiuso, «peccato, ha la tv col satellite, caricata con le batterie delle vecchie auto, di solito si tardeggia al bar». Ci sono tre gatti a loro agio, un ragazzo col piede gonfio che da un mese non lavora ma qui lo sfamano lo stesso. È un paese vero, povero ma vero. Intanto Abidal pesta la carne e la mescola con il pomodoro. L'odore di cipolla è svanito nel tagin, i piselli colorano la pentola senza manici. Avvicina le labbra al vecchio mestolo arrugginito: non ha sbagliato il sale nemmeno stavolta. Nella camera ormai è quasi buio, i sei amici dividono la cena.<BR><BR>Pubblicato il: 09.05.07<BR>Modificato il: 09.05.07 alle ore 8.33   <BR>© l'Unità.


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