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MessaggioInviato: ven mar 09, 2007 01:02 am 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:02 pm
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La crescita non è flessibile<BR><BR>Paolo Bosi<BR><BR>È assai singolare l'analisi del mercato del lavoro che il giuslavorista Michele Tiraboschi e lo studioso di sistemi previdenziali Giuliano Cazzola hanno svolto su Il Sole 24 ore del 4 marzo. <BR><BR>Prendendo spunto dal «Rapporto di monitoraggio del Ministero del Lavoro» uscito alla fine di febbraio, che riferisce i dati del mercato del lavoro fino al terzo trimestre del 2006, gli autori sostengono che l'aumento dell'occupazione registrato nel periodo fra il terzo trimestre 2006 e il corrispondente periodo del 2005 è da attribuirsi ai nuovi strumenti contrattuali flessibili introdotti tra il 1997 e il 2003. <BR><BR>Strumenti, che hanno consentito alle imprese di accrescere l'occupazione in una fase di domanda ancora incerta. In assenza di tali strumenti «l'occupazione non sarebbe cresciuta». <BR><BR>Che l'occupazione aumenti non può che rallegrare. Ma è possibile essere così certi che ciò sia attribuibile alle riforme citate? Il tema della relazione tra fattori di spinta dal lato dell'offerta e da quello della domanda non è nuova ed è stata al centro del dibattito degli anni 2002-2006. Potrebbe infatti essere un indizio a favore della tesi degli autori se, come accaduto nella fase 2004-2005, si assistesse ad un aumento dell'occupazione insieme ad un prodotto stagnante. <BR><BR>Ma la spiegazione principale di quella storia è già stata fornita: hanno contribuito le modificazioni nella modalità di rilevazioni delle forze di lavoro, ben documentate e argomentate da Carlo Devillanova nella short note di Econpubblica n.5/06, oltre che la regolarizzazione dei lavoratori immigrati. Un fenomeno quest'ultimo ora in diminuzione, ma che, come segnala il rapporto, continua ad avere un qualche peso, se nel terzo trimestre 2006 l'occupazione dei cittadini immigrati è cresciuta di +172 mila unità su 459 mila.<BR><BR>Ma il 2006 è un'altra storia: la ripresa è iniziata e sembra anche sia stata assai più intensa di quanto si sia sinora percepito, come mostrano i dati provvisori di CN resi noti dall'Istat il 2 di marzo, che modificano al rialzo le stime per il 2006 rispetto alle previsioni delle Relazione previsionale e programmatica, e come fanno pensare le riflessioni sull'andamento strepitoso dei gettiti tributari nel 2006. La spiegazione del buon andamento dell'occupazione potrebbe quindi essere la domanda e non le politiche di flessibilizzazione. Nessuno è in grado di discriminare tra le due cause. <BR><BR>«L'occupazione non sarebbe cresciuta, quanto meno nel mercato del lavoro regolare», affermano gli autori. Neppure questa qualificazione sul lavoro irregolare è molto fondata. Essa sembra suggerire l'idea che i contratti flessibili abbiano consentito una riduzione dell'area del lavoro irregolare. Ciò non è convincente. Il Rapporto di monitoraggio spiega, ad esempio, molto chiaramente che un ruolo importante di emersione è venuto da provvedimento del decreto Bersani del luglio scorso, di carattere e spirito ben diverso dai provvedimenti del governo di centro destra, per i cantieri edili, che risponde ad una logica di maggiore rigore ispettivo, che in passato è stato molto trascurata, appunto in omaggio all'ideologia della flessibilità. Non rappresenta un argomento a favore delle tesi avanzate il fatto che la crescita dell'occupazione sia stata più ampia nell'area non standard. Se esiste un'area non standard, vale a dire forme contrattuali e rapporti di forza tali per cui il costo del lavoro risulta per molteplici cause (sgravi contributivi, forme contrattuali agevolate, ecc.) più basso, è del tutto ovvio che le imprese ricorrano a quegli strumenti. Il rischio è che in tal modo non si contribuisca a creare «buoni» posti di lavoro, vale a dire garantiti da adeguate tutele previdenziali e di ammortizzatori. Un lavoro malpagato e mal tutelato non è meglio dell'assenza di un posto di lavoro: sono due situazioni egualmente inique. La legge finanziaria per il 2007 si è quindi mossa nella direzione giusta con l'innalzamento dei contributi ai lavoratori parasubordinati e si deve sperare che prosegua realizzando «il sogno di Damiano» (il lavoro non standard costi un centesimo in più del lavoro a tempo indeterminato) e con la riforma degli ammortizzatori sociali. <BR><BR>Nel Rapporto di monitoraggio ci sono invece segni che la buona occupazione è ancora molto lontana. I dati sui lavori parasubordinati mostrano una contrazione molto forte soprattutto per i giovani. Un dato che potrebbe essere interpretato come un buon segno, ma che viene letto dal Rapporto principalmente come effetto dell'aumento dei contributi sociali del 2005. Ci si deve quindi attendere un effetto ancora più forte nel 2007, dopo gli aumenti varati dalla finanziaria. Una parte di essi è possibile abbia contribuito all'aumento veramente considerevole del lavoro dipendente a termine a tempo pieno (+9,9%), ma in parte potrebbe essersi sommerso in partite Iva e in forme ancora più precarie. Il lavoro dipendente a termine - questo va sottolineato - è forse la unica vera grande novità del mercato del lavoro dell'ultimo decennio ed è fondamentalmente legato alla riforma Treu. Ora si tratta di disciplinare i rinnovi, per evitare che tale forma contrattuale diventi un abuso da parte delle imprese. Per potere argomentare che la flessibilità del mercato del lavoro è alla base della ripresa dell'occupazione è necessaria un'analisi più seria. In assenza di essa le osservazioni fatte mantengono uno sgradevole sapore ideologico, di difesa di strumenti al cui disegno si è in parte contribuito e di cui si ha una paterna ansia di vedere dare buoni frutti. Non basta «proseguire lungo la strada tracciata», ma innovare in modo significativo e realizzare finalmente le riforme degli ammortizzatori che hanno segnato il passo negli anni recenti.<BR><BR>Pubblicato il: 07.03.07<BR>Modificato il: 07.03.07 alle ore 8.33 <BR>© l'Unità.


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MessaggioInviato: gio mar 22, 2007 18:09 pm 

Iscritto il: lun feb 13, 2012 15:05 pm
Messaggi: 146
Scusa la mia ignoranza : io volo basso.<BR>Mi pare che non possa esistere il raddoppio (si fa per dire) della busta paga del lavoratore contestuale al raddoppio dei guadagni dell'imprenditore e senza crescita di inflazione.<BR>Lo so, è espresso molto male ma, detto in altra maniera :a che serve aumentare i redditi dei pochi se questo aumento non avviene a discapito dei redditi enormi dei pochi e se tale differenza non diminuisce mai ?<BR>Mi piacerebbe aprire una discussione sulla inevitabilità della concentrazione delle risorse economiche in mano a pochi e di come fare per invertire la rotta.<BR>Saluti


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